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27/01/2026 ore 07.20
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Calabria ferita e ignorata: il ciclone Harry e quel silenzio dei media nazionali che pesa come una condanna storica

La tempesta che ha colpito il Sud riapre una questione antica: la regione colpita, danneggiata e ancora una volta ignorata. Secondo lo psicologo Marco Piccolo, il silenzio rafforza un’identità segnata da marginalità e abbandono: «È violenza sentirsi dire “è colpa vostra”»

di Redazione Attualità

«Il ciclone Harry ha devastato le coste calabresi e siciliane con una violenza senza precedenti. Onde tra le più alte mai registrate nel Mediterraneo hanno colpito infrastrutture, abitazioni, attività economiche e territori già fragili, causando danni stimati in miliardi di euro. Per le comunità coinvolte si è trattato di un trauma reale, improvviso, destabilizzante. Eppure, a fronte della portata dell'evento, la narrazione mediatica nazionale è stata scarsa, frammentaria, rapidamente archiviata. La maggior parte dei grandi media ha trattato l'accaduto come un fatto marginale, quasi una parentesi meteorologica. Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, questo silenzio non è neutro. Rappresenta un secondo trauma che si aggiunge al primo». Lo sottolinea Marco Piccolo, psicologo di Cosenza, in un colloquio con AdnKronos Salute.

No, presidente Occhiuto, i danni del Ciclone Harry non sono colpa dei calabresi

«Judith Herman, una delle maggiori esperte in materia di traumi e abusi, afferma che “il conflitto tra la volontà di negare eventi orribili e la volontà di proclamarli ad alta voce è la dialettica centrale del trauma psicologico”. Quando un evento traumatico colpisce una comunità intera, il riconoscimento pubblico diventa parte integrante del processo di elaborazione. Non basta sopravvivere all'evento: occorre che esso venga visto, nominato, inscritto in una narrazione condivisa», prosegue l'analisi dell'esperto.

«Il mancato riconoscimento sociale e istituzionale – spiega – produce ciò che Sándor Ferenczi, psicoanalista e psichiatra ungherese, definiva il “trauma del trauma”: non la ferita causata dall'evento in sé, ma quella inflitta dalla sua negazione da parte delle figure di riferimento. È una violenza sottile, ma profonda – rimarca Piccolo – sentirsi dire “non è così grave”, “non merita attenzione”, o addirittura “è colpa vostra”. In queste condizioni, ciò che viene negato ritorna sotto altre forme: rabbia diffusa, senso di impotenza, sfiducia nelle istituzioni, vissuti di abbandono, frattura del legame sociale».

Secondo lo psicologo, «questo è particolarmente vero per la Calabria che storicamente sperimenta una relazione ambivalente con lo Stato: territori che spesso sentono di esistere solo quando diventano un problema, un'emergenza o una brutta statistica. Il silenzio che segue il trauma rafforza un'esperienza già nota: quella di non contare abbastanza da meritare attenzione, memoria, cura. Esprimere solidarietà – avverte – non è sufficiente, se resta sul piano emotivo o retorico. La solidarietà deve tradursi in azione, in presa di parola pubblica, in responsabilità politica e comunicativa. Perché qui non si tratta solo di ricostruire strade, porti, abitazioni o attività economiche. Si tratta di ricostruire le persone dopo il trauma. La psicologia del profondo lo insegna da sempre», conclude l'esperto: «Senza riconoscimento non c'è elaborazione. Senza testimonianza non c'è guarigione. Il silenzio non protegge dal dolore, lo rende soltanto più solitario e più distruttivo».

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