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10/05/2026 ore 11.30
Attualità

Dai campi profughi alle aule, l’Unical sfida la retorica dei confini: l’accoglienza diventa percorso accademico

Il progetto Unicore dell’Università della Calabria trasforma l’accoglienza in un percorso accademico e umano, offrendo a studenti rifugiati una possibilità concreta di riscatto attraverso la formazione universitaria

di Gianfranco Donadio

Questa volta il rettore Gianluigi Greco non indossa l’ermellino. Tra i cubi di Gregotti, all'Università della Calabria, l’estetica è quella di un cantiere della conoscenza sempre aperto, dove la solennità non risiede nei paramenti, ma nella solidità dei progetti. Eppure, il peso simbolico del primo incontro dedicato a UNICORE ha una gravità che non necessita di costumi di scena. Attraverso questi “corridoi universitari” di Arcavacata, il rifugiato smette di essere un’entità statistica, smette anche di essere un corpo da gestire tra le pieghe di una burocrazia emergenziale e torna a essere un soggetto con una facoltà intellettuale. È, a tutti gli effetti, la fine della nuda vita e l'inizio di un percorso, se vogliamo, accademico.

Il paradosso è tutto nell’idea che mentre l’Europa si avvita in un dibattito estenuante su confini, esternalizzazioni e respingimenti, un ateneo di una provincia calabrese decide che la protezione internazionale si esercita anche attraverso un libretto universitario. Non è un’operazione di facciata o un vezzo filantropico. Spostare uno studente dai campi profughi di paesi come l'Etiopia, la Nigeria o lo Zimbabwe direttamente in un’aula di ingegneria o economia significa operare una rottura radicale con il solito paternalismo. Si riconosce a chi scappa non solo il diritto alla sopravvivenza biologica, ma il diritto al desiderio, il diritto all'ambizione, il diritto allo studio delle materie astratte.

Donatella Loprieno, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, delegata per l’Accesso e il sostegno degli studenti rifugiati, non usa la lingua felpata della diplomazia. Per lei, il diritto allo studio non è una concessione benevola, ma un pilastro costituzionale che deve farsi prassi. Durante l'incontro di qualche giorno fa ha sottolineato come l'adesione a UNICORE non sia un punto di arrivo, ma l'avvio di un percorso fondato sulla “responsabilità condivisa”. È un termine potente, direi carnale, che implica fatica. Significa che l'ateneo non si limita a erogare una borsa di studio, ma si fa carico, insieme ai partner territoriali come la Diaconia Valdese oppure le associazioni locali, della complessità di una vita che deve essere ricostruita da zero.

L’integrazione, dunque, in questo angolo effervescente della Calabria quale Arcavacata, non è un concetto filosofico da convegno pomeridiano. Si misura, invece, nella capacità di una comunità di assorbire l’alterità senza neutralizzarla, offrendo strumenti di riscatto che passano per la competenza tecnica e il rigore scientifico. Coinvolgere i partner territoriali significa radicare l’accoglienza nel tessuto reale della città. Penso all’alloggio, ai trasporti, alla mediazione culturale, oppure all’inserimento in un tessuto sociale che troppo spesso vede i migranti solo come manovalanza agricola o presenze silenziose nei centri di accoglienza. UNICORE rompe questo soffitto di cristallo.

In questa cornice, l’università riprende la sua funzione originaria di eterotopia, uno spazio “altro”, diverso dalla principale missione della didattica e della ricerca, ma dove lo status giuridico conta meno del potenziale cognitivo. Per questi studenti, il corridoio rappresenta una sospensione temporanea del trauma. Entrare in un’aula significa poter finalmente pensare al futuro in termini di “prossimo esame” e non di “prossimo confine”. È un lusso che la condizione di rifugiato nega sistematicamente. Non si tratta di regalare titoli di studio - il programma è rigoroso, basato sul merito e sulla selezione - ma di offrire una competizione equa in un mondo che di equo ha pochissimo.

C'è qualcosa di profondamente politico, nel senso più nobile del termine, in questa scelta dell'Unical. È un sabotaggio gentile della retorica della paura. Mentre il discorso pubblico si concentra sulla “difesa” dei confini, l'accademia invece si occupa di “varchi”. Dimostra che la cultura può essere un corridoio umanitario più solido di qualsiasi corridoio burocratico. L’impegno dell’ateneo è una scommessa sulla bellezza del rischio. Cioè, investire anche su un capitale umano che il resto del mondo considera spesso uno scarto o un problema da risolvere.

Il successo di questa iniziativa si valuterà dalla capacità di questi studenti di abitare la normalità. La normalità di un caffè preso nel bar delle mense, la normalità di una discussione accesa su un teorema, o di una sessione d'esame passata o fallita. Perché alla fine, restituire a chi ha perso tutto il diritto di essere giudicato per ciò che sa, e non per la tragedia che ha alle spalle, è l'unico vero modo per onorare quella “responsabilità condivisa” evocata tra le mura dell'università. Il libro, in questo contesto, non è solo carta, ma è la bussola per ritrovare la strada verso casa, ovunque essa decida di essere.

*Documentarista Unical