Dall’alluvione che cancellò Africo al ciclone Harry: un secolo di tempeste tra il cielo e il cuore della Calabria
Vivere qui significa abitare una frontiera. Siamo le sentinelle di un equilibrio precario tra il granito e il sale. Quello che è successo in questi giorni è solo l'ultimo capitolo di un libro antico, un monito che ci sussurra che non siamo padroni del territorio, ma suoi ospiti
In Calabria, le tempeste non sono mai un bollettino meteorologico o un’allerta della Protezione Civile, ma sono cicatrici profonde, sono un conto in sospeso tra una terra bellissima e un cielo che, periodicamente, decide di ricordarci la nostra fragilità. Mentre ascoltiamo le raffiche di Harry frustare la costa ionica, sentiamo l’eco di un secolo di fango, di pietre rotolanti e di una resistenza che somiglia molto alla testardaggine.
L’antropologia di questa regione è scritta nell’acqua. Siamo un popolo che ha imparato a guardare il cielo con sospetto e le montagne con timore, consapevole che la “spina dorsale” di granito che ci attraversa, dalla Sila all'Aspromonte, è tanto magnifica quanto instabile. Ma la vera mutazione, quella che ha cambiato per sempre chi siamo, è avvenuta nel fango del 1951 e del 1953.
Quelle non furono semplici alluvioni, ma furono veri e propri atti di sradicamento umano. Quando l'acqua si portò via le fondamenta di Africo Vecchio, Casalnuovo o Platì, non distrusse solo case e chiese, ma spezzò una continuità millenaria. Lo Stato rispose al disastro con la costruzione delle “Marine”, paesi nuovi, doppi, nati a tavolino, figli della razionalità geometrica e del cemento della Cassa per il Mezzogiorno.
Ciclone, Occhiuto esulta per l'assenza di vittime ma in Calabria la prevenzione è all’anno zero nonostante i 500 milioni stanziatiQui sta il cuore del nostro dramma sociale. Li abbiamo visti tutti questi segni, con Rosario Chimirri, molti anni fa, alla ricerca di case di terra per girare un documentario. Siamo passati dall’architettura del “vicinato”, delle “vineddre”, dei vicoli e dei rioni, dove le case si toccavano e la vita si svolgeva in cerchio intorno a una piazza che faceva da grembo, alla linearità anonima delle strade statali. Una specie di “non-luoghi”, direbbe Marc Augé.
Nei nuovi centri nati dopo il ‘53, le case si sono allineate come soldati, spesso voltando le spalle al mare o ignorando il corso naturale delle fiumare. In questo passaggio, abbiamo perso una parte della "memoria dei luoghi”. La piazza è diventata uno slargo, il vicino un dirimpettaio lontano e talvolta sconosciuto, e quel senso di protezione comunitaria che rendeva sopportabile la povertà montana si è diluito nell'urbanistica del cemento.
Questa perdita di memoria ci ha reso molto più vulnerabili. Se gli antichi sapevano dove l'acqua “ama camminare”, noi, spinti dalla necessità di spazio e da una modernità mal digerita, abbiamo iniziato a sfidare la natura.
Le tragedie di Crotone nel 1996 e di Soverato nel 2000 non sono state “fatalità”, ma il grido di un territorio che reclamava i suoi spazi. Vedere il torrente Beltrame travolgere il camping Le Giare ha mostrato il volto più amaro del nostro rapporto col suolo. Avevamo dimenticato che quel letto di pietre bianche e asciutte era, in realtà, un gigante che dormiva.
Oggi, con la tempesta Harry, il mostro ha cambiato di nuovo faccia. Non è più solo la pioggia che scende violenta dai monti, ma è il mare che sale, spinto da un Mediterraneo sempre più tropicalizzato. Le onde che oggi mangiano il lungomare di Locri o di Catanzaro Lido sono lo specchio della nostra epoca. Se nel '51 la paura era la montagna che “scivolava” a valle, oggi è la costa che scompare.
Vivere in Calabria significa abitare una frontiera. Siamo le sentinelle di un equilibrio precario tra il granito e il sale. Harry è solo l'ultimo capitolo di un libro antico, un monito che ci sussurra che non siamo padroni del territorio, ma suoi ospiti. La nostra storia non è fatta di monumenti immobili, ma di come abbiamo imparato a restare in piedi quando il mondo intorno decide di rimescolarsi. La sfida, oggi, non è solo ricostruire ciò che Harry distrugge, ma ritrovare quel rispetto antico per il respiro della terra che avevamo tra i vicoli dei paesi che l'acqua ci ha tolto. Ne siamo capaci?
*Documentarista Unical