Sezioni
Edizioni locali
10/09/2026 ore 23.00
Attualità

Curarsi non dovrebbe significare partire: la Calabria deve restituire ai suoi cittadini il diritto alla salute

La malattia di mia moglie e il viaggio a Milano hanno reso concreta una domanda che riguarda migliaia di calabresi: perché per curarsi con dignità e sicurezza bisogna ancora lasciare la propria terra? La mobilità sanitaria non è un numero, ma il fallimento di un sistema che deve tornare a garantire il diritto alla salute senza favori, raccomandazioni né rassegnazione

di Domenico Tolve*

Ci sono momenti nella vita in cui la politica smette di essere una parola e diventa una questione terribilmente concreta.

Succede quando qualcuno che ami si ammala.

Quando a mia moglie è stato diagnosticato un tumore, abbiamo provato paura della consapevolezza di dover lottare in questa nostra terra semplicemente per iniziare le cure.

Un medico bravo lo ha diagnosticato con una semplice visita manuale.

Un medico coraggioso, rimasto quasi in solitudine a lottare e salvare vite umane in quella piccola clinica di Belvedere Marittimo.

Ma per prudenza, e per la gravità della situazione, abbiamo deciso di lasciare la Calabria e venire a Milano, all’Humanitas, una struttura privata dove abbiamo incontrato un mondo diverso.

Non parlo soltanto di professionalità medica.

Parlo di organizzazione, attenzione, puntualità, informazioni, presa in carico.

Parlo di quella cura della persona che comincia prima ancora della terapia: qualcuno che ti ascolta, che ti spiega, che sa cosa deve fare e quando deve farlo.

Abbiamo trovato, in poche parole, quello che ogni cittadino dovrebbe considerare normale.

Ed è proprio questa normalità che mi ha fatto male.

Perché mentre guardavo mia moglie affrontare la sua malattia, non riuscivo a non pensare alla mia terra, alla Calabria.

A tutti quegli uomini e quelle donne che, davanti a una diagnosi grave, preparano una valigia e partono verso il Nord.

Partono con la paura nel cuore e spesso con pochi soldi in tasca.

Partono perché non si fidano abbastanza di ciò che trovano vicino a casa.

Partono perché hanno imparato, nel corso degli anni, che per alcune malattie è meglio andare altrove.

E questa è una delle più grandi sconfitte della politica calabrese.

Non possiamo continuare a chiamarla semplicemente mobilità sanitaria.

Dietro quella parola burocratica ci sono persone, ci sono padri, madri, mariti, mogli, figli.

Ci sono famiglie che devono pagare viaggi, alberghi, affitti, pasti.

Ci sono figli che devono lasciare il lavoro per accompagnare i genitori.

E soprattutto c’è una domanda alla quale la politica deve finalmente rispondere: perché un cittadino calabrese deve essere costretto a lasciare la propria terra per esercitare un diritto che dovrebbe essergli garantito negli ospedali pubblici.

Non è una domanda rivolta soltanto a chi governa oggi.

La cattiva sanità calabrese viene da lontano.

Ha attraversato governi regionali diversi, maggioranze diverse, partiti diversi.

Nessuno può chiamarsi completamente fuori.

È una responsabilità politica che riguarda decenni.

È una cultura amministrativa nella quale, troppo spesso, il diritto del cittadino è stato sostituito dal favore, il servizio pubblico dalle conoscenze personali e dalla raccomandazione.

Quando per ottenere ciò che dovrebbe spettare a tutti devi conoscere qualcuno, chiedere a qualcuno, telefonare a qualcuno, allora non sei più un cittadino libero. Diventi un suddito.

E una sanità costruita sulla sudditanza è una sanità che umilia due volte: prima perché non garantisce il diritto, poi perché costringe le persona a chiedere come favore ciò che gli spetta.

Dobbiamo avere il coraggio di ribellarci.

Non contro i medici, gli infermieri e le tante eccellenze calabresi, che spesso sono le prime vittime di un sistema che li costringe a lavorare in condizioni difficili che mortificano l’orgoglio e la loro professionalità.

La ribellione deve essere contro un sistema politico e amministrativo che non riesce, o non vuole, mettere il diritto alla salute davanti alle clientele, alle ruberie, agli interessi particolari di un sistema economico di potere e alle convenienze elettorali.

E dobbiamo ribellarci, altresì, anche alla rassegnazione, a quella frase terribile che sentiamo ripetere da anni: “In Calabria è sempre stato così.”

No. Non deve essere così.

Non è normale partire per curarsi.

Non è normale avere paura di affidarsi alla sanità della propria regione.

Non è normale che la qualità delle cure dipenda dal luogo in cui si è nati o si vive.

Non è normale che una famiglia debba affrontare una malattia e contemporaneamente organizzare un viaggio di centinaia di chilometri.

E soprattutto non è normale che tutto questo possa diventare argomento da campagna elettorale, per poi scomparire il giorno dopo le elezioni.

Credo sia arrivato il momento che le lotte, le denunce, le manifestazioni devono produrre risultati.

La Calabria ha urgente bisogno di ospedali pubblici che funzionino, servizi territoriali efficienti, personale sufficiente, percorsi oncologici tempestivi, liste d’attesa compatibili con la malattia, assistenza vicino alle persone.

Non basta più indignarsi. Bisogna pretendere.

Pretendere che la politica dica quali obiettivi vuole raggiungere, con quali risorse, entro quali tempi e con quali risultati verificabili.

E se quei risultati non arrivano, bisogna avere il coraggio di chiedere conto delle responsabilità.

Alla mia età sarebbe più facile lasciar perdere, ma non ci riesco.

Non posso diventare indifferente proprio adesso.

Ho avuto la responsabilità di amministrare il mio paese.

Ho conosciuto la politica, le istituzioni, le difficoltà del governo locale.

So che amministrare non è semplice e che nessun problema si risolve con una bacchetta magica.

Ma so anche che una cosa è la difficoltà di governare e un’altra è la rinuncia a governare.

E dopo una vita trascorsa nell’impegno politico e istituzionale, sento ancora il dovere di dire ciò che penso quando vedo un diritto fondamentale calpestato.

La nostra vicenda non è solo un problema personale.

Riguarda tutti i calabresi che oggi sono in un treno diretto verso il Nord.

Riguarda le tante persone che stanno aspettando una visita in lunghe liste di attesa.

Riguarda una madre che non sa dove portare il proprio figlio.

Riguarda un anziano che rinuncia a curarsi perché non può permettersi il viaggio.

Riguarda chi non ha conoscenze, non ha soldi, non ha nessuno a cui telefonare.

È per loro che dobbiamo smettere di accettare supinamente.

La Calabria non ha bisogno di cittadini rassegnati ma di cittadini consapevoli dei propri diritti.

Di cittadini capaci di dire alla politica: non vi chiediamo favori. Vi chiediamo di fare il vostro dovere.

E quando quel dovere non viene svolto, dobbiamo avere la forza di chiedere conto.

Perché la politica può cambiare soltanto quando i cittadini smettono di considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.

La buona sanità non è un favore che qualcuno concede. È un diritto.

E un diritto, quando viene negato, non si implora, si rivendica.

Vorrei che la speranza che ci ha portato a Milano un giorno potesse riportarci in Calabria per poter finalmente dire che anche nella nostra terra un malato può essere curato con la stessa dignità, la stessa attenzione e la stessa sicurezza che abbiamo trovato qui.

Questo sarebbe il vero cambiamento.

Ma per ottenerlo non servono più altre parole.

Servono cittadini che abbiano ancora il coraggio di ribellarsi davvero.

*Già Sindaco di Sant’Agata d’Esaro