Da Ellis Island ai paesi fantasma della Sila: la storia della Calabria che ha costruito il mondo a patto di perdere se stessa
Dal Sud Italia all’Atlantico: la migrazione calabrese come frattura storica tra sfruttamento, viaggi disumani e paesi svuotati. Un popolo che ha costruito il mondo estirpando le proprie radici
Il fango di Mulberry Street, a Manhattan, a guardarlo bene nelle foto sbiadite di fine Ottocento, ha la stessa identica consistenza della terra argillosa delle colline di San Giovanni in Fiore o di Platì. C’è un paradosso feroce in questo specchio d’acqua salata chiamato Oceano Atlantico. Un paradosso che impasta la miseria e l’asfalto. Nel 1891, a New Orleans, undici italiani vennero linciati dalla folla inferocita con l’accusa, mai provata, di aver ucciso il capo della polizia locale. Tra di loro c’erano braccianti partiti dai paesi della Calabria interna con una valigia di cartone pressato e una corda per tenerla insieme. La stampa americana dell’epoca, con una precisione chirurgica che faceva spavento, li definì “non-white”. Non abbastanza neri per essere schiavi a norma di legge, non abbastanza bianchi per essere considerati uomini. Erano carne da cantiere. Una via di mezzo biologica. Un errore della linea evolutiva che puzzava di aglio e di cipolla grezza.
Ecco la verità nuda, quella che la retorica ministeriale delle radici e dei musei dell'emigrazione tende a ripulire con il disinfettante della nostalgia. La storia della Calabria e del Sud d’Italia è, prima di tutto, una gigantesca e sistematica emorragia di corpi. Quasi due milioni di anime evaporate in un secolo, tra il 1876 e la fine degli anni Settanta del Novecento. Una regione intera svuotata, raschiata fino all'osso dal fondo del barile della storia, per andare a riempire le stive di piroscafi diretti verso porti che non sapevano nemmeno pronunciare. Santos. Buenos Aires. New York. Più tardi, molto più tardi, le baracche di carbone di Marcinelle o i casermoni di cemento della periferia di Torino. Non è stata una scelta. È stata una deportazione economica consensuale.
La chiamavano spartenza, con un termine che taglia come un coltello arrugginito. La separazione in Calabria non somigliava all'addio romantico della letteratura del Nord Europa. Era un rito funebre a porte aperte. Quando il maschio della casa decideva di partire, spesso indebitandosi fino al collo con gli usurai del paese o svendendo l'ultimo palmo di terra, il pezzo di pane, la comunità si radunava. Si cantavano i lamenti, gli stessi che si tributavano ai morti sul letto del decesso. Le donne si coprivano il capo con il velo nero. I bambini guardavano senza capire. Si partiva da vivi sapendo che il ritorno era un’ipotesi astratta, una scommessa contro il tifo, l’oceano e il destino. La valigia non conteneva vestiti di ricambio, che non c’erano, ma un pezzo di pecorino duro, un pugno di terra avvolto in un fazzoletto e l’immaginetta della Madonna di Polsi, di San Rocco o di San Francesco di Paola. Il sacro e la terra. Gli unici due ancoraggi prima del vuoto.
Poi cominciava l’inferno del viaggio. Napoli era il grande imbuto. Il porto dove l'umanità dolente del Mezzogiorno veniva ammassata in attesa del via libera dei broker marittimi, personaggi ambigui che vendevano spazio umano un tanto al chilo. La terza classe dei piroscafi era una sentina di disperazione coloniale. Tre, quattro settimane sospesi sul nulla, stipati in cuccette sovrapposte dove l’aria diventava densa, irrespirabile, satura di vomito e dissenteria. Chi moriva a bordo non aveva diritto a una preghiera decente. Veniva cucito in un sacco di tela e buttato giù, nel blu profondo, a fare da cibo per i pesci dell'Atlantico. Una Spoon River sottomarina di cui nessuno tiene il conto nei registri ufficiali.
Arrivare non significava liberarsi. Ellis Island, per chi ce la faceva, era l’isola delle lacrime, un mattatoio burocratico dove medici sbrigativi ti rovesciavano le palpebre con il gancio del tracoma. Bastava un colpo di tosse di troppo per essere marchiati con il gesso sulla giacca. Una lettera. Una condanna al reimbarco immediato. Il ritorno della vergogna. Chi passava quel filtro spietato cadeva nelle mani del Boss, il padrone. Era quasi sempre un paesano. Uno arrivato dieci anni prima, che aveva imparato l'inglese rudimentale delle strade e lo usava come una frusta contro i suoi stessi fratelli. Il sistema del padronato era una forma di schiavitù contrattualizzata. Ti trovava un buco in un sotterraneo e un piccone in un cantiere ferroviario, poi si teneva l'ottanta per cento del tuo salario. La solidarietà etnica è un'invenzione dei sociologi da scrivania. La realtà della strada era una guerra tra poveri per un osso di bue.
Nacquero così i paesi doppi. Le Little Italy non erano quartieri, erano repliche esatte, allucinate e protette della geografia dei paesi d’origine. Mulberry Street o i distretti di Brooklyn si frammentavano in base ai vicoli di provenienza. La gente di Corigliano occupava un isolato, quella di Seminara si stringeva in un altro poco più in là. Si parlava il dialetto della Sila o della costa ionica, mai l’italiano, lingua sconosciuta sia a chi partiva sia a chi accoglieva. In queste enclave l’orologio si era fermato al momento del distacco. Si congelavano le usanze, le gelosie, i codici d'onore e, soprattutto, una religiosità carnale e barocca che faceva inorridire il clero cattolico irlandese, padrone delle parrocchie americane. Le processioni con i santi coperti di dollari, i piedi scalzi sul pavé di New York, i pianti di dirotto davanti alle statue di gesso erano visti come manifestazioni di paganesimo tribale. Ma per l'emigrato calabrese quella statua era l'unica prova visibile che la sua identità esisteva ancora, che non era stata completamente macinata dal rullo compressore della metropoli industriale.
Mentre le città americane crescevano verso l’alto grazie alle braccia dei meridionali, in Calabria si consumava un dramma speculare. Quello della restanza, per usare la folgorante intuizione antropologica di Vito Teti. I paesi si trasformavano in gusci vuoti, abitati solo da vecchi, bambini e dalle vedove bianche. Donne sole, sospese in un limbo matrimoniale che durava decenni, custodi di case mai finite. Erano le case costruite con le rimesse, i soldi sudati oltreoceano che arrivavano dentro buste gialle dopo mesi di viaggio. Quei dollari hanno cambiato la faccia della Calabria più di qualsiasi riforma agraria. Hanno comprato i terreni dei vecchi baroni decaduti, hanno tirato su pilastri di cemento armato lasciati volutamente con i tondini di ferro protesi verso il cielo, nell'eterna promessa di un piano superiore da costruire al ritorno del marito. Un ritorno che spesso si trasformava in un miraggio. Molti rimanevano là, intrappolati nel sogno del successo o semplicemente fiaccati dalla fatica, diventando estranei sia per la nuova terra che per la vecchia.
Nel secondo dopoguerra la musica non cambia, cambiano solo gli strumenti. Lo storico Vittorio Cappelli ha documentato con precisione chirurgica come le rotte si siano spostate verso l’Europa del carbone e dell’acciaio. La Svizzera, la Germania, il Belgio. Gli accordi bilaterali del 1946 tra l'Italia e lo Stato belga prevedevano uno scambio agghiacciante: braccia in cambio di tonnellate di combustibile. Uomini contro carbone. Il Sud ha pagato il riscaldamento delle fabbriche del Nord con la vita dei suoi giovani nelle gallerie di Marcinelle. E chi rimaneva in Italia prendeva il treno del sole, la freccia della miseria che portava a Torino, alla Fiat. Lì, sui muri dei palazzi di Mirafiori, comparivano i cartelli con la scritta “Non si affitta ai meridionali”. La stessa identica accoglienza riservata cinquant'anni prima a New York, ma stavolta con l'accento piemontese.
Studiosi come Cesare Pitto e Amelia Paparazzo hanno speso una vita intera a scrostare le menzogne da questa storia, dimostrando come l'emigrazione sia stata il più grande movimento di massa autogestito della storia d'Italia, una rivoluzione silenziosa che ha modernizzato il Paese a spese del Mezzogiorno. Eppure, la percezione pubblica resta ferma alla macchietta del nonno con la chitarra e la nostalgia del mare di Calabria.
Oggi quei paesi della Calabria interna sono scheletri di pietra. Le case dell'americano hanno le serrande abbassate, la vernice scrostata dal sole. C’è un silenzio pesante che avvolge le piazze dove un tempo si batteva il grano e si piangeva la “spartenza”. Il paradosso si è chiuso, ma al contrario. I luoghi che un tempo espellevano gli uomini ora guardano arrivare altri disperati, partiti da altre sponde dello stesso mare, con lo stesso identico terrore negli occhi e lo stesso fango sulle scarpe. La storia non impara nulla, si limita a cambiare gli attori sul palcoscenico della miseria. E la Calabria resta lì, sospesa tra chi è partito e non è mai tornato e chi è rimasto a fare la guardia a un'assenza. Un'assenza che ha la forma di una valigia di cartone mai aperta, dimenticata in qualche soffitta sopraelevata, con i tondini di ferro che continuano a cercare un cielo che non risponde.
*Documentarista Unical