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17/05/2026 ore 21.05
Attualità

Don Ferdinando Fodaro: «La fede è libertà e risposta alla crisi dell’uomo contemporaneo»

Nella sua ultima fatica letteraria, il giovane sacerdote calabrese riflette sulla crisi antropologica del nostro tempo e sul rapporto tra fede, libertà e verità

di Battista Bruno

La fede come atto di autentica libertà. L'umanesimo cristiano e il confronto con la cultura contemporanea nel pensiero di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Il libro di don Ferdinando Fodaro, giovane sacerdote calabrese, affronta una delle grandi domande del nostro tempo: è ancora possibile parlare di fede, verità e libertà nell’epoca del relativismo, dell’individualismo e dell’intelligenza artificiale? Attraverso il pensiero di Joseph Ratzinger, l’autore sostiene che la fede non sia una forma di imposizione o di chiusura, ma un autentico atto di libertà e di ricerca della verità. Il volume analizza la crisi culturale della contemporaneità, segnata da nichilismo, secolarizzazione e smarrimento esistenziale, proponendo un nuovo umanesimo cristiano fondato sul dialogo tra fede e ragione, sulla dignità della persona e sulla necessità di restituire senso alla vita dell’uomo contemporaneo. Lo abbiamo intervistato.

Don Ferdinando, perché un giovane sacerdote oggi sceglie di confrontarsi con temi complessi come nichilismo, relativismo e crisi della fede?

«L’annuncio della fede in Cristo è un atto di fiducia in Dio, nella vita e nella verità; il credente è un uomo che ha a cuore la dignità dell’uomo, è orientato verso il futuro e si prende cura di ogni relazione. Il cambio di paradigma culturale in atto delinea che la vera emergenza di cui dobbiamo occuparci è la questione antropologica. Si tratta di custodire l’umanità dell’uomo, la sua relazionalità e la sua originalità in un tempo segnato dal transumanesimo, dalla post-verità, dall’omologazione e dall’indifferenza. Gesù Cristo non solo ci rivela il volto di Dio ma anche il mistero dell’umanità dell’uomo».

Nel suo libro lei sostiene che la fede sia un autentico atto di libertà: perché oggi molti vedono invece fede e libertà come realtà opposte?

«Il compito pedagogico da assumersi è quello di ridare significato al concetto di libertà. Essa è la più grande aspirazione dell’animo umano, la domanda di senso che ci interpella maggiormente ma anche la sfida audace da accogliere. La libertà non è il semplice volontarismo fondato sul mito della potenza. Essere liberi significa vivere responsabilmente e in maniera conforme alla propria umanità, assumere la vita come una vocazione – un compito da realizzare, far fruttificare i propri doni e i propri carismi ma anche impegnarsi in favore del bene comune, dando respiro al bisogno di felicità dei fratelli».

Quanto ha inciso il pensiero di Joseph Ratzinger nella sua formazione teologica e umana?

«Confrontarsi con la teologia di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI significa confrontarsi con uno dei teologi e dei pensatori più arguti, con un credente che ha saputo e sa indicare il cammino da percorrere, coniugando la ricerca di Dio con la promozione della dignità di ogni uomo. Studiare il pensiero di Ratzinger mi ha permesso di vivere il mio ministero presbiterale e il mio lavoro di ricerca teologica animato dal desiderio di approfondire l’esperienza di Cristo Gesù come l’avvenimento più significativo per la storia e di condividerla con i fratelli».

Lei parla di una società dominata da tecnologia, individualismo e intelligenza artificiale: che cosa rischia di perdere l’uomo contemporaneo?

«Come dicevo prima, l’uomo rischia di perdere la sua umanità; di smarrire la sua unicità e la sua originalità. Viviamo in una società ricca ma allo stesso tempo capace di creare scarto e zone d’ombra, che ha raggiunto traguardi insperati fino a qualche decennio addietro e che continua a generare ingiustizia, povertà e disuguaglianza. Stiamo dimenticando la lezione della storia e ancora una volta la guerra globale insidia la vita sulla terra».

Secondo lei i giovani di oggi sono davvero lontani dalla fede oppure stanno semplicemente cercando linguaggi nuovi e credibili?

«Bisogna superare gli stereotipi che descrivono i giovani come apatici o disinteressati davanti al tema della fede; al contrario, i giovani sono capaci di pensiero critico e hanno bisogno di credibilità, coerenza e affidabilità con cui potersi confrontare. Dobbiamo ridare voce alla grammatica del Vangelo che ha la forza di rispondere a queste aspirazioni. Il cristianesimo è intrinsecamente credibile ma oggi patisce il pregiudizio culturale della postmodernità che non lo ritiene più interessante. La fede in Cristo Gesù è capace di ridare respiro ai sogni, di offrire un ideale per cui vale la pena affrontare ogni difficoltà e soprattutto restituisce credibilità all’amore. Non è forse questa la grammatica necessaria ai nostri giovani per comprendere il senso della propria vita?».

Nel libro emerge spesso il tema del dialogo: la Chiesa oggi riesce davvero a dialogare con il mondo contemporaneo senza chiudersi o rinunciare alla propria identità?

«La natura stessa della Chiesa è il dialogo; essa è costituita da Cristo che è il Logos, parola – discorso – ragione – pensiero, come uno strumento per vivere la relazione con Dio e tra i fratelli. La Chiesa custodisce il lessico del Vangelo e lo offre da sempre al mondo. Abbiamo una sete profonda – di felicità, di pienezza, di amare ed essere amati – e il confronto con le parole di Gesù non solo ci fa comprendere il senso di questa sete ma anche la fonte cristallina a cui dissetarsi senza correre il rischio di farlo in acque stagnanti».

Qual è il messaggio più importante che desidera lasciare a chi leggerà questo libro, soprattutto a chi vive dubbi, inquietudini o distanza dalla fede?

«La ricerca di Dio è insita e intima all’uomo; oggi bisogna riaprire i sentieri di questa ricerca, riconsiderare la fede non come una credenza soggettiva ma come qualcosa di costitutivo per la comprensione della verità della vita. Occorre rimettersi in ascolto di Cristo e accogliere la sfida più importante: mentre la cultura contemporanea ci sta abituando a vivere come se Dio non esistesse, ricominciamo a vivere coscienti della presenza di Dio nella nostra vita».