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25/07/2026 ore 14.06
Ambiente

La Calabria brucia, Bevilacqua: «La storia dei gatti incendiari è una bufala, qui non si fa prevenzione»

Avvocato, giornalista e scrittore, tra i più autorevoli conoscitori della montagna calabrese e autore di una corposa guida sul Parco Nazionale del Pollino, commenta gli eventi di questi giorni: «Ecco cosa non funziona. Le immagini delle esche circolate sono imbarazzanti»

di Alessandro Fortino

Le ultime settimane sono state tra le più difficili degli ultimi anni per il patrimonio boschivo della Calabria. Decine di incendi hanno interessato diverse aree della regione. Ma è stato soprattutto il versante meridionale del Parco Nazionale del Pollino a destare la maggior preoccupazione. Le fiamme hanno minacciato i territori di Morano Calabro, Castrovillari e Frascineto, arrivando a ridosso di uno degli ecosistemi montani più preziosi d’Europa, dove vivono il pino loricato, il pino nero e le grandi faggete.

Le operazioni di spegnimento, rese difficili dal caldo, dal vento e dalla vastità dei fronti di fuoco, hanno impegnato per giorni vigili del fuoco, Calabria Verde, Protezione civile, volontari e mezzi aerei. Abbiamo raccolto nei giorni scorsi l’opinione di Carlo Tansi, geologo, esperto di protezione civile, soprattutto sulle cause e sugli strumenti per prevenire e combattere gli incendi. Oggi è la volta, invece di Francesco Bevilacqua, avvocato, giornalista e scrittore, tra i più autorevoli conoscitori della montagna calabrese e autore, fra i suoi tanti libri, di una corposa guida proprio al Parco Nazionale del Pollino edita nel 2014 da Rubbettino.

Bevilacqua, già diversi giorni prima che iniziasse l’“inferno di fuoco” in Calabria aveva lanciato l’allarme, sui social e sui giornali, avvertendo che gli incendi, già presenti in quei giorni in Spagna, Francia, Piemonte, Sicilia e Sardegna, sarebbero arrivati anche in Calabria e chiedendo che venisse dichiarato anticipatamente lo stato di emergenza. Durante i roghi del Pollino aveva scritto di voler evitare polemiche prima di essere certo dello scampato pericolo. Ora che i roghi sono stati spenti e si apre il tempo dell’analisi, il suo punto di vista può aiutare a comprendere che cosa è realmente accaduto e quali rischi corrono il Pollino e la Calabria più in generale.

Francesco Bevilacqua, oggi che l’emergenza è finita, qual è il suo giudizio complessivo su quanto è accaduto in Calabria e soprattutto nel Pollino?
«Non sono ottimista. Abbiamo dinanzi ancora agosto e settembre. Per cui non possiamo abbassare la guardia perché verrà altro fuoco e dobbiamo prepararci. Oltretutto, questa è un’annata particolare: bruciano anche altre zone dell’Europa, dove gli incendi estivi non erano mai stati un grave problema. In queste ore, ad esempio, stanno bruciando perfino il Parco Nazionale dei Cairngorms nelle Highland della Scozia, il Parco Nazionale del Peak District in Inghilterra, le zone della catena montuosa delle Rhinogydd e a Blaenavon nel Galles».

Vi sono cause comuni a fenomeni tanto distanti fra loro, quali il surriscaldamento globale, la stagione asciutta e siccitosa, la mano dell’uomo. In tutta l’Europa, infatti, non esiste l’autocombustione. È sempre l’uomo che provoca gli incendi: per colpa, con imprudenza nei lavori di pulizia a mezzo del fuoco delle sterpaglie, degli sfalci, delle potature; per dolo, ossia con la precisa volontà di bruciare le foreste. E vi è anche una sciagurata sottovalutazione del fenomeno.
«Concordo con quanto ha dichiarato Carlo Tansi: gli incendi si devono combattere prima che scoppino, con il controllo del territorio (presidi stabili di sorveglianza tipo vedette o telecamere, sensibilizzazione di tutte le forze dell’ordine) e la rapidità negli interventi di spegnimento a terra. Andrebbero anche tenuti puliti sin da giugno i bordi stradali e ripristinate tutte le strisce frangi fuoco e le stradine sterrate che erano state realizzate dagli operai forestali al tempo della forestazione. Quanto al Pollino è appurato che non vi è stata tempestività né nell’avvistamento dei focolai né nell’intervento. Altrimenti il fuoco non si sarebbe propagato in modo così disastroso. Per altro, quelle zone poco a monte di Morano, Castrovillari e Frascineto dove si sono verificati i primi focolai,ogni anno sono interessati da incendi: terribili, ad esempio, quelli del 1984 e del 2012, che raggiunsero anche le zone sommitali con i pini loricati. Per cui quell’area doveva essere presidiata con la massima attenzione».

Ma esiste, secondo lei, per quel che riguarda le cause culturali del fenomeno, un dato che accomuna questa esplosione dell’istinto incendiario?
«Negli ultimi anni mi è venuto da pensare a forme di protesta sociale del tipo di quelle che si produssero nei quartieri poveri di Parigi, le “banlieues”, nel 2023 e nel 2025. Ormai, in Europa viviamo una condizione di grave incertezza geopolitica, di crescita dei prezzi, di stagnazione economica, di ritorno di guerre e violenze. La gente è tenuta in uno stato d’ansia costante, e qualche studioso, come Shoshana Zuboff, dice che è uno strumento per far accettare “Il capitalismo della sorveglianza”, desiderare governi sempre più coercitivi, politiche di tipo securitario etc. Spesso il disagio sociale si trasforma in proteste vandaliche e distruttive, come raccontò in un famoso capitolo di “Furore, simbolo valore” Ernesto De Martino a proposito di gruppi di giovani che nel dopoguerra devastavano periodicamente Stoccolma. Nel fenomeno degli incendi estivi, alle cause culturali storiche (il bosco considerato “ladro di terra” da contadini e pastori, il fuoco inteso come rigeneratore dell’erba secca etc.), si assomma, appunto, una sorta di nuovo “vandalismo” col fuoco, espressione di forme di protesta sociale estrema».

Nei giorni più difficili lei ha parlato di incendi dolosi e di una situazione che sembrava fuori controllo. Quali elementi la portano a questa convinzione e che cosa non ha funzionato nella prevenzione?
«Non ha funzionato e non funzionano due cose essenziali. La prima è il controllo del territorio dal punto di vista degli incendi che non dovrebbe essere lasciato solo ai Carabinieri Forestali ma affidato a tutte le forze di polizia, anche allertate, magari, all’inizio dell’estate dai prefetti, le quali dovrebbero immediatamente accorrere sul posto al minimo accenno di fumo che sale nel cielo. Ricordo che dal 15 giugno al 15 settembre è vietato accendere fuochi liberi nelle campagne e nei boschi. Ma è un divieto che pochissimi rispettano e che quasi mai viene sanzionato, se non dai Carabinieri Forestali. La seconda è il reale coordinamento delle squadre a terra: non si può attendere per ore l’intervento di qualcuno per poi affidarsi quasi esclusivamente ai mezzi aerei. Si tenga conto che l’area dove sono scoppiati gli incendi del Pollino è una landa enorme, completamente disabitata, con un vastissimo rimboschimento di conifere non autoctone (estremamente infiammabili) che non viene manutenuto da nessuno, dove non ci sono più strisce frangifuoco e le stradine forestali sono ormai impercorribili da qualunque mezzo. Insieme agli amici del Club Alpino Italiano di Castrovillari da più di un anno invochiamo di ripristinare tutti gli accessi carrabili della zona anche a beneficio degli escursionisti e dei turisti, oltre che delle forze dell’ordine e di eventuali squadre antincendio».

Il suo timore maggiore era che il fuoco raggiungesse le aree dei pini loricati e delle grandi faggete. Quali danni ambientali rischia oggi il “cuore” del Pollino e quali conseguenze potrebbero emergere nei prossimi anni?
«Dalle notizie che abbiamo, per circostanze del tutto fortuite, il fuoco ha virato verso est senza toccare le aree più importanti con i pini loricati e con le foreste vetuste di faggio. Ma il danno al bosco è comunque rilevante. La ferita inferta agli ecosistemi e al paesaggio è grave. Quanto al “Cuore del Parco”, come lo chiamò Giorgio Braschi, ricordiamo che il fuoco in passato è arrivato anche lì e non solo nei due incendi che ho citato, ma anche con l’incendio vandalico del 1993 a “Zi Peppe” il colossale Pino loricato della Grande Porta del Pollino che era divenuto simbolo dell’allora costituendo parco nazionale».

Lei conosce il Pollino palmo a palmo. Ci sono luoghi che considera particolarmente vulnerabili e che, dopo questi incendi, richiederanno interventi urgenti di tutela e monitoraggio?
«Oltre all’area degli incendi di quest’anno, direi che altre zone a rischio sono tutte le colline a macchia mediterranea fra Praia a Mare e Cetraro, dove ben prima dell’estate, quest’anno, si sono verificati moltissimi incendi ripetuti, come hanno pubblicamente denunciato gli amici del “Comitato Cittadino per la Difesa del Territorio e contro degli Incendi” che si è costituito nella zona della Riviera dei Cedri. La storia ci ricorda che quasi sempre, non solo sul Pollino – ma anche, ad esempio, nei disastrosi roghi che distrussero centinaia di ettari di foreste in Aspromonte nel 2021 – il fuoco parte delle zone basse e, se non preso in tempo, quasi sempre arriva alle più preziose zone sommitali».

Ogni estate si ripete lo stesso copione: proclami sulla prevenzione, poi incendi devastanti. Dove si interrompe la catena della prevenzione? Mancano controlli, uomini, risorse o una vera cultura della gestione del territorio?
«Ovviamente dobbiamo essere grati a tutti coloro che intervengono nella fase degli incendi, Vigili del Fuoco, operai forestali, uomini della Protezione Civile regionale, carabinieri forestali, piloti dei mezzi aerei etc. Ma la sensazione che si ha è che non vi sia una strategia efficace e condivisa che abbia un caposaldo nella prevenzione. È quello il tasto dolente. Trenta/quaranta droni per tutta la Calabria sono una goccia nel mare. Possono rappresentare un deterrente ma non costituiscono la soluzione».

Dopo un incendio così esteso, quali dovrebbero essere le prime azioni concrete? Si parla spesso di riforestazione, ma prima ancora occorre mettere in sicurezza il suolo, prevenire il dissesto e favorire la rigenerazione naturale del bosco?
«“La Natura è l’unica a sapere il fatto suo” come soleva dire il grande ecologo Barry Commoner, e quindi i boschi sono perfettamente capaci di autorigenerarsi, come è avvenuto in centinaia di posti in Calabria. Naturalmente per ricostituire una foresta matura a quelle quote occorrono un centinaio d’anni e quindi i danni al paesaggio ed al suolo sono enormi. Sulla riforestazione delle aree incendiate bisogna essere molto cauti. In passato abbiamo piantumato spesso con specie non autoctone facendo danni notevoli. Oggi l’intervento umano deve essere limitato allo stretto necessario. In certe zone dell’Aspromonte, ad esempio, distrutte anni fa dagli incendi, si è già prodotta una grande rinnovazione spontanea».

Il Pollino non è soltanto un patrimonio calabrese, ma un bene naturalistico di valore europeo. Che messaggio sente di rivolgere alle istituzioni e ai cittadini perché questa vicenda non venga archiviata come l’ennesima emergenza estiva destinata a ripetersi il prossimo anno?
«Direi che le burocrazie delle amministrazioni regionali e locali dovrebbero avere l’umiltà di imparare da quanto accade e non sentirsi depositarie della verità sol perché si ha una divisa o un ruolo istituzionale. Per le forze di intervento è necessaria una formazione continua di tutto il personale che oggi non esiste. Per la politica, occorre che si comprenda che quello degli incendi è un fenomeno gravissimo che non solo danneggia il paesaggio e la biodiversità ma arreca alla Calabria e ai calabresi un enorme danno reputazionale».

Una battuta finale: ma si può ancora parlare dei gatti utilizzati per gli incendi? Dai…
«Non so come sia venuto in mente a qualche funzionario regionale, nella fase più drammatica dell’incendio, di propalare la bufala che per appiccare incendi sul Pollino si sono usati “gatti incendiari” e altre esche ritardate. Sono state anche passate alla stampa foto francamente imbarazzanti: candele accese con un mucchietto di foglie intorno e delle strane sigarette… sempre in fase pre-infiammatoria. La notizia è, al momento, priva di qualunque fondamento e non vi è conferma da parte dei Carabinieri Forestali. Ed è anche illogica. Se uno qualunque di questi aggeggi venisse trovato nella fase pre-combustione, come pare delle foto (che, a mio parere erano solo vecchie foto esplicative), si presume che esso sia stato disinnescato da chi lo ha rinvenuto e quindi non ha provocato alcun incendio. Viceversa, dopo l’incendio (è il nostro caso) l’esca non poteva essere fotografata perché era bruciata insieme a tutto il resto! E che dire dei gatti incendiari? Qualcuno ha osservato, giustamente, che il primo a bruciare sarebbe il povero gatto, del cui corpo non resterebbe alcuna traccia. A me pare che nella concitazione del momento si sia voluta scaricare la colpa da chi doveva sorvegliare e intervenire sui soliti capri espiatori: i calabresi cattivi. Mentre si vede chiaramente dalle stesse riprese con i droni (quelle sì vere) fatte circolare dalla Regione che gli incendiari utilizzano di solito mezzi semplicissimi: accendini, pezzi di carta, liquidi infiammabili. Col risultato che le notizie così improvvidamente fatte circolare stanno arrivando dappertutto e distruggeranno ancor di più la reputazione della Calabria e dei calabresi. Con questo non voglio assolvere i calabresi. Siamo meno consapevoli di altri popoli dell’importanza delle foreste (fra l’altro la Calabria è, con circa 650.000 ettari di boschi, tra le prime quattro regioni più forestate d’Italia, insieme a Trentino-Alto Adige, Piemonte e Toscana), e probabilmente in passato qualche piromane avrà usato anche delle esche, ma, credetemi, d’estate, col caldo, con il vento, con la vegetazione secca non c’è alcun bisogno di complicati accrocchi per appiccare incendi».