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05/09/2026 ore 11.09
Attualità

Disinfettare Rino Gaetano: come la propaganda di palazzo sterilizza la satira per farne un jingle di governo

A Bari “Ma il cielo è sempre più blu” accompagna la celebrazione dei 1414 giorni dell’esecutivo. Un accostamento paradossale che trasforma l’ironia sulle contraddizioni sociali in musica da passerella istituzionale

di Gianfranco Donadio

Una cassa acustica ad alta fedeltà spara a tutto volume l’elenco sgranato di “Ma il cielo è sempre più blu”. Chi lavora, chi spia, chi ruba, chi lotta, chi ha la spia nella tromba. Sotto il palco allestito a Bari, file di sedie ordinate, la liturgia impeccabile delle grandi occasioni e la claque d’ordinanza chiamata a celebrare i 1414 giorni, la stabilità, l’autocongratulazione di sistema. La “festa della longevità” del governo. Se questa scena venisse inquadrata con una macchina da presa a spalla, senza musica di commento, il pubblico al cinema riderebbe di gusto. O forse, più probabilmente, proverebbe un brivido lungo la schiena. Nel documentarismo d’osservazione lo chiamiamo cortocircuito grottesco. Metti la realtà finta da una parte, la verità storica dall’altra, e lasci che si sbranino a vicenda nello stesso fotogramma. Senza la voce fuori campo. Non serve.

Sentire la voce graffiante e disperata di Rino Gaetano usata come sottofondo per festeggiare la tenuta (solo la tenuta, perché la qualità è altra cosa) di una maggioranza politica non è una svista da service audio locale. È un atto di una ignoranza monumentale, oppure è una provocazione di una spudoratezza rara. L'ironia feroce di un artista che nel 1975 elencava con lucida disperazione le contraddizioni di un'Italia spaccata in due, usata per spolverare la moquette di un evento di potere. È la banalizzazione elevata a sistema. Prendi un inno alla resistenza quotidiana degli ultimi e lo trasformi in un jingle per la propaganda di chi gestisce la stanza dei bottoni.

Il meccanismo è di una banalità quasi scientifica. Chi organizza queste passerelle non legge i testi. Non li conosce. Figuriamoci. Non gliene importa nulla del sarcasmo spietato di chi sbeffeggiava i comizi, i palazzi e le litografie di partito. L'impiegato della comunicazione cerca soltanto il gancio d'impatto. Cerca la canzone con il ritornello che la gente canticchia sotto la doccia. Vede un titolo famoso, sente quell'andamento in crescendo che fa subito festa di piazza e spinge il tasto play prima di passare il microfono all'oratore di turno. La superficie che inghiotte la sostanza. La propaganda che neutralizza la satira con la disinvoltura di un bulldozer.

L'operazione di maquillage politico è perfetta nella sua ottusità. Si prende un brano nato per svelare l'ipocrisia sociale, lo si sterilizza con cura, gli si toglie ogni grammo di carica eversiva e lo si serve come contorno musicale tra uno slogan trionfalistico e una stretta di mano a beneficio di fotocamera. È la bonifica del pensiero. Il cantautore viene ridotto a semplice decorazione acustica, al pari dei banner istituzionali o dei fari a LED puntati sul podio.

Sul palco si sorride, ci si congratula per la propria resistenza al governo, ci si specchia nello specchio della propria stabilità. Nessuno che mostri il minimo imbarazzo. Nessuno che alzi la testa per notare la mostruosità logica di quel contrasto. Chi festeggia la propria longevità istituzionale usando chi contro quel potere lanciava invettive al cianuro dimostra una sola cosa, dimostra l'incapacità totale di ascoltare davvero ciò che si sta appropriando. La convinzione che tutto sia azzerabile, commestibile, piegabile alle esigenze del momento.

La musica alla fine sfuma in dissolvenza per non disturbare la scaletta degli interventi e la piazza di Bari ritorna all'ordine prestabilito. Ma per un istante, prima che partissero le consuete slide sui successi dell'esecutivo, la finzione si è spaccata in due. E la sensazione, durata appena il tempo di una strofa, è stata quella di vedere un fantasma che rideva a crepapelle in fondo alla piazza, mentre qualcuno dal mixer cercava affannosamente di abbassare il volume.

Documentarista*