Costruire un patto educativo contro la ‘ndrangheta è possibile, Costabile (Unical): «Così formiamo coscienze critiche»
Il docente di Pedagogia dell’Antimafia all’Università della Calabria a confronto con 500 studenti universitari nell’incontro che ha visto coinvolto anche il network LaC: «I giovani ci sono non sono affatto disinteressati. Spesso sono solo stufi di un’antimafia retorica che parla di loro senza parlare con loro»
All'Università della Calabria, nell'Aula Solano, si è svolto l'incontro dal titolo "Il contrasto culturale alle mafie. Per un patto educativo contro la 'ndrangheta", un momento di riflessione alta che ha intrecciato il ruolo dell’università, della magistratura, delle istituzioni e il mondo dell'informazione.
L'iniziativa, inserita nel solco della pedagogia dell'antimafia, promossa dal Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria insieme alla Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro, ha ottenuto un successo straordinario, soprattutto di interesse e partecipazione degli studenti del corso di Pedagogia dell’Antimafia, e non solo. Molto seguito anche in diretta sui social del nostro network LaC.
Ne parliamo con il professore Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia all’Università della Calabria.
Professore, vedere 500 studenti universitari riuniti per parlare di antimafia è un segnale raro e potente: che cosa le ha detto questa partecipazione così ampia?
Mi ha restituito una cosa molto semplice ma anche molto forte: i giovani ci sono, quando li si chiama sul terreno giusto. Non sono affatto disinteressati. Spesso sono solo stufi di un’antimafia retorica che parla di loro senza parlare con loro. Vedere cinquecento studenti scegliere di esserci significa che esiste una domanda profonda di giustizia, di futuro, di libertà. Sta a noi adulti, e alle istituzioni educative, non tradire questa domanda.
“Antimafia educativa”: in cosa si distingue dall’antimafia tradizionale fondata solo sulla repressione?
L’antimafia educativa non si contrappone alla repressione, ma la integra e la rende efficace nel lungo periodo. La repressione colpisce i reati; l’educazione interviene sulle mentalità, sugli immaginari, sui comportamenti quotidiani. Le mafie non vivono solo di violenza, ma di consenso, adattamento, rassegnazione. L’antimafia educativa lavora lì: forma coscienze critiche, cittadini capaci di dire no non per paura della legge, ma per fedeltà alla propria dignità.
Quanto è decisivo oggi il ruolo dell’università nel contrasto culturale alla ’ndrangheta, soprattutto in Calabria?
È decisivo. In Calabria l’università non può essere neutrale. Deve scegliere se essere un semplice luogo di certificazione dei saperi o un’istituzione civile. La ’ndrangheta è ormai un sistema culturale consolidato: produce modelli di successo, linguaggi, gerarchie simboliche. L’università ha il compito di decostruire questi modelli e di proporne altri, fondati sulla libertà, sulla dignità, sulla responsabilità collettiva e la partecipazione.
Dal dialogo tra studenti e magistrati è emersa una nuova consapevolezza tra i giovani? Che cosa l’ha colpita di più?
Ho percepito una consapevolezza nuova: la comprensione che la mafia non è solo “altrove”, ma può annidarsi nelle piccole rinunce, nei compromessi quotidiani, nell’indifferenza. L’avversario da contrastare è la pedagogia della delega: il suo alfabeto va decisamente liquidato perché puzza di compromesso morale e omertà.
Il rischio maggiore oggi è l’indifferenza più che la paura: come si combatte la normalizzazione del fenomeno mafioso?
Si combatte con l’educazione alla responsabilità. L’indifferenza nasce quando il male viene percepito come normale, inevitabile. Bisogna rompere questa narrazione, restituire alle persone il senso del noi, come insegna don Luigi Ciotti. La mafia vince quando ognuno pensa solo per sé. L’educazione serve a ricostruire legami, a far capire che la libertà individuale è inseparabile dalla giustizia sociale.
Questo convegno rappresenta un episodio o l’inizio di un vero patto educativo permanente contro la ’ndrangheta?
Se fosse solo un episodio, avrebbe poco senso. La nostra intenzione è chiara: costruire un patto educativo permanente, che coinvolga università, scuole, chiesa, magistratura, istituzioni e territorio. L’antimafia non può vivere di manifestazioni isolate ma diventare un processo pedagogico continuo, strutturale, condiviso.
Lei si sta spendendo molto nell’informazione, è molto presente in tv e nei giornali online. Una lotta alla cultura mafiosa attraverso una nuova strategia di comunicazione?
Sì, perché oggi la mafia si combatte anche sul piano simbolico e comunicativo. Le mafie sanno usare i media, i social, i linguaggi contemporanei. Se l’antimafia resta chiusa in un linguaggio autoreferenziale, perde. Comunicare non significa semplificare, ma rendere accessibili contenuti complessi, parlare alle persone senza paternalismi.
Dopo questa esperienza, quale dovrebbe essere il prossimo passo dell’Università della Calabria nella costruzione di un modello di antimafia sociale?
L’Università della Calabria che il rettore Gianluigi Greco sta costruendo non è una dichiarazione d’intenti, ma un modello concreto di antimafia sociale. In pochi mesi l’ateneo è diventato un laboratorio permanente di cittadinanza democratica, in cui la formazione non si limita alla trasmissione dei saperi, ma si traduce in responsabilità pubblica, partecipazione critica e presa di parola collettiva. È in questa pratica quotidiana della democrazia – e non nella retorica – che l’università si afferma come presidio civile capace di contrastare, sul piano culturale, le radici profonde del potere mafioso.
Crede che la pedagogia dell’antimafia possa diventare una materia strutturale nei percorsi formativi italiani?
Non solo lo credo, ma lo ritengo fondamentale. Dobbiamo studiare i meccanismi culturali delle mafie e soprattutto le pratiche di resistenza civile attive nel nostro Paese. Esistono importanti modelli di contrasto culturale ai poteri mafiosi che devono essere conosciuti. È una questione di maturità democratica del Paese.
Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani presenti oggi in aula, quale sarebbe?
Rispondo con una frase a cui tiene particolarmente Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano e vicepresidente della CEI: «Dobbiamo osare l’aurora». Non esiste una notte così lunga da impedire al sole di sorgere: l’educazione è il tempo lento ma inesorabile dell’alba. Lo Stato siamo noi: è arrivato il momento di dimostrarlo, senza paure e tentennamenti.