AI Calabria, l’intelligenza artificiale che impara i dialetti: «Una parola a testa per salvare la nostra lingua»
Dall’idea di un chatbot calabrese a un grande archivio collettivo: Domenico Corchiola racconta il progetto «nato da una pizza tra ingegneri informatici» che coinvolge i 404 Comuni per raccogliere parole, suoni e modi di dire destinati a scomparire
AI Calabria nasce da un’idea apparentemente semplice: insegnare a un’intelligenza artificiale a parlare calabrese. Ma il progetto si è rapidamente trasformato in qualcosa di molto più ambizioso: costruire, con il contributo diretto dei cittadini, un grande archivio della ricchezza linguistica della Calabria. Non un solo dialetto, dunque, ma centinaia di parlate locali, parole, espressioni, modi di dire e suoni che rischiano di scomparire. Una vera esperienza di citizen science che mette insieme tecnologia, ricerca e memoria collettiva.
AI Calabria è un progetto ideato dall’ingegnere Domenico Corchiola per raccogliere e valorizzare il patrimonio linguistico della regione attraverso il contributo diretto dei cittadini e le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Lo abbiamo intervistato
Come è nata l’idea di AI Calabria e quando avete capito che non si trattava più soltanto di realizzare un chatbot, ma di un progetto culturale e scientifico molto più grande?
«Questo progetto è nato al contrario, durante una “pizza tra ingegneri informatici” in cui si parlava banalmente di scienza. Lo sfizio era far parlare un chatbot, come ChatGPT, in dialetto calabrese. Il problema che abbiamo riscontrato fin da subito è che il calabrese come lingua unica non esiste: esiste il dialetto del singolo Comune, anzi, in uno stesso Comune spesso si parlano dialetti differenti.
Abbiamo cercato testi importanti, vocabolari enormi, e ci siamo resi conto che nessun singolo studioso è riuscito, in intere vite dedicate alla ricerca, a mappare un patrimonio linguistico così sparso come quello della Calabria. E poi ci sono le minoranze linguistiche riconosciute, come gli occitani, i grecanici e gli arbëreshë, e quelle non riconosciute che però parlano calabrese da decenni, come i romanì.
Così il progetto ha cambiato paradigma: l’obiettivo non è più soltanto tecnologico, diventa una sfida di citizen science. Non più interrogare un’AI per divertirsi, ma riunire tutti i calabresi per divertirsi a farsi interrogare da un’AI, per la salvaguardia di una lingua che altrimenti i figli dei nostri figli rischiano di dimenticare. È una cosa mai tentata: siamo 1,8 milioni di residenti e circa 7 milioni sparsi nel mondo. Basterebbe una parola a testa per creare il più grande atlante linguistico mai realizzato per una regione».
Perché è così importante raccogliere oggi le parlate dei singoli comuni e quale patrimonio rischiamo di perdere se non lo facciamo?
«I lemmi, le barzellette, i turpiloqui, i modi di dire, gli intercalari di cui oggi quasi ci vergogniamo rischiano di sparire. Insegniamo ai nostri figli un italiano quanto più corretto possibile fin dalla nascita, ed è giusto che sia così. Ma rinnegare la storia della Calabria, delle decine di occupazioni e delle successive contaminazioni, è un peccato mortale.
Oggi esiste il modo di salvare questo patrimonio che, secondo le stime dell’UNESCO sulla scomparsa delle lingue, fra qualche generazione rischia di essere dimenticato, e per sempre».
Uno degli aspetti più innovativi è il coinvolgimento diretto dei cittadini. Che ruolo avranno concretamente i calabresi nella costruzione di questo grande archivio linguistico?
«La mappatura di una lingua è sempre stata appannaggio di linguisti specializzati. Gli utenti di ai.calabria.it sono invece le persone comuni: i giovani che affiancano le nonne per aiutarle a salvare una parola in dialetto, come testo e come audio, e le minoranze linguistiche.
I loro contributi sono pubblici, liberamente consultabili ed estraibili. Il sistema è un gioco da fare anche sotto l’ombrellone, in cui racconti all’AI come si dice “forchetta” nel tuo Comune. Questa semplice azione attiva un meccanismo di gioco e di sfida: il tuo Comune si accende, e i 404 Comuni calabresi sono in gara tra loro.
Ogni utente può scaricare il libro dei propri contributi, che porteranno il suo nome per sempre, il libro della sua squadra o quello del suo Comune. Un gioco in cui chi vince è la Calabria: perché solo se contribuiscono tutti si può salvare il calabrese, anzi i calabresi, tutti i dialetti, paese per paese».
Quali potranno essere le ricadute pratiche del progetto per le scuole, le università, i comuni e per i milioni di calabresi che vivono all’estero?
«Come anticipavo, si può giocare in squadra, per esempio una classe, e si possono creare progetti formativi specifici.
Le università, oltre a consultare la sezione scientifica dell’Osservatorio linguistico calabrese, potranno scaricare i dataset e costruire su questo patrimonio pubblicazioni scientifiche o ricerca applicata, per esempio in ambito AI.
I Comuni potranno avere le loro biblioteche multimediali, consultabili su totem digitali o su carta. E per i milioni di calabresi che vivono all’estero il pensiero è riportarli, anche solo virtualmente, un po’ a casa: fargli rivivere le emozioni di quando vivevano nella loro madre terra».
Guardando al futuro, qual è il risultato più importante che spera di raggiungere con AI Calabria: un’intelligenza artificiale che parli il dialetto o una comunità che riscopra e valorizzi la propria identità linguistica?
«AI Calabria è un esperimento sociale, per quanto ne so mai tentato in nessun altro luogo, finalizzato a riunire sotto un unico cappello gli abitanti di una regione che, per una volta, possono cooperare alla creazione della più grande opera linguistica collettiva mai realizzata, rendendoli fieri di essere “terroni”, figli della terra più bella di tutte.
La verità è che le due cose non si separano: l’intelligenza artificiale che un giorno parlerà è la prova, la comunità che si riunisce per insegnarle è il risultato.
Per i risvolti scientifici, invece, ogni stakeholder troverà la sua strada attingendo a contenuti pubblici, liberi e con licenze aperte».