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22/06/2026 ore 14.28
Attualità

Dal treno degli emigranti calabresi alla guida della Linke: Luigi Pantisano, la Calabria e la politica come carne viva

Giuseppe e Maria partirono dalla Calabria con una valigia e un sogno. Sessant'anni dopo, il loro figlio conquista la guida della sinistra tedesca dopo il congresso di Potsdam. La sua storia intreccia emigrazione, diritti sociali e impegno politico in Germania

di Tommaso Scicchitano
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Immaginate un treno. Uno di quei convogli lenti, carichi di valigie di cartone legate con lo spago e di silenzi pesanti come macigni. È partito dalla Calabria negli anni Sessanta, diretto verso la nebbia fredda e spietata del Baden-Württemberg. Su quel treno ci sono Giuseppe e Maria, due giovani a cui la Germania chiedeva solo di piegare la schiena nella catena di montaggio. La regola era semplice e brutale: Arbeit e Beweisen. Lavorare e dimostrare. Sudare in fabbrica per garantire un futuro ai figli, a costo di vederli crescere lontani, nei collegi, pur di non interrompere il ciclo infinito della produzione.

Oggi, in un giorno di giugno del 2026, il figlio più piccolo di quei due operai calabresi è appena salito sul palco del congresso di Potsdam. Luigi Pantisano è stato eletto co-presidente di Die Linke, il principale partito della sinistra radicale tedesca.

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I telegiornali la racconteranno come una normale notizia di cronaca estera, un freddo spostamento di percentuali e di poltrone. Eppure, se si ha il coraggio di guardare oltre la patina dei comunicati stampa, si capisce subito che questa non è solo politica. È la carne viva della storia. È la straordinaria, fragorosa rivincita di chi è sempre stato considerato un semplice numero, un ingranaggio di scorta in un sistema che divora le persone.

La genesi politica di Luigi Pantisano non si rintraccia nelle aule prestigiose delle accademie, dove il dolore sociale è solo un grafico da studiare. Inizia in quella topografia del dolore familiare. Inizia nel trauma di un'emigrazione vissuta non come libera scelta, ma come una violenta espulsione dalla propria terra. Quello "sfasciume pendulo sul mare", come definivano il nostro Sud, che l'Europa ha sempre trattato come un comodo serbatoio di braccia a basso costo, oggi le restituisce la testa pensante, l'architetto di una nuova opposizione.

E architetto, Pantisano, lo è per davvero. Avendo capito fin da ragazzino che le nostre città non sono spazi neutri, ma luoghi dove l'ingiustizia economica si fa cemento e mattoni, ha trasformato i suoi studi in uno strumento di difesa collettiva. Non si è seduto ad aspettare che la giustizia piovesse dall'alto dei palazzi istituzionali. È sceso nel fango. Lo abbiamo visto occupare fisicamente gli appartamenti lasciati vuoti dai grandi speculatori immobiliari a Stoccarda, mettendo il proprio corpo a fare da scudo alle famiglie sfrattate. Ha scelto deliberatamente la disobbedienza civile, incassando persino condanne penali, perché ha capito una verità bruciante: di fronte alla violenza di chi lucra sul disperato bisogno di una casa, il silenzio della burocrazia è complice, e l'attesa diventa una colpa inescusabile.

In questo faticoso cammino, Pantisano non ha mai ceduto al mito tossico del salvatore solitario. Il suo vocabolario non è quello del burocrate distante, ma quello del compagno di strada. La sua è un'alleanza orizzontale, una tessitura quotidiana che ricuce le fratture tra le persone. Al Bundestag non porta astrazioni intellettuali, ma i volti dei precari. Porta l'ansia di chi non arriva alla fine del mese e il sudore di chi passa le giornate incastrato nel traffico, perché il trasporto pubblico è diventato un lusso e non un diritto. E lo fa senza concedere rassicurazioni facili, scagliandosi contro i potenti con la forza di chi, avendo vissuto la marginalità, non ha più nulla da barattare.

Mentre una certa politica si barrica nei ministeri, inseguendo le destre sul terreno spietato della paura e dei muri, Pantisano costruisce fari nella nebbia.

Un leader che non si comporta da capo, ma da testimone.

Un uomo che unisce il rigore ecologista alla sacrosanta rabbia meridionale per le disuguaglianze.

Un attivista che salda la lotta per l'ambiente a quella feroce per un salario degno.

Un cittadino d'Europa che tiene insieme, senza scendere a compromessi, il ragazzo nato a Waiblingen e le radici profonde, inestirpabili, piantate nell'argilla calabrese.

La sfida che lo aspetta alla guida del partito è imponente, quasi spaventosa. Metà del sistema lo guarda con sospetto, spaventato dalla sua radicalità ostinata. Ma in tempi di disastri sociali, di mareggiate e di onde alte dieci metri che minacciano la nostra democrazia, non ci si salva sdrammatizzando. Non ci si salva con la timidezza. Ci si salva solo riempiendo le piazze, guardandosi negli occhi e ascoltando chi è rimasto indietro.

Sarebbe un errore imperdonabile, però, pensare che la speranza risieda tutta in un solo uomo. La vera, immensa notizia di Potsdam è il risveglio di una comunità. È la dimostrazione che nessuna subalternità è scritta nella pietra per sempre. Basta una sola voce ostinata, radicata nella verità del proprio passato, per far tremare l'impalcatura dei potenti. La storia di Luigi Pantisano ci insegna che quando la politica smette di essere cinica amministrazione del potere e torna a farsi accoglienza, prossimità e restituzione della dignità, si trasfigura. E diventa la forma più alta e vibrante di sacro civile.