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18/09/2026 ore 08.30
Attualità

A Fantino sono rimasti in quattro: un pezzo di San Giovanni in Fiore muore mentre la memoria prova a salvarlo

La frazione della valle del Neto racconta l’agonia dei piccoli centri dell’Appennino: i numeri raccontano più di qualsiasi retorica sui borghi da ripopolare. Quarant’anni dopo le foto di Mario Iaquinta, un libro riporta alla luce volti e storie di un mondo quasi scomparso

di Gianfranco Donadio*

La luce di Fantino, spopolata frazione di San Giovanni in Fiore, non perdona. Tra le pietre erose dalla valle del Neto, il sole d’estate non illumina ma scava. Più di quindici anni fa ero lì con la mia macchina da presa, a registrare i passi di una processione che pareva già allora il ricordo di se stessa. Si portava per le “vinelle” il santo piccolo, San Giuvanniellu, tra i vicoli stretti che ancora odoravano di legna e cenere. Contai le teste una per una. Erano sette. Tra questi, un anziano di novant’anni che intervistai, manifestava la sua simpatica intenzione di scapparsene con la sua badante a San Giovanni. Oggi, ho visto sui social, la lente d'ingrandimento si riaccende su quello stesso paese grazie a un libro fotografico di Mario Iaquinta, “Gente di Fantino”, presentato da Caterina Martino dentro la chiesetta del paese. E il pallottoliere del disastro aggiorna i conti, perché gli abitanti sono nel frattempo diventati quattro. Tre vecchi in meno. Qualche porta sbarrata in più. La matematica dell'abbandono non concede sconti e viaggia per numeri primi, fino al drammatico zero.

Probabilmente non c'è niente di lirico in quattro persone che abitano un paese. La narrazione romantica dei “borghi che rinascono” con lo smart working o con i festival estivi è una favola per turisti della domenica, gente che arriva con il Suv, consuma due panini con la provola e riparte prima che il buio metta a nudo la solitudine di questi dirupi. La realtà di Fantino è un'altra. È la pietra che sgretola, è il silenzio interrotto solo dal vento che infila le fessure degli infissi marciti, è la sensazione fisica che la terra si stia riprendendo quello che gli uomini le avevano strappato a forza di zappa e braccia.

Quando filmavo la festa di San Giuvanniellu, il rigore dell'osservazione antropologica mi imponeva di non cedere alla nostalgia. La macchina da presa registrava i dettagli. Registrava i volti segnati dalle rughe come solchi di aratura, le mani nodose delle donne che reggevano i ceri, i movimenti lenti di un'umanità che sembrava appartenere a un'altra era geologica. Non c'era folklore. C'era un'ostinazione contadina, quasi una condanna, a ripetere gli stessi gesti nello stesso posto perché non si conosceva altro modo di stare al mondo. Il santo piccolo era il centro di gravità di un'architettura sociale residua. Toglievi il santo e la comunità si dissolveva nel nulla.

Il volume di Mario Iaquinta (che non ancora visto), costruito sui negativi scattati quarant'anni fa con una fotocamera analogica quando l'autore era poco più che ventenne, probabilmente possiede la stessa spietata chiarezza. Fotografare la gente di Fantino negli anni '80 significava cogliere l'ultimo respiro di una civiltà prima della resa. Guardare quelle immagini oggi, rievocate nella lettura critica di Caterina Martino e proiettate dentro la chiesetta di San Giuvanniellu di fronte a una folla arrivata da fuori per l'evento, produce un cortocircuito strano, quasi doloroso. Lo vedo dalle immagini. La chiesa era piena per celebrare il fantasma di un paese che non c'è più. Un'orazione funebre celebrata nell'unico luogo ancora in piedi, mentre fuori le case vuote restavano al buio.

La verità è che l'Appennino interno sta morendo di un'agonia lenta, misurata sul tempo lungo delle generazioni. Non si tratta di una catastrofe improvvisa come un terremoto o una frana. È una puzza di muffa che entra nelle stanze a poco a poco, finché l'ultimo vecchio non ce la fa più ad accendere la stufa e i figli lo portano via, in città, dentro un appartamento al terzo piano con l'ascensore. Da sette a quattro. In quindici anni la contrazione è stata di tre anime. Pare poco. Se ho fatto bene i conti, in termini percentuali è un crollo del quarantacinque per cento. Se una metropoli perdesse quasi metà della sua popolazione in quindici anni si griderebbe all'apocalisse. Qui si chiama semplicemente corso delle cose.

C'è una tendenza perversa a museificare la miseria antica. Trasformiamo le stalle in ristoranti tipici e la fatica secolare dei contadini in un souvenir fotografico da sfogliare in salotto. Ma chi ha “zampato” (pestato) la terra di Fantino sa bene che quella vita era dura, punitiva, priva di qualunque concessione all'estetica. La gente se n'è andata perché doveva mangiare, perché voleva studiare, perché stanca di spezzarsi la schiena per un pugno di patate o un sacco di grano. L'emigrazione verso la marina o verso il Nord, o verso lo stesso San Giovanni, non è stata un tradimento delle origini, ma è stato un atto di sopravvivenza.

Eppure, qualcosa resta impigliato tra i muri a secco della media valle del Neto. La citazione di Giorgio Tani ricordata durante la serata, la testimonianza come unico segno che resta, indica il vero compito di chi fa documentarismo e ricerca antropologica oggi. Non dobbiamo salvare il paese. Non possiamo ripopolarlo con le buone intenzioni o con le delibere regionali sui fondi europei che finiscono regolarmente nel nulla. L'unico dovere che ci rimane è la precisione dello sguardo. Registrare. Catalogare. Salvare la memoria visiva e sonora di una specie in via d'estinzione prima che il bosco inghiotta le ultime facciate di pietra. Con l’editore di questo network, Domenico Maduli, stiamo accarezzando una idea.

I quattro superstiti di Fantino non sono eroi resistenti. Probabilmente sono anziani che custodiscono una porta, legati a quel pezzo di roccia da una catena invisibile che non si spezza neanche quando il paese attorno cade a pezzi. Guardano i visitatori estivi con la diffidenza di chi sa che a settembre, dopo che la festa finisce, le luci si spegneranno di nuovo e la valle tornerà ad essere un deserto d'aria fredda, resta soltanto il rumore del Neto in fondo alla gola.

Ritornare a Fantino oggi significa fare i conti con la misura del tempo. Il contatore dice quattro. Tra dieci anni potrebbe dire zero. Quel giorno non ci saranno più processioni per San Giuvanniellu, la chiesetta resterà chiusa a chiave e l'erba alta coprirà l'ingresso dei vicoli. La domanda che dobbiamo farci non è come riempire di nuovo quelle case, ma se siamo capaci di guardare dentro quel vuoto senza girare la testa dall'altra parte, e senza raccontarci la menzogna che tutto possa tornare come prima.

*Documentarista