Così si uccide lentamente la Calabria: il silenzio dei paesi svuotati e le colpe della politica
Lo spopolamento non è una fatalità né una conseguenza inevitabile della modernità. È il risultato di scelte politiche che hanno impoverito servizi, infrastrutture e opportunità. Mentre i paesi dell’entroterra si svuotano, il Mezzogiorno continua a pagare il prezzo di decenni di abbandono istituzionale
Il silenzio, in certi paesi dell'alto Ionio, ha un rumore preciso. È il ronzio elettrico di un frigorifero vuoto che risuona attraverso una finestra spalancata, dove nessuno si affaccerà più. Sulle scale di pietra di Alessandria del Carretto, la controra non finisce mai. Un tempo c’erano i giochi dei bambini, le grida, l’odore acre del soffritto che marcava i confini della mezza giornata. Oggi resta il cemento che crepa, il muschio che si mangia i portoni e quel senso di rassegnazione che Franco Laratta, nel suo editoriale di domenica, con una rabbia lucida, ha chiamato l’inverno demografico del Sud. Eppure la politica tace. Non sa che fare. Guarda altrove. Relega il dramma a folklore da terza pagina, come se la morte per asfissia di un’intera civiltà fosse una fatalità meteorologica, e non il risultato scientifico di decenni di sciacallaggio e ignavia istituzionale.
Perché lo spopolamento non è un destino. È un crimine d’omissione firmato da una classe dirigente che ha barattato il futuro del Mezzogiorno con il consenso a breve termine.
Per capire il disastro bisogna smetterla con le statistiche asettiche dell’Istat e guardare le scarpe di chi resta. La restanza non è pigrizia. Se ho capito bene la lezione di Vito Teti, è un atto di resistenza carnale, quasi eroico, che si scontra ogni giorno con l’evaporazione del minimo sindacale di cittadinanza, scientificamente smantellato da Roma e dalle gestioni regionali. Se per fare una mammografia devi fare ottanta chilometri di curve e buche su una statale che frana alla prima pioggia, la tua non è vita. È una scommessa contro la sorte. Il Sud non si svuota per un’improvvisa svogliatezza dei suoi giovani, ma si svuota perché la politica, ieri con la mannaia dei tagli lineari e oggi con l’ipocrisia dei bilanci in ordine, ha sventrato le infrastrutture sociali. Gli ospedali riconvertiti in scatole vuote per pagare i debiti dei vecchi comitati d'affari. Le scuole accorpate per risparmiare pochi spiccioli. Gli uffici postali che aprono a giorni alterni, come se il tempo dei vecchi valesse meno dei dividendi di un consiglio d'amministrazione.
L’inverno demografico: il Sud si spopola e diventa sempre più povero. Ma ciò che spaventa davvero è il silenzioLa colpa storica è di chi ha gestito il Meridione come un bacino elettorale da spremere e poi abbandonare. Prima i governi nazionali hanno tollerato, quando non agevolato, la fuga dei cervelli per allentare la pressione sociale, usando le rimesse degli emigrati come ammortizzatore sociale gratuito. Poi, le amministrazioni locali hanno risposto al declino con la retorica dei «borghi-cartolina», l'illusione ottica dei festival estivi finanziati con i fondi europei sottratti allo sviluppo strutturale. Tre giorni di tamburelli e fiumi di birra a spese pubbliche, poi il buio per altri dieci mesi. Questa non è economia. È una parodia dello sviluppo, la foglia di fico di sindaci e assessori che non sanno pianificare e preferiscono distrarre le comunità anziché salvarle. La rigenerazione non si fa vendendo le case a un euro per finire sui tabloid stranieri. Si fa portando la banda larga dove i governanti attuali non sono stati capaci di garantire nemmeno l'acqua corrente, permettendo a un programmatore di progettare il futuro senza l'obbligo del confino a Milano o a Stoccarda.
Tre sindaci, una sfida comune: così i piccoli centri calabresi provano a fermare lo spopolamentoMentre i palazzi romani partoriscono la secessione dei ricchi sotto il nome di autonomia differenziata, i viceré del Sud si piegano ai diktat dei rispettivi partiti, incapaci di alzare la voce per pretendere l'unica vera misura di giustizia: una fiscalità di vantaggio strutturale. Zero tasse per dieci anni a chi apre un’attività sopra i seicento metri di altitudine. Ma per farlo servirebbe il coraggio del conflitto, una dote che la politica presente, schiacciata sulle nomine della sanità e sui finanziamenti a pioggia, non possiede più. Le università meridionali, anziché essere spinte a diventare incubatori selvaggi di competenze legate alla manutenzione di un territorio che frana a ogni sciroccata, sono state lasciate navigare a vista, orfane molto spesso di una strategia nazionale che consideri il Mezzogiorno una risorsa e non una palla al piede.
Ogni ragazzo che sale su un treno a Lamezia Terme con una valigia di cartone digitale è una condanna senza appello per chi ha governato e per chi governa oggi. Rimane una domanda, che brucia più del sole di luglio sulla Sila: cosa resterà di queste terre, di questi paesi, quando l'ultimo vecchio spegnerà la luce della cucina e la politica avrà finalmente finito di celebrare i suoi funerali con i soldi del Pnrr? Forse solo il silenzio del frigorifero, e la colpevole certezza di essere stati complici di un assassinio premeditato.
*Documentarista