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12/10/2026 ore 08.52
Attualità

Casini non molla per 44 anni, Vespa resiste anche col gesso: l’Italia è il paese in cui il potere non lascia spazio al futuro

Tra politica e televisione, i soliti protagonisti restano in scena mentre il futuro aspetta fuori dalla porta. Non è una questione anagrafica, ma di idee, responsabilità e capacità di farsi da parte

di Tacco di Ghino

Cambiano i governi, muoiono i partiti, si spengono le ideologie. Loro restano. Intatti, immutati, sempre al loro posto, come mobili di una casa che nessuno ha mai avuto il coraggio di riordinare.

Pier Ferdinando Casini ha attraversato quarantaquattro anni di Parlamento. Quarantaquattro anni di governi, alleanze, rotture, ricomposizioni e riciclaggi politici. Democristiano quando i democristiani c’erano, centrista quando il centro è diventato un rifugio, uomo di tutte le stagioni quando le stagioni sono cambiate. Ha resistito a tutto: persino all’idea, finora impensabile, di non ricandidarsi. Ma ‘Pierfurby’ lo annuncia solo adesso, ad un passo dal rinnovo della presidenza della Repubblica. Una coincidenza? Ah saperlo!

Bruno Vespa, dal canto suo, non si ferma nemmeno davanti al gesso. È arrivato in televisione fasciato e ingessato, trasformando la semplice voglia di andare in onda in un rito quasi religioso. Come se il Paese crollasse se manca una puntata. Come se la poltrona fosse una parte del corpo, da immobilizzare insieme alla gamba. Lui che per quasi mezzo secolo ha attraversato governi, maggioranze, opposizioni di tutti i tipi e colori, rimanendo eternamente a galla. Ma non basta essere eterni: a un certo punto bisognerebbe anche sapere quando lasciare il posto. O almeno quando smettere di confondere la presenza con l’indispensabilità.

Due volti, due percorsi, una sola Italia: quella dei sempreverdi. Quella in cui il potere non si conquista, si custodisce. In cui l’esperienza diventa rendita, la longevità diventa diritto acquisito.

Mentre altrove trentenni e quarantenni prendono la guida dei governi, da noi la scena pubblica sembra un club riservato ai professionisti della permanenza. Non si chiede più chi merita il posto: si dà per scontato che il posto appartenga a chi lo occupa da sempre.

Certo, essere giovani non è una qualità automatica: basta guardare al nostro governo e al nostro Parlamento per capire che l’età anagrafica, da sola, non produce né competenza né visione. Ci sono giovani ministri, sottosegretari e parlamentari capaci di essere più vecchi nella mentalità di molti loro colleghi con i capelli bianchi. Il problema non è quindi sostituire i vecchi con i giovani per principio: è sostituire chi si è arroccato con chi ha idee e visione.

E se serve una conferma, la dà l’attuale inquilino del Quirinale. Sergio Mattarella, così come è stato Giorgio Napolitano, ha dimostrato che l’età non è un limite quando si accompagna a personalità, autorevolezza e capacità di leggere il presente. Mattarella è ancora in carica e continua a esercitare la sua funzione con la stessa lucidità, la stessa fermezza e la stessa capacità di stare al passo con i tempi. Non occupa il potere per abitudine: lo esercita con responsabilità, lasciando un segno. È questa la differenza tra autorità e permanenza, tra servizio pubblico e rendita di posizione.

Il problema, beninteso, non è l’età. È la presunzione che il futuro possa aspettare, che le nuove generazioni possano continuare a fare il tifo dai corridoi mentre i titolari non lasciano mai il campo. Un Paese che non sa passare il testimone finisce per trasformare la storia in museo e la politica in pensione anticipata con microfono e telecamera.

E così l’Italia continua a guardare indietro, compiaciuta, mentre il futuro aspetta fuori dalla porta. Da troppo tempo.