Cetraro: “Calcia l’autismo” presenta Nao, il robot ballerino che aiuta i ragazzi neurodivergenti
Secondo gli scienziati aiuta i ragazzi autistici o con disabilità cognitiva a interagire. L’evento, organizzato dall’associazione si è svolto nell’aula magna dei licei Silvio Lopiano perché fortemente voluto dal dirigente dell’istituto Graziano di Pasqua
di Francesca Lagatta
Si chiama Nao ed è un ballerino provetto il robot che, secondo gli scienziati, aiuta i ragazzi autistici o con disabilità cognitiva a interagire. Nao è stato il protagonista dell’evento organizzato dall'associazione "Calcia l'autismo" che si è svolto ai licei Silvio Lopiano di Cetraro nella giornata mondiale della consapevolezza dell'autismo. L'evento rientra nel progetto “Diversi perché unici”, sviluppato insieme all’Ambito Territoriale e Sociale di Paola.
Consapevolezza dell’autismo
La manifestazione è stata fortemente voluta dal dirigente scolastico Graziano Di Pasqua, che dunque spalanca le porte all’inclusività affinché alunni e docenti possano accogliere al meglio gli studenti neuro divergenti che scelgono di studiare nell’istituto cetrarese. «Nao è un progetto che stiamo portando avanti anche l’università della Calabria, con il professor Gianluigi Greco – ci dice il presidente di "Calcia l'autismo", Luigi Lupo -, e l’obiettivo è quello di poter rendere utile l'intelligenza artificiale alla disabilità, soprattutto intellettiva».
L’importanza del contatto umano
La manifestazione ha visto anche la partecipazione del sociologo Gianluca Paletta, esperto in musicoterapia e terapia espressivo-corporea. Paletta ha insegnato ai ragazzi come comportarsi con i coetanei che hanno particolari esigenze comunicative, portando in aula magna una ventata di entusiasmo. «Ho semplicemente stimolato un elemento che si prende poco in considerazione, cioè l'abbraccio, il contatto fisico, un semplice gesto, quello di mettere una mano sulla spalla, ma bisogna farlo con intensità e con un sentimento. Questo era un modo per far capire come sia semplice includere, quando lo si vuole veramente, perché l'inclusione parte soprattutto da noi e i gesti che noi facciamo devono avere un significato, una profondità e un'intensità emotiva. Quindi ho voluto stimolare i ragazzi a questo tipo di approccio».