Dal buio alla speranza, Emanuele Manolo Lupo: «La sofferenza non si giudica, si rispetta»
Dopo la tragedia del giovane Mohamed a Cosenza, Manolo rompe il silenzio sulla propria sofferenza psicologica e invita a sostituire il pregiudizio con l'ascolto, chiedendo più responsabilità nell'uso delle piattaforme digitali
Ha colpito migliaia di persone il lungo e intenso post pubblicato su Facebook da Emanuele “Manolo” Lupo. Un racconto personale, coraggioso, nel quale il giovane calabrese ripercorre il periodo più difficile della sua vita, segnato dalla sofferenza psicologica, e riflette sulla tragedia che ha coinvolto a Cosenza il giovane Mohamed e sull’ondata di odio esplosa sui social. Un invito all’empatia, al rispetto della fragilità umana e a una maggiore responsabilità nell’uso delle piattaforme digitali.
Nel suo post racconta, forse per la prima volta con tanta profondità, il periodo più buio della sua vita. Perché ha deciso di farlo proprio adesso?
«Da poco mia madre mi ha confessato che, in quel periodo, aveva paura che potessi compiere un gesto estremo. La tragedia avvenuta ieri a Cosenza mi ha convinto a parlare di qualcosa che troppo spesso resta nascosto, ma che è molto più frequente e diffuso di quanto si possa immaginare».
Lei scrive di aver conosciuto da vicino il mondo della sofferenza psichica e di aver visto storie che l’hanno segnata. Qual è l’insegnamento più importante che quella esperienza le ha lasciato?
«Ho conosciuto il dolore nella sua forma più cruda, quella senza filtri e senza maschere. Ho incrociato gli sguardi di persone che portavano dentro sofferenze immense, e quegli occhi non sono mai riuscito a dimenticarli. Quell’esperienza mi ha insegnato che dietro ogni fragilità c’è una storia che merita rispetto, ascolto e umanità e che non bisogna mai voltarsi dall’altra parte».
Nel suo messaggio invita a non giudicare mai chi vive una fragilità mentale. Secondo lei, in Italia e in Calabria c’è ancora troppo stigma nei confronti di queste persone?
«Sì, credo che ci sia ancora troppo stigma. Troppo spesso la sofferenza mentale viene banalizzata, giudicata o, peggio ancora, nascosta per paura di essere etichettati. Viviamo in una società che fatica ad accogliere la fragilità come parte della condizione umana. Dovremmo imparare a sostituire il pregiudizio con l’ascolto, perché nessuno dovrebbe sentirsi solo o provare vergogna nel chiedere aiuto».
Il suo post nasce anche dalla reazione ai commenti di odio comparsi dopo una tragica vicenda. Che cosa l’ha colpita di più leggendo quelle parole sui social?
«L’odio sui social si sta diffondendo sempre di più. Non riesco nemmeno a immaginare che, davanti alla morte di un ragazzo così giovane, ci siano persone capaci di scrivere frasi offensive o addirittura di esultare per la morte di qualcuno».
Lei propone un accesso ai social attraverso l’identità digitale e l’obbligo di utilizzare il proprio volto come immagine del profilo. Ritiene che questa possa essere una risposta efficace per arginare l’odio online senza compromettere la libertà di espressione?
«La democrazia e la libertà di espressione non devono mai essere messe in discussione. Allo stesso tempo, però, non si può lasciare campo libero a profili che offendono, insultano e dileggiano gli altri restando impuniti. Serve una regolamentazione che prevenga e contrasti l’odio sui social. Mi auguro che tutta la politica inizi finalmente a discutere seriamente anche di questo tema».
Se oggi potesse parlare a un ragazzo che sta attraversando lo stesso buio che lei ha conosciuto e a una famiglia che vive quella sofferenza, quale messaggio sentirebbe di dare?
«Direi di affidarsi subito a mani esperte e competenti, senza alcun imbarazzo, proprio come si fa per qualsiasi altra malattia. Esistono professionisti seri e preparati. Le famiglie, da sole, non possono affrontare tutto e non devono sentirsi in colpa se non riescono a gestire una sofferenza così grande. E poi, se oggi incontrassi qualcuno che mi confidasse di stare attraversando un momento buio, la prima cosa che farei sarebbe abbracciarlo forte».