Aree interne, la Chiesa punta a invertire l’abbandono. La Calabria tra i territori che si svuotano di più
È la linea rilanciata al termine dell’incontro di Benevento, che ha riunito una trentina di vescovi. La proposta emersa: creare reti tra diocesi, istituzioni, Comuni, associazioni e realtà civiche
Non rassegnarsi al declino dei piccoli centri, ma costruire le condizioni perché tornino a vivere. È la linea rilanciata dalla Chiesa italiana al termine dell’incontro di Benevento, che ha riunito una trentina di vescovi delle aree interne. Al centro del confronto, lo spopolamento, la riduzione dei servizi, l’invecchiamento della popolazione e il rischio che intere comunità perdano, insieme agli abitanti, anche il proprio futuro.
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha indicato una direzione netta: le aree interne non possono essere accompagnate con «cure palliative», né considerate territori destinati all’inevitabile abbandono. La sfida, ha spiegato, è invertire la tendenza, partendo dalle case vuote, dagli anziani soli e dalle famiglie costrette ad andare via per cercare lavoro, scuola, assistenza sanitaria e collegamenti adeguati.
La proposta emersa a Benevento è quella di creare reti tra diocesi, istituzioni, Comuni, associazioni e realtà civiche, valorizzando le esperienze locali e costruendo progetti aderenti ai bisogni concreti di ciascun territorio. Un percorso che guarda prima di tutto a un “ripopolamento delle idee”, condizione necessaria per provare a contrastare quello demografico.
La Calabria: quasi metà dei residenti in comuni sotto i 10mila abitanti
In Calabria la questione è particolarmente urgente. Al 31 dicembre 2024 la regione contava 1.834.646 residenti: 3.922 in meno rispetto all’anno precedente, con una flessione dello 0,2 per cento. Nel 2024 i nati sono stati 12.679, 603 in meno rispetto al 2023: è il nuovo minimo della natalità regionale. L’età media è salita a 46,2 anni, segnalando un progressivo invecchiamento.
Il saldo migratorio interno è negativo (-3,8 per mille nel 2025) e la Calabria registra uno dei tassi più alti di emigrazione verso il Centro-Nord: quasi 8 residenti ogni mille lasciano la regione. La provincia di Crotone è quella più colpita, con 9,5 partenze ogni mille abitanti verso il Centro-Nord.[istat]
Un dato particolarmente significativo riguarda la struttura insediativa: il 28,3 per cento dei calabresi vive in comuni tra 1.001 e 5.000 abitanti, mentre un ulteriore 20,9 per cento risiede nei centri fra 5.001 e 10.000 abitanti. In altre parole, quasi un calabrese su due vive in un Comune con meno di 10 mila abitanti: è in questi territori che denatalità, fuga dei giovani e rarefazione dei servizi producono gli effetti più pesanti.
Lo spopolamento non investe più soltanto i borghi dell’entroterra. Anche l’arrivo di residenti dall’estero non riesce a compensare. Crotone e Reggio Calabria figurano tra i capoluoghi italiani con i saldi migratori interni più negativi.
Per la Calabria, dunque, parlare di aree interne significa affrontare una questione che riguarda coesione sociale, diritto alla salute, trasporti, scuola e lavoro. Non soltanto la sopravvivenza dei piccoli comuni, ma la possibilità stessa di garantire ai cittadini il diritto di restare nei luoghi in cui sono nati e hanno costruito le proprie relazioni. L’appello dei vescovi si inserisce qui: trasformare territori considerati marginali in comunità capaci di esprimere risorse, identità e nuove occasioni di sviluppo.