Il Cop30 delude Legambiente: «Accordi insufficienti e assenze minano la sfida climatica globale, Italia non pervenuta»
Gli esiti della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima deludono le aspettative. Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette e Biodiversità di Legambiente: «Si è accettato di eliminare dall’accordo la proposta di una Roadmap per la giusta transizione dai combustibili fossili, nonostante fosse sostenuta da oltre 80 Paesi»
La COP30 di Belém, presentata come l’occasione per rilanciare l’azione climatica globale a dieci anni dall’Accordo di Parigi, si è chiusa tra molte ombre e poche luci. Le assenze pesanti di Donald Trump e Xi Jinping, lo stallo geopolitico, il peso dei Paesi produttori di petrolio e le divisioni interne all’Unione Europea hanno indebolito una conferenza che avrebbe dovuto aprire una nuova stagione verde.
Per capire che cosa è andato storto e quali passi urgenti servono ora per non perdere definitivamente la sfida climatica, abbiamo intervistato Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette e Biodiversità di Legambiente.
Qual è il bilancio complessivo che Legambiente dà alla COP30? Le aspettative erano eccessive o i risultati inferiori al necessario?
«L’accordo raggiunto a Belém è inadeguato. Non tanto perché le aspettative fossero alte – anzi, erano basse sin dall’inizio, viste le assenze annunciate di Trump e Xi Jinping e la scarsa attenzione di molti governi, compreso il nostro – ma perché la presidenza brasiliana non è riuscita a superare il veto dei Petrostati, guidati dall’Arabia Saudita.
Pur di evitare un fallimento politico e mediatico, si è accettato di eliminare dall’accordo la proposta di una Roadmap per la giusta transizione dai combustibili fossili, nonostante fosse sostenuta da oltre 80 Paesi e da quasi tutta l’Ue, tranne Italia e Polonia. Il risultato finale è molto inferiore a quello che consideravamo il minimo accettabile».
Sull’uscita dalle fonti fossili non è arrivato un accordo vincolante. Perché è mancato questo passaggio decisivo?
«L’accordo è totalmente inadeguato rispetto all’urgenza climatica. Il passo indietro sul phase-out dei combustibili fossili è gravissimo: nel testo resta solo un riferimento generico ad “accelerare” impegni presi due anni fa, senza alcuna scadenza né obbligo.
A dieci anni dall’Accordo di Parigi serviva coraggio per avviare un’azione globale ambiziosa e puntare con decisione verso un’economia libera dalle fonti fossili, circolare e a zero emissioni. È mancata completamente questa volontà. La COP30 avrebbe dovuto inaugurare una nuova stagione, e invece si è fermata prima ancora di partire».
I fondo Loss & Damage è stato confermato, ma restano dubbi sulle risorse. Quanto pesa questa incertezza sulla credibilità degli impegni?
«La conferma del meccanismo Loss & Damage è importante ma non basta. È uno strumento riparatore, utile a fronteggiare le conseguenze immediate, ma non affronta le cause della crisi climatica. Senza un impegno serio sulle riduzioni delle emissioni, rischio e danni continueranno ad aumentare: il fondo da solo non può colmare il divario di ambizione né mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C».
COP30 ha introdotto nuovi strumenti contro la deforestazione. Sono sufficienti?
«L’annuncio del Tropical Forest Forever Facility, con 5 miliardi destinati alla protezione delle foreste tropicali, è un segnale positivo. Così come il richiamo alla necessità di superare le contraddizioni tra politiche forestali e pressioni estrattive o agricole.
Ma tutto questo cozza con la decisione dell’Unione Europea di rinviare ancora l’applicazione del regolamento Deforestazione Zero, cedendo alle pressioni delle lobby agricole e dei Paesi più ostili all’azione climatica.
Ricordiamolo: l’Europa importa più del 50% del suo legname da Paesi a rischio deforestazione, l’Italia arriva all’80%. Ritardare è irresponsabile».
Come si è mossa l’Italia al tavolo negoziale? Ha avuto un ruolo riconoscibile?
«L’Europa ha perso una grande occasione e l’Italia si è distinta in negativo. Insieme alla Polonia è stata l’unica a non sostenere la Dichiarazione colombiana per una Roadmap sulla fine dell’uso dei combustibili fossili. Se l’Europa non è stata coraggiosa, l’Italia semplicemente non è pervenuta».
I Paesi più vulnerabili chiedevano risposte rapide su adattamento e resilienza. La COP30 le ha fornite?
«No. L’impegno finanziario è generico e insufficiente. Si parla di triplicare le risorse entro il 2035, ma senza definire la base di partenza concordata a Glasgow nel 2021. Così diventa difficile ricostruire la fiducia con i Paesi più poveri e vulnerabili, che è fondamentale per affrontare insieme l’emergenza climatica».
Quali passi urgenti devono compiere i governi nei prossimi mesi?
«I leader mondiali si sono limitati al minimo indispensabile. L’Europa non ha avuto la forza né il coraggio di spingere la Cina a guidare insieme una Coalizione degli Ambiziosi, decisiva per unire Paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo. In un mondo attraversato da tensioni e conflitti, serviva una leadership forte e una visione condivisa. Non si è vista».
Guardando alla COP31, quali priorità sono indispensabili per recuperare slancio?
«La presidenza brasiliana ha annunciato che lavorerà, insieme alla Colombia, a una roadmap globale per il phase-out dei combustibili fossili. È un impegno importante, ma dovrà essere credibile.
L’Europa, e l’Italia in particolare, devono essere tra i protagonisti del percorso che sarà lanciato il 28-29 aprile a Santa Marta, in Colombia. Da lì dipenderà il successo della COP31 in Turchia. Se non arriveremo a quell’appuntamento con una coalizione forte e una roadmap chiara, la transizione ecologica continuerà a restare indietro rispetto alla crisi che già viviamo».