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12/02/2026 ore 07.40
Attualità

Diamo i nomi alle tempeste ma il fango resta senza risposte: Calabria travolta mentre il meteo diventa spettacolo

Tra protocolli internazionali e trovate mediatiche, il maltempo diventa uno show di nomi, santi e liste alfabetiche mentre tetti volano e strade crollano. Da Harry al Ulrike la lista ci rassicura sulla nostra capacità di catalogare l’ignoto mentre tutto frana

di Gianfranco Donadio*

Il vento non ha mai imparato a leggere, eppure siamo qui, con la bava alla bocca, a cercare di insegnargli l'alfabeto. In una Calabria sventrata da un cielo livido, dove lo Ionio mastica la costa con la furia di un predatore cieco, ci stiamo perdendo in un delirio onomastico che rasenta il ridicolo. Fuori, i tetti volano via come fogli di carta velina. Dentro, nelle stanze riscaldate dei palazzi o dietro i vetri illuminati degli smartphone, giochiamo a fare i battesimatori del caos. Abbiamo due tempeste, dicono i radar. Una si chiama Ulrike, l'altra si chiama San Valentino. La prima puzza di uffici climatizzati e protocolli d'intesa, la seconda ha il retrogusto dolciastro e stantio di un cioccolatino dimenticato sotto il sedile di un’auto. È il paradosso della nostra epoca: non sappiamo più come proteggerci dal fango, ma abbiamo un vocabolario formidabile per catalogare il disastro.

Ciclone Ulrike sulla Calabria: piogge fino a 150 mm e venti a 140 km/h

Ulrike è un nome che mastichi con fatica. Sa di Prussia, di passi marziali, di una precisione teutonica che mal si concilia con l’anarchia delle correnti che risalgono dal Nord Africa per infrangersi contro i massicci della Sila. È il prodotto di una burocrazia del barometro, un parto del cosiddetto Storm Naming. C’è qualcosa di profondamente grottesco nell'immaginare una commissione di meteorologi che, tra una Slovenia e una Macedonia del Nord, si siede attorno a un tavolo per decidere quale lettera dell’alfabeto debba schiaffeggiarci la faccia. L’Italia siede nel Gruppo del Mediterraneo Centrale, un’alleanza di nazioni che condividono lo stesso mare e, apparentemente, la stessa ossessione per l’ordine alfabetico delle catastrofi. La stagione è iniziata a settembre e la lista è lì, pronta come un menù delle torture. Prima è arrivato Harry, con quel piglio da maggiordomo inglese che ha spazzato via le illusioni di un gennaio mite. Poi Kristin, che ha gelato le ossa con la grazia di una lama sottile. E ora tocca a lei, Ulrike.
Il protocollo dice che se una tempesta è abbastanza cattiva da meritarsi un’allerta arancione, allora merita anche una targa. È il marchio di fabbrica del dolore. C’è una curiosità macabra in questo sistema coordinato con l’Università di Berlino, una sorta di catasto delle basse pressioni che assegna generi e nazionalità con una precisione che farebbe invidia a un censimento imperiale. Nel 2026, l'anno in cui siamo immersi, abbiamo deciso che agli anticicloni – quei giganti invisibili che portano il sole e la noia – spettano nomi maschili. Ai cicloni, invece, tocca il femminile. Ulrike è una donna di aria e pioggia, una furia che segue un'alternanza di genere stabilita a tavolino, come se il cielo dovesse rispettare le quote rosa della distruzione. È una finzione scientifica che ci serve a non impazzire, a dare una forma umana a qualcosa che umano non è affatto. Il vento non è una donna, non è un uomo, è solo il respiro affannato di un pianeta che sta collassando, ma noi preferiamo chiamarlo per nome, sperando che, una volta battezzato, smetta di morderci.
Poi però c’è l’altra strada, quella che non passa per i laboratori di Berlino o gli uffici dell'Aeronautica Militare. È la strada del sangue, della pancia, del marketing della paura. Il Ciclone di San Valentino. Qui la scienza abdica in favore del calendario. Non servono soglie di gravità, non servono radar internazionali. Serve solo una data che tutti conoscono. Il 14 febbraio. Mentre le coppie si scambiano promesse di plastica e cene a lume di candela, il cielo decide di vomitare gelo e maltempo. I media ci si tuffano dentro come pescecani. I siti meteo, quei moderni oracoli che lucrano su ogni millimetro di pioggia previsto, hanno capito che "Ulrike" è troppo freddo, troppo distante, troppo tedesco. "San Valentino", invece, fa notizia. È evocativo. È ironico. È una tragedia servita con un fiocco rosso.
È la pornografia del meteo. Se un ciclone non è abbastanza intenso per finire nella lista ufficiale dei grandi, i giornalisti gli inventano una genealogia popolare. Lo abbiamo visto con la Befana, lo abbiamo visto con Halloween. È il bisogno disperato di trasformare la natura in un personaggio da reality show. Chiamare una perturbazione col nome di un santo martirizzato è un colpo di genio del cinismo comunicativo. Rende il gelo memorizzabile. Ti entra in testa. Non è più "una massa d'aria instabile che colpisce la Calabria", diventa "la vendetta di San Valentino". E noi, poveri fessi, ci caschiamo, guardando fuori dalla finestra e chiedendoci se l'amore possa davvero congelare i tubi dell'acqua.
In Calabria, però, la terra se ne frega dei nomi. Tra le rughe dell'Aspromonte o nelle pianure del crotonese, che tu la chiami Ulrike o la chiami San Valentino, il risultato è lo stesso: isolamento, strade che si sbriciolano, fiumi che reclamano il loro letto rubato dal cemento. C'è una dignità feroce nel contadino che guarda il cielo e non vede un nome, ma vede il raccolto che marcisce. Per lui, queste distinzioni tra ufficiale e mediatico sono solo chiacchiere da bar di città. Eppure siamo intrappolati in questa rete. Da una parte la rigidità di una lista alfabetica che ci rassicura sulla nostra capacità di catalogare l'ignoto; dall'altra il populismo meteorologico che trasforma ogni nuvola in un evento da cliccare.
Harry, Kristin, Ulrike. Sembrano i protagonisti di una brutta serie TV scandinava. Invece sono i colpi di martello di una stagione 2025-2026 che non concede tregua. La scelta del genere, quella distinzione tra l'anticiclone maschio e il ciclone femmina che vige quest'anno, è lo specchio di un pregiudizio atavico che sopravvive persino nella meteorologia d'avanguardia. Il bel tempo è solido, rassicurante, virile. Il maltempo è volubile, impetuoso, femminile. È una proiezione psicologica che i burocrati del tempo ci rifilano sotto forma di statistica. Ma provate a dirlo a chi sta spalando fango. Provate a spiegargli che la furia che gli ha devastato il garage è “femminile” perché siamo in un anno pari. Vi risponderà con un silenzio che sa di pietre e di rabbia.
Il problema non è come chiamiamo le tempeste, ma perché sentiamo il bisogno di farlo. Forse è perché abbiamo perso il contatto con la terra. Non sappiamo più leggere i segni, il volo degli uccelli, l'odore dell'ozono nell'aria. Allora ci rifugiamo nei nomi. Se ha un nome, possiamo parlarne a cena. Se ha un nome, possiamo twittarlo. Se ha un nome, sembra che abbiamo il controllo della situazione. Ma non controlliamo nulla. Ulrike passerà, lasciandosi dietro il solito strascico di lamentele istituzionali. Il ciclone di San Valentino si esaurirà tra i resti di qualche cena romantica andata a male a causa del blackout.
Siamo piccoli, minuscoli, chiusi nelle nostre scatole di vetro a guardare i grafici di Berlino mentre il mondo reale urla. Forse dovremmo smetterla di cercare il nome giusto e ricominciare a cercare il senso del limite. La Calabria, con la sua bellezza ferita e la sua pazienza infinita, ci guarda mentre ci azzuffiamo per decidere se questa pioggia sia una questione di protocolli europei o di ricorrenze da calendario. Il vento continua a soffiare. Non si cura di essere Ulrike. Non sa di essere San Valentino. È solo aria che corre perché non sa dove altro andare, e noi siamo solo spettatori che cercano di dare un titolo a un film che non hanno mai capito.
Forse la prossima volta dovremmo lasciare il foglio bianco. Niente nomi. Niente liste. Niente santi presi in prestito per fare visualizzazioni. Solo il suono della pioggia sui vetri e il rumore del mare che riprende quello che è suo. Perché alla fine, quando l'ultima raffica si sarà placata e i giornali avranno trovato un altro mostro da sbattere in prima pagina, rimarrà solo il fango. E il fango, quello vero, non ha mai avuto bisogno di un nome per farsi riconoscere.

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