Don Maurizio Bloise, il sacerdote “operaio” che ha aperto le porte della sua parrocchia agli ultimi
Lontani dai riflettori, non si limitano a dire Messa ma trasformano le chiese in centri di accoglienza, distribuendo pasti e supporto sociale per un gesto concreto che copre le crepe lasciate dalle istituzioni. La storia del parroco di Cassano
In un mondo sempre più frenetico e spesso indifferente, emerge una figura di presbitero (prete/sacerdote) che va oltre la sacrestia e l'altare, calandosi anima e corpo nelle realtà più dure della società. Don Maurizio Bloise, presbitero della Diocesi di Cassano all'Ionio, ci offre una profonda riflessione su questa identità "operaia" della Chiesa, un'identità che, pur non volendo sostituirsi allo Stato, finisce per coprire le crepe lasciate dalle istituzioni.
I Presbiteri "operai, assistenti sociali"
Il cuore della riflessione di Don Bloise pulsa nelle periferie dimenticate del mondo, tra "palazzoni grigi e strade dissestate". È qui che le porte delle Chiese restano "sempre aperte", non solo per i fedeli, ma per chiunque sia in uno stato di bisogno, per le famiglie senza casa, per i giovani in cerca di una direzione, per anziani soli e per i migranti spaesati. «Tante parrocchie sono diventate un centro di gravità per i quartieri» afferma Don Bloise. Non una semplice constatazione spirituale ma un resoconto pratico della quotidianità. Molti presbiteri, infatti, si ritrovano a indossare i panni di veri e propri "assistenti sociali", distribuiscono pasti caldi, organizzano il doposcuola, aiutano a stendere un curriculum, accompagnano i malati. Le canoniche non sono più solo luoghi di ritiro, spesso si trasformano in rifugi d'emergenza, in dormitori per chi non ha un tetto. «Non fanno nulla di straordinario - spiega con umiltà - solo quello che dovrebbe fare chiunque abbia a cuore il prossimo».
Eppure, questa normalità è straordinaria proprio perché si manifesta dove le istituzioni non arrivano. Lì dove mancano i servizi sociali, i presbiteri "inventano soluzioni". Lì dove la burocrazia si inceppa, loro si muovono con discrezione, cercando fondi e mobilitando le energie del volontariato locale. Diventano l'ultimo e talvolta l'unico punto di riferimento.
Una Chiesa che cammina con gli ultimi
Don Bloise tiene a sottolineare che «essere sacerdoti oggi non significa solo dire Messa. Significa un'immersione totale nella vita della gente, un "gesto concreto" che dimostra come la fede non sia un'astrazione, ma una condivisione di fatiche e speranze».
In Italia e nel mondo, centinaia di figure come Don Bloise lavorano lontano dai riflettori, in una trincea silenziosa ma vitale. Sono parroci, cappellani, missionari, educatori che «tengono insieme comunità intere»: gestiscono centri di accoglienza, combattono la dispersione scolastica, si battono contro la criminalità organizzata. La riflessione di Don Bloise, sinceramente basata sulla realtà, evidenzia come, in un momento storico in cui lo Stato è costretto spesso ad arretrare, la Chiesa, consapevole delle sue contraddizioni, resta, presidia, cura. Non è un tentativo di competizione istituzionale ma un atto di carità con l’obiettivo fondamentale di «ricordare che nessuno deve essere lasciato solo».
L'immagine che emerge è quella di una Chiesa che non aspetta in sagrestia, ma si sporca le mani in strada, ponendosi come un baluardo umano e spirituale contro l'abbandono e l'invisibilità sociale. È il volto di una fede che si fa servizio, un monito per la società intera a non dimenticare chi è in difficoltà. Non c’è il sacerdote che aspetta la domenica per incontrare il popolo, c’è un uomo, un fratello, una guida pronto a tendere una mano e cercare di alleviare le diverse emergenze dell’altro.