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14/10/2026 ore 11.10
Attualità

Caro gasolio, sei mesi fa si sapeva chi lo avrebbe pagato e invece si arriva (sempre) a gestire l’emergenza

Le conseguenze della crisi energetica erano chiare da tempo. Oggi quelle le categorie più colpite presidiano i depositi, e dal 16 al 20 ottobre i Tir si fermeranno. È lo stress test che nessuno ha fatto per tempo, né le istituzioni né chi rappresenta le imprese, e che adesso la Calabria farà dal vivo

di Redazione

Siamo in emergenza. Prezzi dei carburanti fuori controllo, filiere sotto forte stress economico, costi energetici per l’inverno che si annunciano proibitivi per tante famiglie fragili, approvvigionamento e costi di trasporto (che si ripercuotono sui prezzi al consumo) che, nelle aree rurali, pesano più che altrove. Proteste che si susseguono ogni giorno in ogni angolo della Calabria. Tutto questo era davvero così imprevedibile sei mesi fa? No, non lo era.

L’8 aprile e il 24 aprile, su queste stesse pagine, abbiamo parlato di quello che sarebbe potuto succedere nei mesi successivi, con dovizia di particolari, come vedremo. Eppure né la politica né le parti sociali e le associazioni di categoria, che oggi, quando l’emergenza è ormai esplosa, giustamente protestano, hanno avuto l’orecchio e la sensibilità necessari per capire l’onda che stava montando all’orizzonte e che, prima o poi, si sarebbe abbattuta sulla Calabria e sull’Europa intera.

Abbiamo perso sei mesi senza affrontare fino in fondo il problema, davanti a uno scacchiere internazionale che non prometteva niente di buono. La responsabilità della situazione è di tutti, in maniera condivisa, non per assolvere la politica, anzi. Ma una politica miope, se non viene stimolata dalle parti sociali, resta tale. E una società miope non può che produrre un circolo vizioso: problemi non individuati in tempo diventano emergenze, che generano dolore, sofferenza e rabbia sociale.

Per qualche giorno, a Vibo Marina, la Calabria ha visto da vicino cosa significa restare a secco. Il presidio degli agricoltori davanti ai depositi è rimasto attivo giorno e notte; in città, i primi distributori si sono svuotati, alle pompe ancora aperte si sono formate le file e le autobotti sono state dirottate verso Taranto.

Lunedì 5 ottobre erano arrivati alla Cittadella regionale circa cento mezzi pesanti. Da allora, la protesta si è allargata a Lamezia, Cosenza, Castrovillari e Falerna, mentre a Vibo Marina il presidio continua e gli autotrasportatori hanno confermato il fermo dal 16 al 20 ottobre. Uno dei rappresentanti di Fedralog si è già scusato in anticipo con chi non troverà il latte o la pasta sugli scaffali dei supermercati.

Distributori a secco, scaffali vuoti. Ad aprile, scenari del genere sembravano esagerazioni da convegno.

Il 24 aprile, su queste pagine, avevo posto una domanda semplice: se il prezzo del diesel aumenta del 30%, chi lo paga? E avevo provato a rispondere con un elenco. Lo pagano le cooperative agricole che spediscono al Nord. Lo pagano i trasportatori che riforniscono i supermercati delle aree interne. Lo pagano le famiglie che non hanno alternative all’auto privata.

Sei mesi dopo, il Codacons certifica che un litro di gasolio costa il 30,2% in più rispetto a prima della guerra in Iran. Trenta per cento. E, secondo Confartigianato Calabria, tra febbraio e settembre ogni camion ha speso in media 11.200 euro in più di carburante. E quelli dell’elenco oggi presidiano i depositi, bloccano le statali e preparano il fermo.

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Non serviva Cassandra

Non servivano sfere di cristallo né informazioni riservate: bastava leggere i rapporti pubblici dell’IEA, del Fondo monetario internazionale e dell’ISPI. Cassandra era condannata a vedere il futuro e a non essere creduta. Qui la maledizione è rovesciata. Il futuro non andava indovinato: era scritto negli eventi che si susseguivano, settimana dopo settimana. Il problema non è il profeta, ma il fatto che chi aveva il compito di leggere quei numeri, per ruolo istituzionale o di rappresentanza, non sia riuscito a trasformarli per tempo in decisioni e iniziative.

E quei segnali sono rimasti a lungo senza una risposta. L’8 aprile raccontavo che il prezzo del gas stava raddoppiando e proponevo un tavolo permanente con le parti sociali. A luglio, cento impianti con accumulo in cento piccoli comuni e circa duecento milioni di euro di fondi europei per la resilienza energetica.

Il tavolo, alla fine, è arrivato. Dopo la mobilitazione di lunedì 5 ottobre, l’assessore Montuoro ha nuovamente convocato la delegazione degli autotrasportatori, che ha ottenuto una consulta come tavolo tecnico. Nel frattempo, però, erano passati sei mesi durante i quali analisi e soluzioni avrebbero potuto prendere forma.

Gli stessi autotrasportatori hanno aggiunto un dettaglio che dice tutto: la consulta non permetterà di discutere in tempi brevi gli enormi problemi del settore e, per questo, lo sciopero resta proclamato. Il tavolo che ad aprile sarebbe servito a prevenire, a ottobre serve a contenere.

Lo stress test lo faranno i camion

Ad aprile avevo prospettato anche un’altra cosa, in due tempi. L’8 aprile, uno stress test sulle filiere calabresi. Il 24 aprile, una simulazione precisa: cosa sarebbe successo nei nostri comuni con il gasolio raddoppiato per sei mesi. In una regione che muove su gomma quasi tutto ciò che produce e consuma, la domanda era lampante. Per quanto tempo un’impresa di trasporto può reggere costi fuori controllo prima di fermarsi? E cosa succede ai paesini e alle aree rurali che dipendono quotidianamente soltanto da quei camion?

Quella simulazione non l’ha fatta nessuno. Adesso la faranno i camion, dal vivo. Fedralog Calabria ha confermato il fermo regionale dal 16 al 20 ottobre e chiede che i mezzi pesanti delle imprese aderenti restino fermi, salvo quelli impegnati nei servizi essenziali. Le ragioni addotte sono, una per una, le variabili di quello stress test mancato: il carburante che si somma ai costi del personale, delle assicurazioni, della manutenzione e delle rate dei mezzi; la pressione sulle tariffe; e il risultato finale, con numerose aziende che hanno esaurito le proprie risorse finanziarie.

E qui va detta una cosa scomoda, senza togliere nulla alla legittimità della protesta. Quelle variabili gli autotrasportatori le conoscevano meglio di chiunque altro: le leggevano ogni mese nei conti delle proprie aziende, a ogni pieno e a ogni fattura. Eppure, per quanto è emerso nel dibattito pubblico, la mobilitazione e le richieste di un tavolo e di strumenti strutturali sono arrivate solo tra la fine di settembre e ottobre, quando le casse erano già vuote.

Come la politica, anche la rappresentanza si è mossa con maggiore forza solo quando l’acqua era ormai alla gola. Una richiesta di confronto fatta ad aprile, con le imprese ancora in piedi, avrebbe avuto un altro peso e un altro tempo. Fatta oggi, diventa inevitabilmente un ultimatum. E a quel punto, per tutti, resta solo la gestione dell’emergenza.

La differenza, davanti a uno shock, sta tutta nella durata. Un’impresa assorbe un picco di qualche settimana, ma non una crisi che attraversa due stagioni. La durata era esattamente la variabile da simulare ad aprile. Oggi è la ragione per cui i Tir si fermano.

La Federazione lo sintetizza meglio di qualsiasi analisi: «Quando si ferma l’autotrasporto, non si ferma soltanto un camion». Si ferma una catena di imprese, negozi, famiglie e territori, insieme all’approvvigionamento quotidiano di beni essenziali. Il fermo, spiegano, non è una decisione presa a tavolino, ma una necessità. Viene da pensare che proprio quel tavolo, ad aprile, sarebbe servito. A tutti.

L’airbag e il freno

Poi, in una settimana, la Regione trova le risorse: il presidente Occhiuto annuncia un intervento straordinario da 15 milioni di euro, «il massimo che la Regione può fare». Il 5 ottobre il Consiglio approva l’emendamento: la Regione è autorizzata a concedere contributi una tantum a fondo perduto alle imprese, fino a un massimo di 15 milioni di euro, a parziale ristoro delle spese sostenute nel 2026 per l’aumento del costo del carburante.

Chi potrà accedervi lo deciderà la Giunta, che mercoledì 14 ottobre dovrebbe fissare criteri e importi, a partire dal gasolio agricolo e dall’autotrasporto.

Sia chiaro: quei soldi servono. Chi li riceverà fa bene a prenderli e la rabbia di chi sta in piazza è legittima. Va anche riconosciuto alla Regione di averli trovati in pochi giorni. Ma la formula scelta dal legislatore è rivelatrice: una tantum. È la definizione esatta di un airbag.

Pensate a un’auto lanciata contro un muro. Ci sono due modi per salvare chi è a bordo: il freno e l’airbag. Il freno lavora prima, in silenzio, e se funziona non succede niente. Nessuno racconta di una frenata riuscita. L’airbag lavora dopo l’impatto, una volta sola. Esplode, fa rumore, salva qualcuno lasciando segni e ripercussioni e il giorno dopo tutti ne parlano.

La politica calabrese ha finito per intervenire soprattutto attraverso l’airbag. E per mesi neppure chi oggi è in piazza ha chiesto con sufficiente forza di attivare il freno.

Non serve immaginare un cinismo deliberato, una regia che aspetta la sofferenza per poi distribuire sollievo. È più semplice: è un sistema di incentivi. Una crisi evitata difficilmente genera gratitudine immediata, non produce video e non si inaugura. Una crisi tamponata si annuncia, si rivendica, si mostra davanti alla telecamera. La prevenzione paga, forse, dopo la fine del mandato. L’emergenza paga subito.

Conta anche da dove arrivano quei quindici milioni. Sette provengono dai fondi inizialmente impegnati per le operazioni di voto del referendum sui sottosegretari, gli altri otto dall’avanzo di gestione dell’esercizio 2025. Le risorse, dunque, sono state individuate all’interno del bilancio regionale. La domanda, allora, non è se quei soldi si potessero trovare, ma se, nei limiti consentiti, una parte di quello spazio finanziario potesse essere mobilitata prima e diversamente: per costruire un freno, invece di gonfiare un airbag.

Prima del prossimo muro

Il prossimo muro è già in calendario. Il primo è il fermo dei Tir, tra pochi giorni. Il secondo si chiama inverno, si chiama riscaldamento, si chiama gas da comprare a caro prezzo. Per non sbatterci contro serve poco, e quel poco costa quasi nulla:

Sono freni. Non fanno notizia. Proprio per questo è più difficile che un sistema politico li scelga spontaneamente: vanno pretesi, e vanno pretesi per tempo, da tutti noi, perché riguardano la nostra vita di ogni giorno.

Chi oggi sta in piazza è arrivato tardi, così come chi sta nel palazzo. Ma oggi sembra averlo capito: il 30 settembre la CNA Calabria chiedeva risposte strutturali prima che l’emergenza diventasse crisi, proponendo un Patto sociale sui carburanti, mentre Confartigianato chiede di attivare la consulta come luogo di monitoraggio del settore.

Gli autotrasportatori non chiedono solo un contributo al litro, ma meccanismi che leghino le tariffe ai costi del carburante: strumenti che lavorino prima della crisi, non dopo. Chiedono un freno. Il punto sarà non dimenticarsene quando i prezzi scenderanno.

Se nulla cambia, venerdì 16 ottobre i camion si fermeranno e la Calabria farà sulla propria pelle la simulazione che non abbiamo fatto a tavolino. Ma la domanda da porci in Calabria, nei palazzi come nelle associazioni, resta un’altra: cosa abbiamo fatto prima? E soprattutto, cosa faremo in questi giorni, gli ultimi prima che il muro diventi uno scaffale vuoto, quando c’è ancora il tempo per governare con coraggio?

* Esperto di comunicazione politica