Caso Report, dietro la caduta di Ranucci non c'è una riforma dell'informazione ma la solita bonifica del potere
Il paradosso di questa storia è che non ci sono vincitori. Da una parte c’è una maggioranza che scambia il controllo del palinsesto per un risanamento morale, dall’altra una redazione che ha scambiato la propria sopravvivenza con la certezza dell’infallibilità
C’è una telecamera accesa nel buio, un faretto che taglia una strada di provincia e un cronista che aspetta. Aspetta un politico, un faccendiere, un dirigente d’azienda con la cartella sotto il braccio. Chi sta dall’altra parte dello schermo vede un’esecuzione o un atto di giustizia, a seconda di dove mette la croce sulla scheda elettorale. È la solita dinamica. Da mesi il dibattito politico si è concentrato su una cifra sventolata come una sentenza, l’ottantatré per cento. Secondo i detrattori del centro-destra, “Report” dedicherebbe otto servizi su dieci a colpire la maggioranza di turno, trasformando la Rai in un plotone d’esecuzione editoriale.
Si grida al complotto, all’agguato mediatico. Eppure la questione è più semplice, quasi fisica.
Prendiamo per buona la teoria del fumo e del fuoco. Chi governa gestisce i rubinetti del potere. Muove i capitali, decide le nomine nei consigli di amministrazione, assegna le concessioni statali e firma i decreti per le grandi opere. È lì che scorre il denaro vero, ed è lì che si concentra il rischio di corruzione o di malaffare. Pretendere che un’inchiesta giornalistica dedichi lo stesso spazio alle magagne dell’opposizione e a quelle di chi manovra la spesa pubblica significa confondere il giornalismo con un bilancino da farmacista. Il potere attira l’attenzione dell’inchiesta perché è il luogo dove si decide la vita degli altri. Un giornalismo d’inchiesta che si rispetti non censisce le opinioni, ma osserva i comportamenti nei luoghi dove le decisioni prendono corpo. Dove c’è la gestione delle risorse, lì si addensano i sospetti. Semplice.
Report senza Ranucci: ora tocca all’opinione pubblica difendere la libertà di stampaC’è però l’altro lato della medaglia che è la selezione del target. Chi fa questo mestiere lo sa bene: il montaggio è una scelta. Non c’è nulla di neutro in un obiettivo che stringe su un dettaglio ed esclude il resto del campo. Se la redazione decide di mettere sotto la lente per mesi una singola area politica, ignorando con precisione i mercati d’influenza gestiti dalle giunte di colore opposto, non sta solo raccontando la realtà, ma la sta sagomando. È la critica della parzialità sistemica. Non si inventano i fatti (i fatti sono veri, le carte parlano, le intercettazioni sono lì) ma si sceglie quali fatti mostrare al pubblico e quali lasciare negli archivi. Così l’ottantatré per cento smette di essere un’invenzione dei propagandisti e diventa il sintomo di una linea editoriale che rischia di confondere l’inchiesta con la militanza.
In questo contesto la forma è diventata sostanza. Il conduttore non è più soltanto il giornalista che introduce i servizi da uno studio televisivo. È diventato uno scudo, una protezione pensata per assorbire le querele temerarie, le minacce, gli attacchi dei quotidiani d’area e il fango dei social network. Serve un meccanismo corporativo per permettere ai giovani inviati di lavorare sul campo senza finire stritolati al primo avviso di garanzia. Ma quando quel meccanismo si incrina, o quando il conduttore si trasforma in un tribuno da piazza che riempie i teatri come un leader di partito, la trasmissione perde la sua natura di specchio della realtà e diventa un attore politico a tutti gli effetti. E un attore politico, sul servizio pubblico, dura fino alla prossima tornata elettorale.
Chi oggi brinda nelle stanze del potere per il ridimensionamento della trasmissione commette un errore. Crede di aver disarmato un nemico. In realtà ha solo mostrato quanto sia fragile la pelle della democrazia italiana di fronte al controllo di chi gestisce le notizie. Il paradosso di questa storia è che non ci sono vincitori. Da una parte c’è una maggioranza che scambia il controllo del palinsesto per una bonifica morale. Mentre dall’altra una redazione che ha scambiato la propria sopravvivenza con la certezza dell’infallibilità.
Restano le immagini girate sulla strada, quelle che non hanno bisogno di studio, di conduttori da palcoscenico o di percentuali sventolate in vigilanza Rai. Un’inchiesta fatta bene non deve piacere a nessuno. Non deve consolare l’opposizione né fare da scudo al governo. Deve solo mostrare la polvere sotto il tappeto, prima che qualcuno decida di cambiare il pavimento. E la sensazione, guardando la luna e non il dito puntato verso la televisione, è che da domani di polvere ne vedremo molta meno. Non perché le stanze siano diventate più pulite, ma perché hanno semplicemente spento le luci.
*Documentarista