Sezioni
Edizioni locali
23/09/2026 ore 06.15
Ambiente

Caldo, siccità e bombe d’acqua. Il professor Mendicino: «Il clima è già cambiato, ora dobbiamo imparare ad adattarci»

Dalle temperature del Mediterraneo agli eventi estremi, dagli incendi alla salute. Il docente Unical lancia un messaggio chiaro: «Non possiamo tornare indietro, ma siamo ancora nelle condizioni di limitare i danni. Servono conoscenza, programmazione e scelte immediate»

di Mariassunta Veneziano

Parlare di ambiente «dà fastidio». Quella del professor Giuseppe Mendicino non è solo una disamina da addetto ai lavori, ma un’analisi a tutto tondo sul tema del cambiamento climatico. Un’analisi scientifica rigorosa, ma anche profondamente umana.

Dà fastidio parlare di ambiente. Averne cura pone dei vincoli «e i vincoli non piacciono», evidenzia Mendicino. Eppure non si può non parlarne. Perché in ballo c’è tanto. Forse tutto. L’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, il freddo, il caldo, la sicurezza, la salute, l’economia.

Direttore fino a poco più di un anno fa del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente dell’Unical, oggi il professore dirige il CeSMMA, Centro Studi per il Monitoraggio e la Modellazione Ambientale che ha sede proprio negli spazi del Diam. Tra i monitor in sala “vive” Panorama, piattaforma sviluppata proprio tra queste mura che è l’occhio sul territorio, un occhio costantemente aperto che consente al team di lavoro di fare previsioni su base giornaliera e stagionale, di dare allerte in tempo reale su eventi critici e di incamerare dati su alluvioni, siccità, incendi.

Professor Mendicino, qual è oggi la fotografia del cambiamento climatico in Calabria?

Il fenomeno è in atto e nell'ultimo periodo si sta mostrando sempre più incisivo e critico, proprio come anticipato dagli organismi internazionali, a partire dall'Ipcc, l'Intergovernmental Panel on Climate Change.

Anche nel Sud Italia stiamo iniziando a prendere consapevolezza di questa criticità. Il Mediterraneo è un hotspot particolare, un'area in grado di evidenziare molto bene il cambiamento climatico in atto. Non è soltanto una questione di temperatura dell'aria. Dobbiamo guardare anche alla temperatura del mare. Quest'anno abbiamo avuto punte locali di 32-33 gradi, mentre mediamente siamo intorno ai 29: significa essere fuori di 3-4 gradi rispetto alla media.

Che cosa comporta un Mediterraneo così caldo?

Favorisce l'evaporazione. Immettere più vapore nell'atmosfera può favorire eventi convettivi, cioè precipitazioni di intensità molto elevata, le cosiddette bombe d'acqua. Inoltre, se l'atmosfera è più calda può contenere più vapore e quindi rendere potenzialmente disponibile una maggiore quantità d'acqua per la precipitazione.

Questo significa che saremo sempre più esposti a eventi estremi e intensi, alternati però a lunghi periodi di siccità. Il problema non è la quantità complessiva di pioggia che cade nell'arco dell'anno, ma la sua distribuzione. Se prima mille millimetri erano distribuiti più uniformemente nelle stagioni, oggi può accadere che 300 o 400 millimetri arrivino tutti insieme, in un periodo molto ristretto, e che poi si verifichi un lungo periodo di scarsità. Quindi abbiamo estremi per eccesso, con troppa acqua, ed estremi per difetto, con troppa poca acqua.

Le tempeste sono il prodotto di questo fenomeno?

L'errore è dire che queste tempeste prima non esistessero. Si formavano anche dieci o vent'anni fa. Il problema è che l'incremento della temperatura può favorire l'avvicinamento alle coste delle cosiddette medicane, tempeste di tipo tropicale che si sviluppano nel Mediterraneo. Non sono gli eventi a essere cambiati, ma le dinamiche con cui si verificano.

Noi lo vediamo anche attraverso le simulazioni: osserviamo come i campi di pioggia tendano a spostarsi dal Mediterraneo più aperto verso la costa. Questo determina danni e rende necessario programmare sempre più interventi di salvaguardia e adattamento. Ma non c’è solo quello che avviene in superficie.

Cosa avviene in profondità?

Le temperature che aumentano in profondità hanno effetto sugli ecosistemi. La fauna cambia: ci sono specie di pesci che prima non vedevamo e che oggi iniziano a comparire nei nostri mari, mentre altre specie non sono più presenti. Lo stesso vale per la flora. Pensiamo alla Posidonia, che è un importante indicatore biologico della qualità dell'acqua e che può risentire dell'incremento della temperatura.

C'è poi il problema della differenziazione tra la parte più superficiale del mare, i primi 100-150 metri, e quella più profonda. Esiste una zona di interfaccia che si sposta per effetto delle temperature e questo determina conseguenze anche sulla capacità del mare di assorbire CO₂. Il mare è un grande serbatoio di anidride carbonica.

C’è una forte interconnessione tra tutto quello che accade. Vale anche per gli incendi?

Sì. L'incendio ha ricadute sulla salute delle persone che vivono vicino alle aree interessate. Le famiglie respirano il particolato prodotto dalla combustione. Ma non c'è soltanto questo. Se bruci il bosco perdi anche il suo potere di raffrescamento. Nel 2025 sono finiti in cenere 8mila ettari di bosco. Siamo consapevoli di cosa significhi? In termini di energia è come aver distrutto circa 2 milioni e mezzo di condizionatori in funzione per 24 ore al giorno per 40 giorni. Con la differenza che il bosco raffresca senza rilasciare calore nell’aria.

E poi ci sono le conseguenze sul ciclo dell'acqua, sulla ricarica delle falde e sul rischio alluvionale. Se piove su un bosco, l'acqua viene intercettata dall'apparato fogliare degli alberi, arriva gradualmente sulla superficie, si infiltra e in parte alimenta le falde. Se il bosco brucia, quella superficie diventa molto meno permeabile, l'acqua non entra nel sottosuolo, quindi non ricarica le falde e le sorgenti. Inoltre scende molto più velocemente e può determinare fenomeni alluvionali.

Parlando di acqua, la Calabria ne ha davvero poca?

Mediamente acqua ne abbiamo. Il problema è che quella che riusciamo a stoccare e conservare la gestiamo male.

I piani di gestione degli invasi devono tenere conto del cambiamento climatico. La regolazione non può più essere pensata soltanto su scala stagionale, ma deve essere considerata anche su scala annuale e probabilmente pluriennale.

Prima si poteva ragionare sulla base dell'idea che le precipitazioni fossero distribuite sui 365 giorni dell'anno. Oggi si deve tenere conto del fatto che la pioggia può concentrarsi in periodi molto ristretti. E allora la domanda è: questi grandi volumi d'acqua siamo in grado di immagazzinarli negli invasi? Se sì, dobbiamo predisporre piani capaci di gestirli. Se no, dobbiamo adottare altre misure.

Le dighe si interrano e questo riduce la capacità di accumulo. Probabilmente dobbiamo quindi fare operazioni di pulizia per recuperare capacità. In altri casi bisogna verificare se sia possibile innalzare la quota di massimo invaso per stoccare più acqua. Sono regole di gestione che devono essere modificate in relazione alla nuova configurazione climatica.

La Calabria, dal punto di vista infrastrutturale, è ferma a uno scenario climatico diverso?

Sì, ma ci stiamo lavorando. Come gruppo di studio interagiamo con l'Autorità di distretto dell'Appennino Meridionale e stiamo iniziando a lavorare su piani integrati, una programmazione che non consideri soltanto la pioggia, ma tutto il comparto: agricoltura, industria e gestione complessiva della risorsa.

Bisognerà poi capire quanto questi strumenti verranno acquisiti ed estesi sul territorio, sul piano amministrativo e politico. Si tratta di scelte strategiche che richiedono anche milioni di euro per poter realizzare quello che viene indicato dal modello.

Ma non c’è solo il piano amministrativo e politico…

C'è la necessità di far capire alle persone che il problema è serio. Pensiamo banalmente ai condizionatori. Se fuori ci sono 40 gradi e io tengo il condizionatore sempre acceso, è vero che raffresco la stanza, ma il calore e l'energia non scompaiono, finiscono all’esterno. È un esempio semplice, ma serve a far capire che il problema del raffrescamento deve essere affrontato in modo diverso e attraverso un equilibrio complessivo.

Siamo ancora in tempo per fare qualcosa?

Non possiamo tornare alla situazione preindustriale, ma siamo certamente nelle condizioni di limitare i danni. Non dobbiamo chiederci se possiamo riportare indietro il processo, ma quanto possiamo rallentare gli effetti e quanto possiamo adattarci. Le condizioni scientifiche per rendere questo processo meno critico ci sono, il punto è capire quanto le amministrazioni e la politica siano disponibili a recepire queste indicazioni e attuarle.

Contro il cambiamento climatico possiamo intervenire in due modi: con la mitigazione e l’adattamento.

La mitigazione significa intervenire sulle cause, per esempio diminuendo le emissioni di CO₂ e degli altri gas climalteranti. È importante, ma per le nostre generazioni c'è una questione ancora più impellente: l'adattamento.

Dobbiamo capire come affrontare temperature molto più alte, come gestire la minore disponibilità d'acqua. Adattamento significa questo: pianificare come fronteggiare una situazione che è già cambiata.

Che tempi sono necessari?

La pianificazione va fatta a breve, medio e lungo termine. Pianificare a breve termine vuol dire ragionare sul mese successivo o sui prossimi tre mesi. Il medio termine significa pianificare oggi quello che accadrà tra uno o due anni. Il lungo termine è iniziare a programmare per i prossimi 30 anni.

Sono cose che richiedono strumenti e analisi differenti, ma bisogna partire subito. Più si rimanda, più gli interventi diventano costosi e complessi, perché quello che si prevede oggi deve essere realizzato in determinate condizioni. Andando avanti si dovranno invece fare valutazioni sulla base degli scenari climatici futuri.

Manca ancora un po’ di consapevolezza del problema?

L’ambiente dovrebbe avere un ruolo centrale, ma non lo ha. Sul piano della formazione, per esempio, siamo di fronte a un paradosso: il territorio richiede sempre più esperti di problematiche ambientali, ma i nostri corsi di studio hanno pochi iscritti rispetto ad altri corsi. Noi con i nostri laureati non riusciamo a soddisfare la domanda di lavoro. Avremmo bisogno di molti più giovani preparati in questo settore, invece molti ragazzi sono orientati verso altri percorsi.

Nel mio gruppo ho quattro dottorandi di ricerca, tutti stranieri: formiamo qui persone che diventano altamente specializzate e che poi vanno a portare le loro competenze altrove.

Qui al CeSMMA si elaborano scenari futuri, da qui a molti anni. Chi ha figli piccoli o comunque in giovane età è preoccupato: cosa dobbiamo aspettarci tra 20-30 anni?

Dovremo confrontarci con temperature più alte e con tutte le implicazioni che ne derivano. Poi c'è il problema dell'acqua. Non necessariamente che non ne avremo, ma che potremmo non essere più in grado di conservarla. E poi ci sono i problemi legati alla salute e all'alimentazione.

Con il cambiamento climatico cambiano anche le condizioni fitosanitarie. La vegetazione è sottoposta a maggiore stress e può essere più esposta a batteri, insetti e altri fattori. Questo può comportare la necessità di trattamenti anche aggressivi, con buona pace del biologico.

Ci sono questioni legate più in generale alla qualità degli alimenti. Il cambiamento climatico non è soltanto la temperatura che sale. Ci sono ricadute in diversi comparti: alimentazione, salute, agricoltura, risorse idriche. È un grosso problema sanitario.

I nostri figli vivranno una condizione ambientale più difficile rispetto a quella che abbiamo vissuto noi. Ma dipende anche da quanto saremo capaci di gestire questi fenomeni. Ma per gestirli bisogna conoscerli. E qui torna il discorso della formazione.

Guardando invece al futuro imminente, che autunno e che inverno si prevedono?

Un'estate molto calda come quella che abbiamo appena avuto non fa ben sperare, ma sarebbe un errore dire che, siccome l'anno scorso abbiamo avuto anche un'estate molto calda e poi determinati eventi estremi, quest'anno che è stata peggio ce ne saranno necessariamente di più. Non funziona così. Devono combinarsi più condizioni.

Dal punto di vista probabilistico, però, i livelli di attenzione sono molto alti. Le nostre elaborazioni indicano, per esempio, un ottobre molto piovoso. Ma “molto piovoso” è una valutazione sulla media. Sicuramente abbiamo masse di terra e di mare che arrivano da un'estate molto calda. Potrebbero esserci pochi eventi molto intensi e devastanti, oppure molti eventi di intensità inferiore distribuiti lungo le coste, ma capaci comunque di produrre danni rilevanti. La tipologia esatta degli eventi è difficile da prevedere con così largo anticipo, ma dobbiamo essere preparati.