Dalla Calabria alle miniere belghe, settant’anni fa il disastro di Marcinelle e l’infrangersi dell’illusione della terra promessa
La mattina dell’8 agosto del 1956 un incendio in una miniera di carbone in Belgio provocò 256 morti tra cui 5 calabresi. Allora come ora la manifestazione evidente di un meccanismo economico che pretende il consumo della periferia per alimentare il centro
C'erano le baracche di Nissen, quelle con il tetto di lamiera ondulata dove dieci anni prima gli alleati ci stipavano i prigionieri di guerra italiani. Nel 1946, a Couillet o a Marcinelle, dentro quelle stesse lamiere arrostite d'estate e gelate d'inverno, ci hanno infilato di nuovo gli italiani. Questa volta con un contratto in tasca. L’accordo si chiamava “Uomo-Carbone” e consisteva in cinquemila tonnellate di minerale al mese ogni cinquantamila braccia spedite nel buio. Un baratto di carne umana per far ripartire le acciaierie di un’Europa che voleva dimenticare le macerie.
Tra quelle braccia ce n’erano migliaia arrivate dalla Calabria. Uomini usciti dai paesi inerpicati della Sila, dalle fiumare prosciugate dell'Aspromonte, dalle alture dove la terra non bastava più nemmeno per sfamare le capre. Erano contadini senza terra, braccianti abituati alla luce abbagliante e spietata del Mezzogiorno, scaraventati novanta giorni dopo la firma del contratto a mille metri sotto la superficie della Vallonia. Nel pozzo Saint-Charles del Bois du Cazier, il sole non arrivava mai. C’era solo la polvere di carbone che s'infilava nei polmoni, negli occhi, sotto le unghie, restandoci per sempre.
L’8 agosto del 1956, alle otto e venticinque del mattino, un carrello mal posizionato nell’ascensore trancia due cavi elettrici e una conduttura d'olio ad alta pressione. In un attimo, il pozzo di aerazione diventa un tirante d'aria per il fuoco. Il fumo denso di olio minerale e legno bruciato invade le gallerie. Duecentosessantadue uomini soffocano nel buio. Centotrentasei sono italiani. Tra loro ci sono cinque calabresi. I loro nomi sono incisi nelle lapidi e nei registri contabili: Antonio Macrì di San Giovanni in Fiore, Santo Iaconis e Rocco Scorfna di Giri, Giuseppe Pignataro di Castrovillari, Domenico Condello di Varapodio.
Marcinelle, Mattarella: «Sacrificio emigrati ha segnato identità dell'Italia»La retorica istituzionale ha trasformato per decenni Marcinelle in una parabola d'integrazione, una tappa dolorosa ma necessaria verso la costruzione della coscienza europea. È una bugia comoda. Vista con la lente dell'osservazione sociale, la verità dei fatti spoglia l'evento da ogni decorazione patriottica. Non ci fu alcun sacrificio eroico offerto sull'altare della patria. Ci fu una deportazione economica regolata da tabelle ministeriali, in cui lo Stato italiano selezionava la forza lavoro nei centri d'emigrazione, scartando i malati e spedendo il resto nei pozzi belgi senza alcuna formazione preventiva sulla sicurezza nei giacimenti.
Il legame tra la Calabria e quel disastro non sta nell'eccezionalità della tragedia, ma nella sua feroce continuità culturale e sistematica. La Calabria degli anni Cinquanta viveva la frattura dell'abbandono. L'emigrazione verso le miniere non fue una scelta individuale di riscatto, ma una strategia collettiva di sopravvivenza comunitaria. Il contadino calato nel pozzo portava con sé un codice di valori plasmato dal feudo e dalla miseria: il senso del dovere verso la famiglia rimasta al paese, la diffidenza verso le istituzioni, la rassegnazione a un destino che chiedeva sempre un tributo corporeo per concedere il diritto all'esistenza.
C'era una continuità fisica e sensoriale tra il lavoro nei campi del Sud e il lavoro nelle gallerie belghe, ed era la sofferenza della carne. Solo che il lavoro agricolo era scandito dal ritmo delle stagioni e dalla presenza della luce, mentre la miniera annullava lo spazio e il tempo. Il minatore calabrese a Marcinelle soffriva di una forma acuta di alienazione sensoriale: strappato a un paesaggio verticale e luminoso, veniva sepolto vivo per dodici ore al giorno in un ambiente orizzontale, cieco, soffocante. Il carbone diventava l'anti-terra. Non dava frutti, sporcava indissolubilmente, uccideva a lento rilascio con la silicosi o all'improvviso con il grisù.
Le lettere che partivano da Charleroi dirette a San Giovanni in Fiore o a Castrovillari contenevano i biglietti da mille franchi inviati tramite vaglia, ma tacevano le umiliazioni quotidiane. Tacevano i cartelli fuori dai locali pubblici belgi con la scritta "Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani". Tacevano le visite mediche dove i lavoratori venivano esaminati a torso nudo come cavalli alla fiera. Nelle case di pietra della Calabria, il denaro delle rimesse serviva a rifare i tetti, a comprare un appezzamento di terra sterile, a pagare i debiti accumulati con l'usuraio locale. Si innescava così un paradosso devastante: la sopravvivenza del nucleo familiare al Sud veniva garantita dall'autodistruzione fisica del padre o del figlio al Nord.
Quando il Bois du Cazier bruciò, l'illusione si infranse. I corpi restituiti dalla miniera dopo settimane di scavi non avevano identità se non nei numeri delle piastrine metalliche. In Calabria, la notizia arrivò con il ritardo dei telegrammi e la lentezza delle corriere. I lutti vennero elaborati secondo i rituali antichi del pianto greco e della veglia muta, ma senza i corpi su cui piangere. Le donne vestirono il nero per sempre. I paesi da cui erano partiti i cinque minatori persero non solo cinque individui, ma l'idea stessa che l'emigrazione potesse essere una via di salvezza priva di sangue.
È lo stesso meccanismo spietato che torna a galla ciclicamente, identico nelle grammatiche della miseria, cambiando solo le coordinate geografiche e la lingua di chi scappa. Guardando le immagini di qualche giorno fa al confine di Ceuta, con centinaia di ragazzi marocchini ammassati sulle barriere, spinti lungo la linea di costa, usati come pedine di un gioco d'influenza geopolitica e trattati dalle cancellerie europee come emergenza demografica o minaccia al decoro, il cortocircuito è immediato. La carne da cannone dei mercati del lavoro o delle scacchiere diplomatiche non ha razza. Che si tratti dei ragazzi del Rif e di Tetouan ricacciati indietro sulle scogliere spagnole o dei braccianti di Castrovillari stipati nei treni per Charleroi, la costante antropologica rimane l'asimmetria del potere. Vuol dire che il centro dispone dei corpi della periferia, ne misura l'utilità marginale, ne regola il flusso e ne decreta l'invisibilità quando diventano di troppo.
Oggi le miniere della Vallonia sono parchi archeologici industriali dove i turisti passeggiano con l'audioguida. In Calabria, i comuni da cui partirono quei giovani sono ancora lì, deserti, con le case vuote dalle finestre sbarrate e la vegetazione selvatica che mangia l'asfalto delle strade provinciali. L'emorragia non si è mai fermata, ma ha solo cambiato destinazione, titolo di studio e mezzo di trasporto. Non ci sono più i contratti per il carbone, sostituiti da biglietti aerei low-cost e contratti precari nel terziario avanzato.
Il monumento al minatore nella piazza di un paese spopolato della Sila appare oggi come un frammento bizzarro, un relitto sottratto al suo contesto reale per essere addomesticato dalla memoria ufficiale. Guardando vecchie fotografie in bianco e nero dei volti neri di carbone degli emigrati del 1956, si nota lo stesso sguardo fisso e smarrito che si ritrova negli occhi dei ragazzi che oggi aspettano il pullman per la Germania alla stazione di Lamezia o in quelli che fissano le motovedette al largo dell'enclave di Ceuta. La tragedia di Marcinelle non è stata un incidente della storia, né una parentesi sfortunata del nostro dopoguerra. È stata la manifestazione palese di un meccanismo economico che pretende il consumo della periferia per alimentare il centro. Una dinamica che continua a divorare i territori e le persone, lasciandoci in eredità paesi fantasma, confini militarizzati e l'amara certezza che la terra d'origine continui a essere, per troppi, solo un luogo da cui dover fuggire.
Documentarista Unical*