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01/08/2026 ore 06.59
Attualità

Crollo delle nascite, Belmonte: «Gli italiani non vogliono figli? No, ci rinunciano perché non possono permetterseli»

Il presidente della Fondazione Giorgio La Pira commenta i dati del dossier sulla natalità: «Non è una crisi culturale, ma sociale». Dall'occupazione al welfare, indica le misure ritenute indispensabili per fermare il declino demografico e lo spopolamento, soprattutto nel Mezzogiorno

di Riccardo Montanaro

Il dossier “Natalità 2026: Volere o Potere”, promosso dalla Fondazione per la Natalità con l’Istat, fotografa una crisi demografica senza precedenti: nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il dato più basso dal Dopoguerra. Eppure il desiderio di diventare genitori resta elevato: nel 2024 le donne in età fertile esprimevano un potenziale di 760mila nascite l’anno, ma oltre il 62% degli italiani rinuncia ad avere figli per ragioni economiche, lavorative e abitative.

La Fondazione Giorgio La Pira sottolinea come la denatalità non sia una scelta culturale, ma la conseguenza della precarietà, della difficoltà di costruire un progetto di vita e del peso crescente sulle giovani generazioni, chiamate spesso a prendersi cura anche dei genitori anziani. Per questo rilancia un grande patto sociale tra istituzioni, imprese e Terzo Settore, chiedendo interventi strutturali: asili nido gratuiti, sostegno all’occupazione giovanile e femminile, aiuti economici e abitativi alle famiglie e un welfare più vicino ai bisogni delle persone. La denatalità, conclude la Fondazione, rappresenta una delle più gravi emergenze sociali del Paese e richiede risposte immediate. Abbiamo intervistato il presidente Antonio Belmonte

Presidente, il dossier dimostra che gli italiani non rinunciano ai figli per mancanza di desiderio, ma perché non se lo possono permettere. È questo il vero fallimento delle politiche pubbliche?
«Esattamente. Non siamo di fronte a una mutazione antropologica o alla disaffezione culturale dei giovani verso la famiglia, ma a una vera e propria povertà di progettualità. Come denunciamo da tempo con l'Osservatorio in Calabria, il divario tra i 760.000 desideri di maternità espressi dalle donne e i 355.000 nati effettivi certifica il fallimento di decenni di politiche sorde ai bisogni reali. Quando lo Stato e le istituzioni lasciano le famiglie sole di fronte al muro dei costi, il desiderio si trasforma in rinuncia forzata».

Quali sono, a suo giudizio, le tre misure più urgenti che il Governo dovrebbe adottare per invertire il declino demografico?
«Dalle nostre battaglie sul campo e dal lavoro di rete coordinato con Amato Napolillo, indichiamo tre priorità non più rinviabili: 

La crisi delle nascite colpisce soprattutto il Mezzogiorno. C’è il rischio concreto che intere aree del Sud si svuotino nei prossimi decenni?
«Il rischio è già drammaticamente reale. In un territorio fragile come la Calabria, già flagellato dall'emigrazione giovanile e da tassi d'occupazione tra i più bassi d'Europa, la denatalità rischia di diventare il colpo di grazia. Senza interventi straordinari per il Mezzogiorno, rischiamo lo spopolamento irreversibile di intere comunità, la desertificazione dei servizi e la scomparsa delle future generazioni».

Il problema riguarda solo la natalità o investe anche il modello di sviluppo, il lavoro e la qualità della vita dei giovani?
«La natalità è solo la spia luminosa di un malessere strutturale profondo. Essa investe in pieno il modello economico, la precarietà cronica del lavoro, la mancanza di tutele e l'assenza di prospettive. Un giovane senza un impiego stabile e senza un reddito dignitoso è privato della libertà fondamentale di pianificare il proprio domani. Non si può chiedere ai nostri ragazzi di fare figli se prima non si restituisce loro la dignità del lavoro e della stabilità».

La Fondazione propone un “patto sociale”. Chi dovrebbe assumere il ruolo di guida: lo Stato, le imprese, il Terzo Settore o la Chiesa?
«Nessun attore può farcela da solo. Serve un’alleanza corale e sinergica in cui lo Stato metta le risorse e le riforme strutturali, le imprese investano sulla responsabilità sociale e sul welfare aziendale, e il Terzo Settore insieme alla Chiesa — che ogni giorno, attraverso parroci, volontari e mense, toccano con mano la sofferenza materiale — facciano da sentinelle e collante di prossimità. Meno burocrazia e più fatti concreti: solo uniti possiamo ricostruire il tessuto sociale».

Papa Francesco ha più volte definito la denatalità una delle grandi emergenze del nostro tempo. Ritiene che il suo messaggio sia stato ascoltato dalla politica?
«Purtroppo la politica ha spesso scambiato gli ammonimenti del Santo Padre per semplici auspici morali, mancando di tradurli in agende legislative di lungo respiro. Le strutture a volte rallentano tutto e la gente continua a soffrire senza risposte adeguate. Il grido di Papa Francesco ci ricorda che la famiglia è il motore insostituibile della società: la politica deve svegliarsi prima che sia troppo tardi».

Oggi molti giovani hanno un lavoro, ma non abbastanza stabile per costruire una famiglia. Quanto pesa la precarietà nella scelta di rinviare o rinunciare ai figli?
«Pesare la precarietà significa misurare l'ansia quotidiana dei nostri giovani. Lavori a termine, contratti intermittenti e salari inadeguati creano una barriera psicologica ed economica insormontabile. La precarietà costringe a rinviare sine die il progetto di genitorialità, trasformando il sogno di una famiglia in un fattore di rischio finanziario».

Se l’Italia continuerà con questi ritmi di natalità, quale Paese rischiamo di consegnare alle prossime generazioni?
«Consegneremo un Paese vecchio, immobile e impoverito, incapace di sostenere il proprio welfare, il sistema sanitario e le pensioni. Un’Italia sbilanciata, dove un numero sempre esiguo di giovani sarà schiacciato dall'onere di sostenere una popolazione anziana sempre più numerosa, finendo per aggravare la morsa della cosiddetta "Generazione Sandwich", stretta tra la cura dei figli e l'assistenza ai genitori anziani».

Lei vede ancora motivi di speranza o siamo ormai entrati in una fase di declino demografico difficilmente reversibile?
«La speranza non è un sentimento passivo, ma una responsabilità attiva. Come ripetiamo instancabilmente nell'Osservatorio insieme alle realtà associative e ai collaboratori come Amato Napolillo, la denatalità non è un destino ineluttabile. Finché ci saranno giovani che desiderano amare e mettere al mondo dei figli, il nostro dovere morale sarà rimuovere le barriere che glielo impediscono. La speranza si costruisce con le riforme e con i fatti».

Qual è il messaggio che la Fondazione Giorgio La Pira vuole lanciare alle istituzioni e ai giovani italiani?
«Alle istituzioni diciamo: liberatevi dalla miopia dei bilanci a breve termine e investite sui giovani, perché senza di loro non c'è economia né futuro. Ai giovani diciamo di non rassegnarsi, di custodire la rabbia costruttiva e il desiderio di futuro, sapendo che la Calabria e l'Italia intera non possono fare a meno della loro energia, della loro creatività e della loro voglia di vita».