Da 70 anni la Calabria sfida il fango (e perde): paesi fantasma e fiumare vendicative nella regione senza memoria
L'antropologia delle alluvioni ci suggerisce che il vero disastro non è la pioggia che cade, ma il ricordo che svanisce, lasciandoci nudi e impreparati davanti al prossimo rombo che scenderà dalla montagna
C'è una foto in bianco e nero, scattata dopo l'alluvione del 1951 in Aspromonte, che spiega la Calabria meglio di mille volumi di sociologia. Si vede un uomo col cappello in mano, immobile davanti a un muro di fango che ha appena inghiottito la sua casa. Non urla. Non impreca. Guarda quel disastro con una rassegnazione che somiglia a un riconoscimento, come se stesse salutando un vecchio creditore tornato a riscuotere la solita tassa di sangue. È la liturgia del fango. In questa punta dello Stivale, l'apocalisse non è un evento eccezionale ma un appuntamento sul calendario, una variabile del paesaggio, un elemento d’arredo della psiche collettiva.
La terra qui è una creatura bizzosa, un ammasso di argille e detriti che i geologi definiscono “friabile” e gli antropologi “ballerina”. Ma le parole della scienza non bastano a descrivere il senso di vertigine che si prova camminando tra i calanchi di Africo Vecchio o tra le carcasse di pietra di Cavallerizzo. Qui il disastro è identità. Non si è calabresi nonostante le alluvioni, lo si è “attraverso” di esse. È una cultura della catastrofe che ha generato un'antropologia del provvisorio, dove l'unica certezza è l'instabilità del suolo sotto i piedi. Si costruisce sapendo che si dovrà fuggire. Si abita con la valigia pronta, metaforica o reale, in attesa che il cielo decida di riprendersi tutto.
Questa precarietà ha disegnato un paesaggio dell'abbandono unico al mondo. Lo sdoppiamento dei paesi è il trauma visibile di una regione che vive in una perenne crisi dissociativa. Da una parte il paese antico, arroccato, maestoso e fragile, condannato dal genio civile a diventare un “paese fantasma”. Dall'altra la “nuova” frazione, quella Marina nata sotto il segno del cemento armato e dell'estetica del non-finito, dove l'alienazione si misura in metri cubi di pilastri a nudo. È la morte della piazza e la nascita del corridoio d'asfalto. Il calabrese è stato costretto a tradire la montagna per salvarsi dalla pioggia, finendo però confinato in non-luoghi senza memoria, dove il rapporto con il vicino è mediato dal sospetto e quello con il territorio dal puro sfruttamento.
In Calabria 30 anni di calamità meteo tra alluvioni, frane e tragedie che non si dimenticanoIn questo scenario, la fiumara smette di essere un corso d'acqua per diventare una divinità capricciosa. Per dieci mesi all'anno è un deserto di pietre bianche, una ferita secca che taglia la montagna, usata come scorciatoia per i fuoristrada o, peggio, come discarica abusiva per elettrodomestici e scarti di cantiere. Poi, d'improvviso, arriva il ‘fiumarone”. Un rombo sordo, un odore di terra bagnata che sale dalle narici e il dio si risveglia. La fiumara non scorre, esplode. Si riprende ciò che è suo con una violenza che sa di vendetta per i troppi oltraggi subiti. È in quel momento che la mala politica e l'abusivismo presentano il conto. Non è mai colpa solo della pioggia. È colpa di quella casa costruita proprio lì, su quel gomito di sabbia che la memoria dei vecchi diceva di non toccare, o di quel ponte progettato negli uffici romani da chi non ha mai visto quanta rabbia possa accumulare un torrente calabrese in tre ore di scirocco.
Il rapporto con lo Stato si consuma tutto in queste ore di fango e lercio. Uno Stato che arriva sempre dopo, con le camionette della Protezione Civile e le promesse di ricostruzioni che durano decenni, alimentando un clientelismo della sventura che è il vero cancro di queste latitudini. Il sussidio diventa l'anestesia per il dolore della perdita. Si aspetta la mano pubblica come si aspetta la manna, perdendo nel frattempo quella sapienza contadina che un tempo curava i terrazzamenti e puliva i canali. Abbiamo sostituito la manutenzione con l'emergenza, la prevenzione con il lamento.
Eppure, tra le macerie e il fango che si secca, resta qualcosa di carnale, una resistenza che non è resilienza (parola ormai troppo pulita e usurata) ma pura ostinazione. È, come scrive Vito Teti, la “restanza” di chi decide di non andare via, di chi abita le crepe e sfida la gravità. È un'umanità che ha imparato a leggere il cielo come un bollettino di guerra. Quando le nuvole si addensano nere sopra il Pollino o l'Aspromonte, il silenzio che scende sui paesi non è pace. È attesa. È il respiro trattenuto di chi sa che la terra potrebbe ricominciare a scivolare da un momento all'altro.
Guardando oggi quelle colate di cemento che assediano i letti dei fiumi, ci si chiede se abbiamo davvero imparato qualcosa da quel contadino del 1951. Lui sapeva che la terra era viva e pericolosa. Noi abbiamo pensato di poterla addomesticare con il bitume e le scartoffie burocratiche. Abbiamo recintato l'imprevedibile e ci siamo sorpresi quando l'acqua ha divelto le reti. Forse l'antropologia delle alluvioni ci suggerisce che il vero disastro non è la pioggia che cade, ma la memoria che svanisce, lasciandoci nudi e impreparati davanti al prossimo rombo che scenderà dalla montagna. La terra continua a ballare. Noi, invece di imparare il ritmo, continuiamo a costruire muri di carta sopra fondamenta di fango, sperando che il cielo, per questa volta, decida di guardare altrove.
*Documentarista Unical