Caporalato e mille altri problemi: la Calabria immobile aspetta ancora chi la cambia, dov’è la sinistra?
L’eccidio di Amendolara ha riacceso i riflettori, ma il centrosinistra calabrese si sveglia solo quando ci scappa il morto. Intanto il centrodestra vince per inerzia e il Psi resta l'unica voce fuori dal coro
C’è una terra in cui il tempo sembra essersi fermato, non per preservare una bellezza incontaminata, ma per cristallizzare un fallimento strutturale che si tramanda di decennio in decennio. La Calabria odierna somiglia sempre di più a un treno che viaggia a velocità ridotta su binari pericolanti, mentre intorno tutto va a rotoli. Sanità al collasso, sicurezza ridotta ai minimi termini, disoccupazione endemica che svuota i paesi dei loro giovani migliori, e infrastrutture che definire "da terzo mondo" sarebbe un insulto ai paesi in via di sviluppo.
E poi c'è la piaga delle piaghe, il caporalato. Una schiavitù moderna, silenziosa e feroce, che periodicamente si colora del rosso del sangue, come capitato con i drammatici fatti di Amendolara. L'omicidio di chi lavora nei campi per pochi euro al giorno non è un fulmine a ciel sereno; è la logica conseguenza di un sistema illegale che tutti conoscono, che tutti vedono, ma su cui, per troppo tempo, si preferisce girare lo sguardo altrove. In questo scenario di desertificazione sociale, lo spettacolo offerto dalle opposizioni è ancora più deprimente della realtà stessa.
La sinistra calabrese soffre di una strana patologia cronica: l'effetto "bella addormentata". Vive in uno stato di torpore perenne, salvo poi svegliarsi di soprassalto, improvvisamente indignata, solo in concomitanza di eventi tragici o fatti di sangue che finiscono sui telegiornali nazionali. Tutti sanno, nei palazzi della politica e nei circoli di partito. Tutti conoscono le dinamiche del territorio, ma la parola d'ordine del finto progressismo è sempre la stessa ovvero tacere. Almeno finché il morto ci scappa. In questo deserto di idee e di coraggio, l'unica eccezione è rappresentata dal Partito Socialista Italiano. Fedele alla sua solida tradizione di riscatto sociale e di vicinanza agli ultimi, il PSI calabrese si distingue come una delle poche forze capaci di mantenere la schiena dritta.
Lontani dai riflettori dell'opportunismo e vicini ai bisogni reali del territorio, i socialisti continuano a portare avanti proposte concrete sul lavoro dignitoso, sui diritti dei braccianti e sulla legalità, dimostrando che esiste ancora una politica che non si sveglia solo di fronte alle tragedie, ma che lavora ogni giorno per prevenirle. Di fronte a una coalizione progressista complessivamente sfilacciata, divisa da veti incrociati e incapace di fare tesoro della spinta propositiva di componenti storiche come quella socialista, il centrodestra ha gioco facile. Vince, quasi per inerzia.
Non serve un programma rivoluzionario o un ricambio generazionale per conquistare la guida della Regione, al centrodestra basta presentare sempre gli stessi volti, le stesse formule politiche e gli stessi pacchetti di voti rimescolati a ogni tornata elettorale.
Una continuità di potere che non deve sforzarsi di produrre risultati eclatanti, perché dall'altra parte della barricata la frammentazione spegne ogni alternativa credibile, riducendo l'azione politica a polemiche interne e alleanze naufragate prima ancora di nascere. La Calabria resta così schiacciata tra l'indifferenza di chi governa con le solite facce e l'opportunismo di chi si oppone solo a favore di telecamera. Nel frattempo, i calabresi continuano a pagare il prezzo più alto, quello di una terra bellissima, abbandonata a se stessa.