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17/03/2026 ore 09.50
Attualità

Carità selettiva: quando l’aiuto ascolta solo chi conta

Nelle parrocchie e nei centri di ascolto si intercettano storie di disperazione autentica: famiglie che non arrivano a fine mese, anziani soli, giovani esclusi dal mercato del lavoro. Ma quando le istanze cercano di risalire i livelli più alti della struttura ecclesiale, troppo spesso si infrangono contro muri di formalismo e burocrazia

di Domenico Oliva

In un Paese in cui la povertà cresce silenziosamente – tra bollette insostenibili, lavoro precario e sanità sempre meno accessibile – una delle poche reti di sostegno rimaste è quella della Caritas Italiana. Ogni giorno migliaia di volontari distribuiscono pasti, offrono ascolto, garantiscono un minimo di dignità a chi è rimasto indietro. È una presenza concreta, spesso eroica, che supplisce alle lacune dello Stato.

Eppure, accanto a questa opera meritoria, si staglia una contraddizione sempre più evidente e difficile da ignorare: il silenzio, o peggio l’indifferenza, di parte delle gerarchie ecclesiastiche di fronte alle richieste di aiuto che salgono dal basso.

Nelle parrocchie, nei centri di ascolto, nei dormitori improvvisati, si intercettano storie di disperazione autentica: famiglie che non arrivano a fine mese, anziani soli, giovani esclusi dal mercato del lavoro. Ma quando queste stesse istanze cercano di risalire i livelli più alti della struttura ecclesiale, troppo spesso si infrangono contro muri di formalismo, burocrazia o, semplicemente, disinteresse.

Diverso è il trattamento riservato alle richieste che provengono dai circuiti del potere. Quando a bussare sono politici, amministratori, esponenti influenti della società civile, le porte si aprono con maggiore facilità. Le interlocuzioni diventano rapide, i canali si attivano, le risposte arrivano. Non è solo una questione di accesso: è una questione di priorità.

Questa asimmetria mina la credibilità stessa della Chiesa come istituzione vicina agli ultimi. Perché se è vero che la carità cristiana si fonda sull’attenzione ai più deboli, allora non può esistere una gerarchia dell’ascolto che privilegi chi ha già voce rispetto a chi non ne ha alcuna.

Il rischio è che la carità diventi strumento di rappresentazione più che di trasformazione. Che si limiti a tamponare le emergenze senza interrogarsi sulle cause profonde delle disuguaglianze. E soprattutto che venga percepita come selettiva, condizionata, distante.

Non si tratta di mettere in discussione il lavoro quotidiano di migliaia di operatori e volontari, che restano un presidio fondamentale di umanità. Si tratta, piuttosto, di chiedere coerenza a chi guida l’istituzione. Di pretendere che l’ascolto non sia filtrato dal peso sociale di chi parla, ma dalla gravità del bisogno che esprime.

In una fase storica in cui la distanza tra le élite e il resto della società appare sempre più ampia, anche la Chiesa è chiamata a scegliere da che parte stare. Se continuare a dialogare prevalentemente con il potere, o tornare davvero tra gli ultimi, non solo con le opere, ma anche con le scelte e con la voce.

Perché la carità, per essere autentica, non può avere corsie preferenziali. Deve essere, semplicemente, giusta e,soprattutto, umana.