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18/08/2026 ore 16.11
Ambiente

Incendi e caldo estremo, le associazioni ambientaliste a Occhiuto: «Stop alla preapertura della caccia»

Lipu, Legambiente, WWF, Italia Nostra, StOrCal, Greenpeace e VAS chiedono alla Regione di rinviare l’attività venatoria al primo ottobre: «La fauna è già gravemente indebolita». Nel mirino anche il Piano faunistico-venatorio fermo al 2003

di Redazione

Gli incendi che hanno colpito la Calabria, le temperature elevate, la siccità e le ripetute ondate di calore mettono a dura prova gli ecosistemi e la fauna selvatica. Per questo le principali associazioni ambientaliste calabresi chiedono al presidente della Regione Roberto Occhiuto e agli assessori competenti di fermare la preapertura della stagione venatoria prevista per il prossimo 2 settembre e di rinviare la caccia in tutto il territorio regionale al primo ottobre 2026.

La richiesta arriva da Lipu ODV Calabria, Legambiente Calabria, WWF Calabria, Italia Nostra, StOrCal, Greenpeace e V.A.S. APS onlus circolo Rende-Cosenza, che hanno inviato una nota urgente al governatore e agli assessori all'Agricoltura e all'Ambiente.

Secondo le associazioni, gli incendi degli ultimi mesi hanno prodotto danni diretti e indiretti particolarmente pesanti. Oltre alla morte di un numero non quantificabile di animali selvatici, il fuoco avrebbe ridotto la disponibilità di habitat, cibo e luoghi di rifugio. Una condizione resa ancora più difficile dalle quattro grandi ondate di calore e da un agosto caratterizzato da temperature particolarmente elevate. In questo scenario, sostengono gli ambientalisti, anticipare l'apertura della caccia significherebbe aggiungere un ulteriore elemento di pressione su popolazioni animali già in difficoltà.

Particolare attenzione viene rivolta anche alle specie migratorie, che potrebbero incontrare maggiori difficoltà nel reperimento del cibo soprattutto nelle zone in cui gli incendi hanno distrutto, in tutto o in parte, boschi e macchia mediterranea. Le associazioni sottolineano inoltre come gli effetti dell'attività venatoria non riguardino esclusivamente le singole specie interessate dal prelievo, ma possano ripercuotersi sugli equilibri complessivi degli ecosistemi.

Da qui la richiesta di un intervento immediato della Regione. Per le associazioni il blocco della preapertura rappresenterebbe un provvedimento «doveroso, ragionevole e responsabile», alla luce anche dei principi di tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi contenuti nell'articolo 9 della Costituzione e delle disposizioni della legge nazionale sulla tutela della fauna selvatica.

Nella nota viene sollevata anche la questione del Piano Faunistico-Venatorio Regionale, che risale al 2003 e che, evidenziano le associazioni, non è stato aggiornato negli oltre vent'anni successivi. La stessa Regione ha avviato un percorso di revisione con l'obiettivo di arrivare a un nuovo piano entro l'autunno del 2026. Per gli ambientalisti, dunque, il calendario venatorio 2026/2027 e la relativa preapertura poggerebbero su una programmazione ormai datata rispetto ai cambiamenti climatici, ecologici e faunistici intervenuti nel frattempo.

A rafforzare la posizione delle associazioni viene richiamata anche l'ordinanza cautelare del Tar Calabria del 13 agosto 2026, che, su ricorso dell'associazione Eart Odv, ha sospeso l'efficacia della preapertura della caccia al colombaccio prevista dal calendario regionale, fissando la camera di consiglio per il prossimo 2 settembre. Secondo i firmatari, la decisione rende ancora più opportuno un riesame del calendario da parte dell'amministrazione regionale.

La richiesta avanzata a Occhiuto, agli assessori e ai dirigenti regionali competenti è quindi precisa: adottare «tutti gli atti necessari» per sospendere la preapertura del 2 settembre prevista dal calendario venatorio 2026/2027, approvato con delibera della Giunta regionale numero 443 del 21 luglio 2026, e posticipare l'esercizio dell'attività venatoria in tutta la Calabria al primo ottobre.

C'è poi un secondo fronte sul quale gli ambientalisti chiedono provvedimenti immediati. Richiamando la legge 353 del 2000 e lo stesso calendario venatorio regionale, ricordano il divieto di caccia per dieci anni nei terreni boscati percorsi dal fuoco e chiedono misure specifiche anche a tutela delle zone limitrofe alle aree incendiate, dove gli animali sopravvissuti possono trovare rifugio.

Proprio in queste aree, evidenziano le associazioni, gli spostamenti della fauna possono determinare una maggiore concentrazione degli animali, con conseguente aumento della competizione per le risorse alimentari e ulteriore pressione su ecosistemi già compromessi. Una situazione che, secondo i firmatari dell'appello, rende ancora più inopportuno aggiungere in questa fase anche la pressione derivante dall'attività venatoria.