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23/07/2026 ore 07.03
Attualità

Blackout al tramonto e guerre lontane: la Calabria rischia una crisi energetica che nessuno sta preparando

Le guerre che minacciano le rotte del petrolio, i primi blackout serali e una politica che guarda solo al breve periodo. Non c’è più tempo: la Regione deve investire subito in Comunità energetiche e sistemi di accumulo per il futuro

di Rocco Sicoli*

C'è un momento, ogni sera in questi giorni, in cui la Calabria rischia di fermarsi sul finire del tramonto. Il sole cala dietro le colline o nel placido mare di luglio, i condizionatori si accendono in massa al rientro nelle case infuocate dal caldo, e per qualche minuto la luce vacilla. Un blackout piccolo, quasi impercettibile, che si consuma e si dimentica in fretta. Ma quel vacillare, se lo si guarda bene, è la fotografia più onesta di dove siamo: appesi a un equilibrio energetico che regge finché il sole c'è, e che scopre tutta la sua fragilità nell'ora esatta in cui il sole se ne va. E non è un mero problema di produzione, si tratta di infrastruttura e resilienza.

Mentre discutiamo di vino, di incendi, di presenze turistiche e di gradi percepiti, a qualche migliaia di chilometri da qui è in corso da cinque mesi una guerra che sta riscrivendo le mappe dell'energia mondiale, e che negli ultimi giorni ha aperto un fronte nuovo proprio dove passa una parte enorme di ciò che arriva nelle nostre case e nei nostri distributori.

Una guerra che non si è mai fermata, e ora si allarga

Dal 28 febbraio Stati Uniti e Israele sono in guerra con l'Iran. La tregua firmata a Versailles a metà giugno, con sessanta giorni di negoziato promessi, non è arrivata a un mese di vita: Washington ha ripreso a colpire, Teheran a rispondere, e siamo all'undicesima notte consecutiva di raid americani su obiettivi militari iraniani. Lo Stretto di Hormuz, da cui prima del conflitto passava circa un quinto del petrolio mondiale, è ormai quasi impraticabile: domenica scorsa lo hanno attraversato solo quattro navi, contro le otto del giorno precedente.

E qui la storia arriva a toccarci ancor più da vicino. Negli ultimi giorni gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno dichiarato un embargo marittimo contro le navi saudite che transitano per Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso Suez, al Mediterraneo. E secondo fonti citate da più agenzie internazionali, l'Iran ha chiesto agli Houthi di tenersi pronti a chiudere del tutto quello stretto, se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tradotto: se Hormuz è già compromesso, la seconda porta del petrolio e del gas verso l'Europa è a poca di distanza dal chiudersi anch'essa.

Non ci troviamo davanti ad uno scenario da tavolo di crisi. È una possibilità concreta, discussa apertamente da chi quella decisione la può prendere. L’ennesima dimostrazione della sconfitta strategica degli Stati Uniti che stanno vedendo sgretolarsi la loro potenza egemone, fatta di controllo del mare attraverso i rubinetti delle rotte commerciali: gli stretti, gli stessi stretti che oggi potenze marginali riescono ad inibire e controllare.

Il secondo fronte che di cui ignoriamo l’esistenza: il Sahel

E mentre l'attenzione, quando c'è, resta tutta rivolta al Golfo, un secondo fronte si allarga silenzioso a sud del Mediterraneo, e riguarda l'Italia più direttamente di quanto si pensi. In Mali la crisi è precipitata di nuovo nelle ultime settimane, con attacchi coordinati su Bamako e sulle città strategiche del nord: la giunta di Assimi Goïta, uscita dall'orbita francese dopo la fine dell'operazione Barkhane, si regge ormai sul sostegno russo del cosiddetto Africa Corps, erede di Wagner, con risultati sul campo sempre più deludenti. In Burkina Faso un attacco rivendicato da un gruppo legato ad al-Qaeda ha ucciso almeno ventidue tra soldati e volontari agli inizi di luglio. Mali, Burkina Faso e Niger hanno formato un'alleanza di difesa comune, l'AES, uscendo dall'ECOWAS: un blocco che si autogoverna fuori da ogni cornice occidentale, mentre oltre tre milioni di persone restano sfollate nel Sahel centrale.

In questo scenario, il Niger resta il punto geopolitico più delicato per l'Italia. A Niamey, nella Base 101, sono di stanza circa cinquecento militari della missione bilaterale MISIN, l'unica presenza militare occidentale rimasta nel Paese dopo l'uscita di Francia e Stati Uniti: addestrano le forze di difesa nigerine, comprese le unità speciali, e portano avanti progetti civili di sanità e cooperazione che hanno costruito, in anni di lavoro silenzioso, un consenso raro per un contingente straniero. Ma accanto agli italiani, dal 2024, operano anche i mercenari russi dell'Africa Corps: a febbraio un attacco dell'ISIS ha colpito proprio quella base, e il capo della giunta nigerina ha ringraziato pubblicamente Mosca per il sostegno ricevuto. È la fotografia di un Paese conteso, in cui l'Italia gioca una partita di credibilità e di sicurezza nazionale (sia energetica che di gestione migratoria) che nessun telegiornale racconta per intero.

Se questo equilibrio salta, le conseguenze non restano confinate al deserto o sull’altra riva del Mediterraneo. Il Sahel è il corridoio attraverso cui transita gran parte della pressione migratoria che arriva sulle nostre coste, e in parallelo si intreccia con la tensione mai sopita tra Marocco e Algeria, che oltre a incidere sulle rotte migratorie tocca direttamente anche l'energia: la disputa ha già portato Algeri a rivedere i rapporti gasieri con la Spagna, in un momento in cui ogni metro cubo di gas alternativo alle rotte del Golfo dovrebbe essere un asset da proteggere, non un terreno di rappresaglia diplomatica. Migrazione e sicurezza energetica, in questo quadrante, sono la stessa storia raccontata da due angolazioni.

Il conto che paghiamo già, mentre aspettiamo quello vero

Chiusi in casa con l'aria condizionata, forse non ce ne accorgiamo, ma il conto è già arrivato. Il diesel oggi viaggia oltre i 2,12 euro al litro sulla rete ordinaria e supera i 2,19 in autostrada, ai massimi da mesi, spinto da un Brent tornato sopra i 90 dollari al barile. Sono numeri che, solo qualche mese fa, ci avrebbero fatto tremare i polsi. Oggi, invece, li assorbiamo distrattamente, coccolati da un fotovoltaico che in queste giornate assolate rende bene e maschera il problema di fondo; quando la sua fragilità strutturale si rivela proprio nei minuti del tramonto, lì la produzione solare crolla e la domanda resta alta.

Lo avevamo scritto su queste pagine: il rischio di una crisi energetica peggiore del Covid, dovuta ad uno scenario di guerra prolungata, non è un'ipotesi accademica, è un rischio concreto che si avvicina ogni settimana che passiamo senza prepararci. E la formica, si sa, non aspetta l'inverno per cominciare a lavorare.

Un orizzonte che finisce dove finisce il mandato

Il problema, in Calabria, non è la mancanza di soluzioni. È che la politica locale non guarda oltre l'orizzonte dei cinque anni e non ha cognizione di quello che accade attorno a noi, pregi che l’accomunano a quella nazionale. Così un progetto che porta benefici tra sette o otto anni non interessa a chi non ci sarà più a raccoglierne i frutti. È per questo che le CER pubbliche restano al palo, mentre nel frattempo i Comuni, per tagliare qualche voce di spesa, arrivano a far pagare l'energia dei lumini cimiteriali o a spegnere l'illuminazione in zone centrali ma poco abitate. Si risparmia sui sintomi, non si cura la malattia.

Basterebbe poco, in realtà, per cambiare direzione. Incentivare seriamente il modello delle Comunità Energetiche Rinnovabili, puntare sull'autoconsumo con sistemi di accumulo, i BESS, capaci di restituire alla rete la stabilità che le rinnovabili, da sole, non possono garantire nei momenti di picco, quando il sole non basta più e il vento non c'è.

Cento impianti per cento paesi, prima che sia tardi

Ci vorrebbe un progetto regionale vero, un investimento concreto sui fondi europei per la resilienza energetica, con la stessa serietà con cui in questa programmazione si è investito sulle infrastrutture idriche. Almeno cento impianti da un megawatt, ciascuno con un accumulo da 100 kWh, distribuiti in cento piccoli comuni calabresi, soprattutto in quelli a rischio spopolamento. Sarebbero circa 200 milioni di investimenti, ma potrebbero rappresentare una spina dorsale di resilienza e ristrutturazione energetica strategica per la sopravvivenza della nostra regione. Non è solo una misura energetica: è un presidio economico, un motivo in più per restare in un paese che altrimenti si svuota, un investimento su quella restanza di cui si parla tanto e per cui di concreto si fa poco.

E poi si potrebbe dare l'esempio. Il parcheggio della Regione, immenso e assolato per gran parte dell'anno, potrebbe diventare un parcheggio fotovoltaico: ombra per le auto, energia per il palazzo. Il palazzo regionale stesso potrebbe farsi Comunità Energetica simbolo, invece che ente che parla soltanto di transizione energetica.

La periferia che guarda, mentre il centro trema

Ma tutto questo resta invisibile agli occhi ingannati dai miraggi della calura estiva e dai fumi del buon vino calabrese. Così, mentre attorno a noi il tavolo geopolitico dell'energia trema: Hormuz bloccato, Bab el-Mandeb sull'orlo della chiusura, Suez minacciato per la prima volta da un fronte che si allarga a sud; noi continuiamo ad aspettare la prossima emergenza. Perché programmare, guardare lontano, non ci appartiene più. Non politicamente, e forse ormai nemmeno culturalmente.

Il tramonto arriverà comunque, ogni sera. La domanda è se saremo ancora quelli che aspettano che la luce vacilli per accorgersene, o se avremo finalmente costruito qualcosa che regge anche quando il sole se n'è andato, per ridare luce e speranza alla Calabria.

*esperto di comunicazione politica