Contro lo spopolamento, un passo avanti per il futuro della Calabria: nasce l’Osservatorio Regionale Demografico
Tenuto a battesimo a Vibo Valentia un progetto che si propone di affrontare concretamente una delle emergenze più gravi del territorio, tentando di fermare la fuga ma soprattutto di ridare un senso al restare
A Vibo Valentia si è tenuta una riunione che potrebbe rappresentare un passaggio tutt’altro che secondario nel dibattito pubblico calabrese. Al termine dell’incontro, infatti, si è proceduto alla costituzione dell’Osservatorio Regionale Demografico (Ord), organismo nato con l’obiettivo di portare finalmente al centro dell’attenzione una delle questioni più drammatiche che stanno investendo la Calabria e, in modo ancora più evidente, il Vibonese: il declino demografico.
A darne notizia sono stati gli stessi promotori dell’iniziativa: l’avvocato Daniela Primerano, presidente dell’Osservatorio Civico Città Attiva; il giornalista e poeta Michele Petullà; la professoressa Anna Murmura, vicepresidente della Fondazione Murmura e presidente dell’Archeoclub d’Italia di Vibo Valentia; e il pizzitano Giovanni Durante, autore di numerosi studi e articoli sulla demografia provinciale e regionale, oltre che attento cultore di statistica demografica.
Già questo basta a far comprendere il valore dell’iniziativa: non il solito appello affidato alla buona volontà di pochi, ma il tentativo concreto di costruire uno spazio stabile di analisi, proposta e pressione civile attorno a un’emergenza che per troppi anni è stata sottovalutata, minimizzata o, peggio ancora, considerata inevitabile.
Perché la verità è che la Calabria si sta svuotando. E il Vibonese, da questo punto di vista, è uno dei territori in cui la ferita appare più profonda, più evidente, più allarmante.
I numeri, del resto, parlano da soli. La popolazione residente in Calabria è passata da 2.063.300 abitanti nel 1995 a 1.850.366 nel 2023, con una flessione del 10,3%. Un dato devastante, soprattutto se confrontato con il +8,1% del Centro-Nord e persino con il -3,8% del Mezzogiorno. In altre parole: la Calabria non solo perde popolazione, ma la perde più rapidamente e più drammaticamente di quasi tutto il resto del Paese.
A pesare non è soltanto il crollo delle nascite o il saldo naturale negativo, cioè il fatto che i decessi superino le nascite. A rendere ancora più grave il quadro è anche il saldo migratorio verso le altre regioni, pari al 5,2 per mille, un dato nettamente peggiore rispetto al -2,7 per mille del Sud Italia, e che l’immigrazione dall’estero non riesce minimamente a compensare. È così che la Calabria si ritrova, subito dietro la Basilicata, con il triste primato di una delle regioni italiane con il più elevato tasso migratorio in uscita.
Tradotto: la Calabria non sta soltanto invecchiando. Sta anche continuando a farsi portare via il futuro.
Ed è qui che l’Osservatorio Regionale Demografico assume un valore che va ben oltre il semplice dato associativo. Perché ha compreso una cosa fondamentale: la questione demografica non è un tema per specialisti, né una materia da confinare in qualche seminario tecnico. È la madre di tutte le emergenze calabresi.
Perché dentro lo spopolamento si intrecciano quasi tutte le altre crisi. Se i giovani partono, si restringe la forza lavoro. Se le famiglie diminuiscono, crollano i consumi e il commercio si indebolisce. Se nascono sempre meno bambini, si perdono classi scolastiche, si svuotano i paesi, si spegne la vita sociale. Se aumenta in modo vistoso la popolazione anziana, cresce la domanda di servizi sociosanitari, di assistenza, di welfare locale, di reti di prossimità. E quando tutto questo avviene contemporaneamente, non si è più davanti a una semplice fase difficile: si è davanti a una vera e propria crisi di tenuta del territorio.
A rendere ancora più fragile il quadro c’è poi la forte frammentazione territoriale della Calabria. Su 404 comuni, ben 101 contano meno di mille abitanti, altri 112 hanno meno di duemila residenti, mentre altri 57 comuni si fermano sotto i tremila abitanti. Numeri che raccontano una regione spezzettata, fragile, esposta, dove intere comunità rischiano progressivamente di non avere più massa critica sufficiente per reggere servizi, funzioni, rappresentanza e prospettive.
E se il quadro regionale è allarmante, quello vibonese assume tratti persino più impressionanti.
Dal 1951 a oggi, sui 50 comuni del Vibonese, ben 17 hanno registrato un calo della popolazione compreso tra il 50% e il 75%. In altri 8 comuni la perdita si colloca tra il 40% e il 50%, mentre in altri 6 centri il calo oscilla tra il 30% e il 40%. A fronte di questo scenario, sono appena tre i comuni che registrano un saldo attivo.
Sono numeri che non descrivono semplicemente una difficoltà. Descrivono un arretramento storico.
Un arretramento che ha colpito in primo luogo il comprensorio delle Serre, con un crollo del 55,8% degli abitanti, per poi estendersi progressivamente all’Alto Mesima (-49,9%), all’Angitolano (-37,8%), e che oggi minaccia in maniera sempre più evidente anche la Costa (-26,%%) e l’area del Poro (-12,8%). Una dinamica che si è allargata come un’onda lunga, partendo dalle aree interne e investendo via via quasi ogni pezzo del territorio provinciale.
Ecco perché la nascita dell’Ord non può essere letta come una semplice iniziativa culturale o come l’ennesimo tavolo di discussione. Sarebbe un errore riduttivo. Qui siamo davanti a un tentativo serio di dare struttura, continuità e metodo a una battaglia che riguarda il presente e il futuro stesso della Calabria.
Il merito più grande dell’Osservatorio, infatti, sta nel voler agire su due livelli insieme. Da un lato, informare e rendere consapevoli: portare dati, mappe, scenari, analisi e letture dentro il dibattito pubblico e nelle sedi decisionali, comunali e regionali. Dall’altro, stimolare progettualità concreta, capace non solo di denunciare le cause dell’emigrazione e della denatalità, ma anche di aiutare istituzioni, scuole, imprese, associazioni e comunità a ripensarsi rispetto alle sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dalla perdita progressiva di residenti.
È, in sostanza, un tentativo di passare dalla constatazione del disastro alla costruzione di una risposta.
E in questo senso, le prime iniziative annunciate vanno nella direzione giusta. L’idea di partire con un progetto volto a trattenere in Calabria la popolazione in età universitaria, promuovendo il sistema universitario regionale, e con un convegno aperto ai rappresentanti istituzionali nazionali e regionali del Vibonese e ai cinquanta sindaci, per illustrare i dati già raccolti, rappresenta un segnale importante. Perché significa partire da ciò che più conta: i giovani e la consapevolezza politica.
Naturalmente nessuno può illudersi che basti un Osservatorio a risolvere da solo una crisi di questa portata. Sarebbe ingenuo pensarlo. Lo spopolamento non si combatte con una sigla, né con la sola buona volontà di chi studia il problema. Servono politiche pubbliche vere, investimenti, trasporti efficienti, lavoro stabile, servizi degni, università attrattive, sanità funzionante, incentivi al ritorno e condizioni concrete per restare.
Ma è altrettanto vero che nessuna politica seria può nascere senza una piena assunzione di coscienza del problema. E proprio qui sta la forza dell’iniziativa.
Per troppo tempo la Calabria ha vissuto lo spopolamento come un fatto quasi naturale, come se vedere partire i giovani, svuotarsi i paesi, chiudersi le classi e invecchiare le comunità fosse un destino già scritto. Non lo è. O meglio: lo diventa solo se si smette di contrastarlo.
Per questo l’Osservatorio Regionale Demografico merita attenzione, sostegno e ascolto. Perché prova a fare ciò che spesso è mancato: guardare il problema in faccia senza rimuoverlo. E perché, finalmente, prova a trasformare la preoccupazione in proposta.
La verità è che oggi la sfida non è soltanto fermare la fuga. È ridare un senso al restare. Rendere la Calabria, e il Vibonese in particolare, un luogo in cui vivere non sia un gesto di resistenza solitaria, ma una possibilità concreta, dignitosa, credibile.
E in una terra che troppo spesso arriva tardi su tutto, anche un primo passo serio può valere moltissimo.