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04/02/2026 ore 13.08
Attualità

Dialogo a due voci sull’uguaglianza, il populismo e la responsabilità della democrazia

Il celebre slogan politico, nato come provocazione semplice, viene qui smontato. Confondere i diritti con le qualità individuali porta a una falsa parità che annulla responsabilità, merito e capacità

di Redazione

È cominciato in un pomeriggio qualunque, di quelli che sembrano non voler finire mai. Fuori pioveva senza convinzione, una pioggia ostinata e grigia, più stanca che violenta. In un bar qualunque, qualche parola detta senza l’intenzione di farne un discorso. Nessun programma, nessuna tesi da difendere. Solo una frase, buttata lì quasi per scherzo, come accade alle cose che poi restano: “uno vale uno”.

Ci siamo guardati un istante, come si fa quando una formula troppo semplice pretende di spiegare troppo. E la chiacchierata, lentamente, ha smesso di essere leggera. Non per alzare la voce, ma per abbassarla. Perché ci sono idee che non reggono l’urlo, ma resistono al silenzio. Abbiamo iniziato a girarci attorno, a scomporle, a pesarle. Non per demolirle per partito preso, ma perché qualcosa, in quelle parole, non tornava. Un attrito sottile tra il linguaggio e la realtà.

Parlavamo di politica, certo. Ma anche di scuola, di lavoro, di responsabilità. Di fatica. Di quella sensazione diffusa che oggi sembri quasi sconveniente distinguere, misurare, pretendere. Come se la democrazia fosse diventata una forma di pudore: meglio non dire, meglio non valutare, meglio non scontentare. Eppure, mentre fuori la pioggia continuava a cadere uguale su tutto, diventava sempre più chiaro che l’uguaglianza vera non è mai uniforme. Non lo è nella vita, non lo è nella società, non lo è nella storia.

Questo articolo nasce così: come un dialogo a due voci su uno slogan che ha segnato l’immaginario politico dell’ultimo decennio. La prima voce ne smonta l’impianto concettuale e morale, mostrando come l’uguaglianza aritmetica, quando diventa ideologia, finisca per negare le differenze e impoverire la civiltà. La seconda ne interroga le conseguenze politiche e storiche, chiamando in causa la sinistra e la sua responsabilità: difendere l’uguaglianza senza trasformarla in alibi, emancipare senza livellare, restituire al popolo strumenti, non scorciatoie.

Non è una riflessione contro qualcuno, ma contro qualcosa: l’idea che la democrazia possa ridursi a una somma di opinioni indifferenziate, e che la giustizia consista nel non distinguere più. Perché quando tutto vale allo stesso modo, non tutto conta allo stesso modo. E il potere, anche allora, trova sempre il modo di farsi valere.

“Uno vale uno” è uno slogan che esercita il fascino ipnotico delle verità ovvie e, proprio per questo, si sottrae con abilità al vaglio critico. Ma basterebbe sostare un istante sulla soglia della realtà per accorgersi che quell’equazione non torna, che il conto non quadra, che l’operazione è viziata alla radice da un errore concettuale tanto elementare quanto devastante.

Politicamente, “uno vale uno” ha funzionato come livella retorica. Si tratta del principio della pialla universale: ciò che eccede va limato, ciò che si distingue va sospettato, ciò che emerge va ricondotto all’anonimato del numero. È una sua caricatura plebiscitaria. È moltiplicazione seriale dell’opinione non mediata, elevata a criterio assoluto solo perché reiterata. La quantità scambiata per qualità. Vecchio trucco, nuova confezione.

Sul piano sociale, etico e morale, l’assunto rivela tutta la sua pericolosa mendacità. L’idea che tutti siano uguali è moralmente pigra. Presuppone che l’uomo sia una monade intercambiabile, un’entità fungibile, un atomo sociale privo di spessore, di storia, di fatica, di responsabilità. E invece no: gli esseri umani sono diseguali per talento, per intelligenza, per disciplina, per dedizione, per capacità di sacrificio. Negarlo è un esercizio di autoindulgenza collettiva.

Non tutti sanno scrivere, non tutti sanno pensare, non tutti sanno fare. Non tutti sono capaci di reggere il peso di una decisione, di una competenza, di una responsabilità. Non tutti hanno la stessa attitudine al vero, al bello, al giusto. L’uguaglianza dei diritti – sacrosanta, irrinunciabile – non implica affatto l’uguaglianza delle qualità. Confondere le due cose è un errore categoriale.

Dire che “uno vale uno” significa sostenere, implicitamente, che il merito sia una superstizione elitaria, che l’eccellenza sia un fastidio antisociale, che la bravura sia una colpa. È il trionfo dell’egualitarismo livido, quello che non mira a elevare gli ultimi, ma a trascinare i migliori nel fango rassicurante della mediocrità condivisa.

Basterebbe immaginare un chirurgo scelto per sorteggio. Un musicista nominato per acclamazione. Un giudice selezionato in base al numero di “like” sui social. Uno vale uno, appunto. Peccato che poi, davanti al bisturi, alla partitura musicale o alla sentenza giudiziaria, l’aritmetica populista si dissolva nel sangue, nella stonatura, nell’ingiustizia.

Eticamente, l’uguaglianza assoluta deresponsabilizza. Se siamo tutti uguali, nessuno è davvero colpevole, nessuno è davvero responsabile, nessuno è davvero chiamato a migliorarsi. È l’etica del “così fan tutti” elevata a sistema filosofico. Moralmente, è una resa.

No, uno non vale uno. Uno è diverso da uno, irripetibile, diseguale, talvolta migliore, talvolta peggiore. La civiltà non nasce dall’illusione dell’uguaglianza totale, ma dal riconoscimento delle differenze e dalla capacità di governarle con giustizia.

C’è un equivoco che la sinistra non può più permettersi di ignorare: scambiare l’uguaglianza per livellamento. Confondere l’emancipazione con l’assoluzione. L’uguaglianza vera non cancella le differenze. Le attraversa, le organizza, le rende giuste. Una società che smette di distinguere non diventa più giusta. Diventa solo più facile da governare. E quando tutti “valgono uno”,c’è sempre qualcuno che vale tutto.

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