Dieci anni a LaC tra cronaca, vita e rivoluzione digitale. Rossella Galati: «Una professione che cura»
Dal racconto della Calabria alla sfida dei social: «Il consumo di informazioni è cambiato tutto». E sul mestiere: «Dobbiamo accompagnare verso la verità»
Dieci anni non sono soltanto una misura del tempo: sono una stratificazione di voci, di volti, di storie che si depositano nella memoria di chi racconta e di chi ascolta. Nel caso di Rossella Galati, giornalista di LaCnews24 e volto di LaC Tv, questo tempo si è trasformato in un percorso umano e professionale che intreccia profondamente vita e mestiere, cronaca e partecipazione. Attraverso il suo sguardo, la Calabria non appare più come una realtà immobile o “sospesa”, ma come un organismo vivo, attraversato da contraddizioni e slanci, ferite e rinascite.
In questa intervista, che ripercorre un decennio di lavoro e di trasformazioni, emerge una visione del giornalismo che va oltre la semplice restituzione dei fatti: un racconto che si nutre della prossimità alle persone, della responsabilità etica e di una consapevolezza maturata anche attraverso esperienze personali intense, talvolta dolorose. È il ritratto di una professione che cambia insieme al mondo – travolta dalla rivoluzione digitale – ma che, nel suo nucleo più autentico, continua a interrogarsi sul senso profondo del narrare.
In questi dieci anni trascorsi a raccontare la Calabria attraverso il telegiornale e le trasmissioni di LaC, hai osservato da vicino trasformazioni sociali, culturali e persino emotive del territorio. Come è cambiata, secondo te, non solo la Calabria reale, ma anche il modo in cui viene narrata e percepita, dentro e fuori la regione?
«La rivoluzione digitale a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha inciso profondamente sulle nostre vite. Dal racconto quotidiano che i miei colleghi ed io abbiamo sviluppato in questo lasso di tempo, ma in generale tutti coloro che come noi svolgono questa professione, abbiamo percepito e vissuto i cambiamenti delle relazioni, del lavoro ma soprattutto, cosa che ci riguarda da vicino, del “consumo di informazioni”. Una rivoluzione così potente che ha ridefinito tutto, anche il mondo del giornalismo, passando da una narrazione classica ad una narrazione digitale.
E in questo il network LaC è stato in grado di non perdere il passo, garantendo continuità operativa grazie ad una rete solida, strutturata e versatile che ha accettato ogni nuova sfida con determinazione.
Anche grazie agli strumenti che l’azienda ci ha fornito e che hanno fatto di ciascuno di noi giornalisti indipendenti, in grado di veicolare le notizie non solo attraverso i canali tradizionali ma anche sui social e sul web in generale con tutte le piattaforme di cui disponiamo.
In questo contesto si inserisce la narrazione di una terra spesso raccontata come “sospesa” ma intorno alla quale, in realtà, mi pare di percepire un’aria nuova. Senza falsa ipocrisia, certamente i problemi ci sono, e sono pure tanti, ma il racconto che sta venendo fuori negli ultimi anni è diverso. E anche noi, come network, stiamo dando il nostro contributo in questo senso.
Noi raccontiamo la Calabria attraverso la voce della gente che incontriamo ogni giorno e c’è davvero tanto di bello. La nostra terra è attraversata da una straordinaria varietà di linguaggi, storie e risorse che bisogna tenere in considerazione per non cadere in letture monotematiche o riduttive. È quello che facciamo quotidianamente senza trascurare crude verità che feriscono la nostra regione ma che allo stesso tempo rappresentano un motivo in più per non arrendersi».
Hai definito più volte LaC come “casa” e persino “vita”: un luogo che non è stato soltanto lavoro, ma anche incontro, crescita e amore. Quanto ha inciso questa dimensione personale nel tuo modo di fare giornalismo e nel tuo legame con le storie che racconti ogni giorno?
«Tanto. È vero, LaC ha cambiato la mia vita, in tutti i sensi. Mi ha dato e continua a darmi ogni giorno l’opportunità di crescere professionalmente e di arricchire il mio bagaglio di esperienze, e dall’altra parte ha aperto le porte a Gianluca, colui che, da semplice collega, è diventato il mio compagno di vita e padre dei miei splendidi figli Marco e Mattia. Ma non solo.
Qui dentro sono nate amicizie, ho vissuto emozioni forti e ho attraversato cambiamenti che hanno lasciato il segno. Mi piace ricordare in questa occasione anche il nostro collega Michele Porcelli, scomparso per un drammatico incidente sul lavoro proprio cinque anni fa, l’8 aprile. Ecco, Michele era un amico premuroso e sincero. Con lui ho lavorato ma ho anche cantato e riso. E quando il destino l’ha improvvisamente strappato alla vita terrena, è toccato proprio a me darne notizia al tg.
È stato sicuramente il momento più difficile quello. Guardare la telecamera e annunciare in diretta che Michele non c’era più. Ricordo ancora quel brivido, quella sensazione di smarrimento e la vicinanza dei colleghi in quel momento. Ma con lucidità ho dovuto mantenere il controllo.
Michele era un ragazzo buono, con me era molto protettivo. Abbiamo sofferto tutti in quel periodo, proprio come quando una famiglia perde un figlio. Tutt’oggi Michele continua a vivere nel nostro lavoro quotidiano e gli studi di LaC, per volontà dell’editore, sono stato intitolati a lui.
Quella circostanza, come altre, hanno sicuramente inciso sul mio lavoro. Hanno fatto maturare in me una certa partecipazione emotiva che caratterizza tutt’ora il mio percorso, senza peró rinunciare al dovere etico che ci viene richiesto, nel rispetto dell’oggettività empatica e della deontologia professionale».
Prima di LaC eri già una giornalista affermata in Calabria, con una formazione solida che affonda le radici nella giurisprudenza. In che modo questo percorso ha influenzato il tuo approccio all’informazione, soprattutto nel trattare temi complessi come la legalità e la giustizia?
«Solitamente negli anni passati chi sceglieva di studiare giurisprudenza sognava di diventare avvocato, magari magistrato o notaio. E così è stato anche per me in effetti. Da bambina pensavo che sarei diventata direttore d’orchestra, avendo studiato anche pianoforte, o notaio. Ma al secondo anno di università all’ateneo Magna Graecia di Catanzaro, il destino ha voluto che imboccassi anche un’altra strada, quella dell’informazione. E così è stato anche per me in effetti. Da bambina pensavo che sarei diventata direttore d’orchestra, avendo studiato anche pianoforte, o notaio. Ma al secondo anno di università all’ateneo Magna Graecia di Catanzaro, il destino ha voluto che imboccassi anche un’altra strada, quella dell’informazione. E devo dire che la cosa non mi dispiaceva affatto.
Pur portando a termine il percorso di studi, con il conseguimento della laurea magistrale in giurisprudenza fino all’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, mi ritrovai prima speaker e poi giornalista di diverse emittenti e testate giornalistiche regionali. Un percorso iniziato ormai 20 anni fa, era l’estate del 2006, fino ad approdare a LaC nel 2016.
Oggi posso confermare che il diritto e la giurisprudenza mi hanno dato le giuste basi che mi permettono di spaziare in vari settori, partendo dall’abilità di pensare in modo critico fino alla capacità di comunicare in modo efficace».
Se dovessi scegliere una sola storia tra le tante raccontate in questi anni – una di quelle che ti è rimasta addosso – quale sarebbe e perché continui a portarla con te?
«Ho raccontato tante storie, storie di rinascita, di successo, di riscatto sociale, di battaglie e a volte anche di sconfitte. Tra le tante, la prima che mi viene in mente è quella di Angela Donato.
Angela è una donna bella, forte, determinata. Ma soprattutto è la mamma di due splendide figlie, Arianna e Marica. Arianna oggi frequenta brillantemente il secondo anno del liceo scientifico. Marica ha finito le superiori, prendendo anche la lode, e ha iniziato gli studi universitari. Lei, Marica, sin dalla nascita è affetta da una malattia genetica rara, la glicogenosi di tipo 2, conosciuta anche come “malattia di Pompe" che causa un accumulo di glicogeno nei lisosomi, portando al danneggiamento dei muscoli, inclusi quelli respiratori.
Non ha problemi cognitivi ma a causa di un importante deficit motorio vive su una carrozzina, con una cannula al collo, ma questo non le ha mai impedito di assaporare con pienezza la sua vita. Come dice lei stessa “tutti i movimenti sono andati in vacanza” e a fatica riesce a mangiare.
Ho seguito Marica in più occasioni: ho documentato le sue giornate al mare superando ogni tipo di barriera, le sorprese fatte dai suoi compagni a scuola con il cantante Angelo Famao.
Raccontare Marica mi ha permesso di raccontare anche la forza e il coraggio dei suoi genitori e di sua madre in particolare. E oggi che sono mamma anche io, apprezzo ancora di più la forza di questa donna. Sono esempi di grande dignità che fanno bene al cuore. Ogni tanto sento ancora mamma Angela al telefono, qualche volta la incontro a Catanzaro dove vive e lavora, e la prima cosa che noto è quell’espressione sempre sorridente.
Raccontare storie come questa ti riempie i polmoni, ti fa riflettere sulla forza di chi cerca soluzioni anziché fermarsi al problema, su chi mette da parte tutto per rendere la vita dei propri figli luminosa nonostante la malattia».
In un’epoca in cui l’informazione corre veloce e spesso rischia di perdere profondità, qual è, per te, il confine tra il raccontare una notizia e il prendersi la responsabilità di darle un senso?
«Questa risposta si collega a quella precedente. È vero, le notizie ormai galoppano, non a caso prima parlavo di “consumo di informazioni”. Ma alcune storie, alcuni racconti, hanno la forza di imporsi prepotentemente sul tempo. Oggi tutto corre veloce e le notizie rincorrono i fatti come non mai. Ecco perché credo che sia necessario fare meno rumore e scegliere di non perdere di vista l’obiettivo: accompagnare gli utenti, i lettori, i telespettatori verso la verità perché la nostra, secondo me, e richiamando anche il senso della mia rubrica “LaC Salute”, è una “professione che cura”, influenzando i pensieri, le ideologie, le decisioni, le speranze di ciascuno».
In questi anni LaC non è stata solo una testata, ma quasi un laboratorio narrativo della Calabria contemporanea: quanto ti sei sentita parte attiva nel costruire un’identità editoriale riconoscibile e quanto, invece, ti sei lasciata trasformare da essa?
«Diciamo che le due cose si mescolano. La trasformazione l’abbiamo in un certo senso subita poiché l’era digitale e dei social media ha imposto nuove fonti e nuovi ritmi, ma l’abbiamo anche resa possibile con il nostro lavoro. Oggi non a caso siamo un riferimento nel panorama regionale con un respiro nazionale. Tutti insieme abbiamo ripensato un nuovo modo di comunicare e lo facciamo costantemente, senza mai rimanere indietro ma guardando avanti su un doppio binario, quello televisivo e quello online.
Quello che portiamo avanti a LaC è un grande lavoro di squadra che ha due capitani coraggiosi e determinati, il nostro editore Domenico Maduli e il direttore generale Maria Grazia Falduto».
Dalle parole di Rossella Galati affiora con chiarezza una tensione costante tra velocità e profondità, tra il dovere di informare e quello, più sottile e necessario, di dare senso alle storie. Il suo percorso racconta non solo l’evoluzione di un network e di un territorio, ma anche la maturazione di uno sguardo capace di restare umano dentro le trasformazioni del giornalismo contemporaneo.
La Calabria che emerge da questa intervista è una terra complessa, mai riducibile a una sola narrazione: fatta di dolore e di bellezza, di difficoltà persistenti ma anche di energie nuove. Ed è proprio in questa pluralità che si colloca il lavoro quotidiano di chi la racconta, scegliendo di non cedere né alla superficialità né al disincanto.
In fondo, ciò che resta – al di là delle tecnologie, dei linguaggi e dei ritmi imposti dal presente – è l’idea di un giornalismo come responsabilità condivisa: una “professione che cura”, come lei stessa la definisce, capace di accompagnare le persone verso una comprensione più autentica della realtà. Ed è forse qui, in questo equilibrio fragile e necessario tra distanza e partecipazione, che si misura il valore più profondo di questi dieci anni.