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17/06/2026 ore 16.38
Attualità

Da città “razzista” a centro d’inclusione: le bandiere del mondo raccontano Rosarno a 16 anni dalla rivolta dei migranti

Nel gennaio del 2010 la città della Piana fu messa a ferro e fuoco dopo che ignoti spararono a due braccianti agricoli, già vittime di caporalato. Ora iniziative virtuose e mentalità rinnovata favoriscono un ambiente più accogliente. Il sindaco Cutrì: «Sono nostri fratelli, evitiamo la ghettizzazione»

di Antonino Casadonte

Rosarno, anno 2010. Il solo entrare in città dalla via Provinciale, guardare in alto e vedere appese ai pali della luce bandiere di Senegal, Iran, Libia, Cuba o Cina avrebbe rasentato i tratti dell’utopia. Erano tempi difficili, in cui di diversità, inclusione e accoglienza si parlava poco, o comunque molto meno rispetto a quanto avviene oggi, e la tragica piaga del caporalato rappresentava una bomba sociale destinata a detonare. “Esplosione” che, come previsto, arrivò nel mese di gennaio: due migranti vittima di sfruttamento, orari di lavoro assurdi e paghe da fame furono feriti a colpi d’arma da fuoco. La fitta comunità straniera, esausta delle disastrose condizioni di vita, si compattò, si ribellò e bloccò l’intera città per diversi giorni, scagliandosi contro cittadini e forze dell’ordine. Una reazione forte, inaspettata, che divenne simbolo della lotta di migranti e braccianti agricoli per i propri diritti non solo in Calabria, ma in tutta Italia. Sedici anni dopo, di acqua sotto i ponti ne è passata: mentalità rinnovata, più aperta, sguardo al futuro e iniziative come quella di disseminare i vessilli delle nazioni di tutto il mondo in città. Un cambio di rotta che fa ben sperare, in un territorio difficile, e di cui abbiamo parlato col sindaco di Rosarno, Pasquale Cutrì.

Da città “razzista” a città “dell’accoglienza”

Il primo punto da cui parte l’analisi del primo cittadino è, inevitabilmente, legato a quel tragico gennaio 2010: «Ci fu la rivolta dei migranti – afferma Cutrì – e la nostra città fu etichettata come razzista. Noi però vogliamo scrollarci di dosso questa etichetta e nel corso degli anni abbiamo intrapreso una serie di azioni di accoglienza e generosità verso i migranti. Per queste stesse azioni e il nostro modo di rapportarci con le persone straniere, siamo stati a Bruxelles, nel Quartiere Europeo, dove Rosarno è stata promossa come città dell’accoglienza, dell’integrazione e dell’inclusione».

Un percorso partito da lontano e giunto fino alla recente iniziativa di disseminare bandiere da ogni angolo del globo in tutto il centro urbano: «Già subito dopo la rivolta – ricorda il sindaco – furono costruiti alloggi per i migranti nel cosiddetto “villaggio della solidarietà”, dove attualmente vivono circa 90 migranti, in precedenza costretti a condizioni igienico-sanitarie di estremo degrado. Più recentemente, invece, abbiamo presentato un progetto al Parlamento Europeo e dopo aver vinto un bando abbiamo avuto la possibilità di ricevere studenti da tutta la comunità Ue. Li abbiamo ospitati a luglio dell'anno scorso, abbiamo fatto un convegno e, successivamente, questi studenti sono andati ad intervistare i migranti e ascoltare le loro testimonianze, per conoscere le loro necessità e i loro bisogni. Allo stesso modo, una nostra delegazione di studenti è andata a Salonicco, in Grecia. In seguito siamo tornati in Belgio per una manifestazione promossa dall’onorevole Giusy Princi, che ha spostato questa idea di integrazione e se ne è fatta promotrice, e abbiamo nuovamente accolto, nel gennaio scorso, i ragazzi a Rosarno, stavolta con le bandiere: queste – spiega Cutrì - sono un segnale di libertà, di democrazia, di accoglienza. Gli studenti sono rimasti entusiasti dell’iniziativa, ognuno di loro andava a guardare se ci fosse la bandiera del proprio paese». E ancora: «Non ci siamo fermati qui, - evidenzia il primo cittadino – dopo il convegno abbiamo fatto un festival multiculturale, con la partecipazione di migranti di varie etnie e tradizioni: ognuno di loro ha preparato i propri cibi caratteristici e si è tenuta una serata di festa con musica, canti e balli. È stata molto apprezzata, un evento all'insegna dell'inclusione, dell'integrazione. Uno di loro, addirittura, ha scritto un libro in italiano e in inglese che prossimamente dovremmo presentare».

Le chiavi per favorire l’integrazione e la riflessione sulla tragedia di Amendolara

Il sindaco Cutrì ha tenuto a precisare come si può realizzare, nel concreto, quest’opera di accoglienza e integrazione in un territorio storicamente difficile come quello di Rosarno: «Abbiamo già il “villaggio della solidarietà”, che come detto precedentemente ospita 90 migranti, ma non solo: ci sono 36 alloggi costruiti con il contributo della Regione Calabria che verranno assegnati a breve. Un modello di accoglienza notevole, che vogliamo incrementare, ma attenzione: evitiamo di formare ghetti. Questo aspetto – evidenzia il primo cittadino – è fondamentale. Dobbiamo riqualificare gli alloggi abbandonati o addirittura i beni confiscati alla criminalità organizzata, ma anche perseguire il cosiddetto social housing, ovvero l'abitabilità diffusa, inserendo nel tessuto urbano queste persone in modo da facilitarne l'integrazione. Sono tutte strategie per far sì che i migranti non stiano solamente tra loro, ma al contrario si possano abituare alle nostre regole, alle nostre abitudini, pur portando avanti le loro tradizioni. Certamente la tragedia di Amendolara ci ha colpito nel profondo e adesso abbiamo tutti i riflettori puntati addosso: pertanto – spiega Cutrì - stiamo cercando di fare del nostro meglio anche per combattere la piaga del caporalato. Ad esempio, organizzando un servizio di trasporti: il caporalato, infatti, si serve dei migranti prendendoli in strada con i propri mezzi e portandoli nei luoghi di lavoro, chiedendo in cambio un corrispettivo abbastanza elevato. Non solo – aggiunge-, stiamo coinvolgendo nella nostra opera anche i datori di lavoro: sia nella costruzione di abitazioni per i migranti, ma soprattutto nel rendersi garanti per eventuali mutui che gli stessi migranti potrebbero chiedere in futuro. Quando c'è la garanzia del datore di lavoro, infatti, diventa tutto più facile. Senza contare, poi, il lavoro che stanno facendo i nostri servizi sociali, che aiutano queste persone nel disbrigo delle pratiche burocratiche, oppure il nostro centro antiviolenza, che abbiamo realizzato in un bene confiscato, o la stazione di posta dove i soggetti estremamente fragili possono essere ospitati anche solo per pochi giorni. Si tratta di un insieme di attività – evidenzia Cutrì - che servono a facilitare la vita di questi nostri fratelli. Io li chiamo fratelli, appunto, perché è così che li dobbiamo considerare: non sono solamente numeri, ma persone dietro le quali c'è una storia, un volto, una famiglia».

Altro tema, quello della lotta alla criminalità organizzata, che storicamente si è sempre servita, tra le altre cose, dello sfruttamento dell’immigrazione: «Purtroppo – ammette il primo cittadino - contro la criminalità non abbiamo nessun potere, ma le forze dell'ordine stanno svolgendo egregiamente il loro ruolo. Noi puntiamo più che altro sulla prevenzione, per il resto ci affidiamo alle forze dell'ordine, appunto, e alla prefettura per limitare al massimo questi fenomeni e rendere la vita più facile ai nostri fratelli».