Don Maurizio Patriciello a Soveria Mannelli: «Lottate per la vostra libertà e non tacete mai sulla verità»
Oltre 250 studenti dell’IIS “Costanzo” hanno ascoltato il prete anticamorra raccontare il coraggio di vivere e agire in Terra dei Fuochi, tra minacce, morti e speranza per le nuove generazioni: «Dietro le mafie e la guerra ci sono soldi, solo soldi»
«Dovete conoscere e voler bene al vostro territorio e, soprattutto, lottare per la vostra libertà, dicendo sempre la verità e non tacendo su come stanno le cose».
Davanti a oltre duecentocinquanta studenti dell’IIS “Costanzo”, nel Santuario della Madonna di Fatima a Soveria Mannelli, le parole di don Maurizio Patriciello risuonano forti e dirette. Non è una lezione, né una conferenza. È una testimonianza. Di quelle che nascono dalla vita vissuta, dalle minacce ricevute, dalla scelta quotidiana di restare dove molti preferirebbero scappare.
La sala è gremita in ogni ordine di posto. Ragazzi e ragazze arrivati da Decollatura e Soveria Mannelli — liceo, agraria, istituto informatico — ascoltano in silenzio il sacerdote campano diventato simbolo della lotta alla camorra e all’inquinamento della Terra dei Fuochi.
L’incontro, organizzato in occasione della Quaresima 2026, è stato fortemente voluto da don Roberto Tomaino, parroco di Soveria e docente dell’istituto del Reventino. Accanto agli studenti, la dirigente scolastica Maria Francesca Amendola, il Dsga Giuseppe Ferrise e numerosi docenti. Presenti anche le Forze dell’Ordine, con i militari dell’Arma della Compagnia locale e del Comando di Lamezia Terme.
Don Patriciello arriva da Caivano, uno dei territori più difficili dell’area metropolitana di Napoli. Da anni vive e guida una delle parrocchie del quartiere Parco Verde, luogo simbolo dello spaccio e della presenza della criminalità organizzata. Viaggia sotto scorta dopo le minacce ricevute, ma la sua voce non ha mai smesso di raccontare ciò che accade.
«Sono molto felice di essere qui in mezzo a voi», esordisce appena prende la parola. Poi il racconto diventa personale.
Prima di diventare sacerdote, ricorda, ha trascorso anni nelle corsie d’ospedale come paramedico. La vocazione arriva più tardi, da adulto, grazie all’incontro con un frate francescano “rinnovato” che viveva a Roma insieme ai confratelli nei vagoni dismessi delle Ferrovie dello Stato.
Il cambiamento vero arriva con la destinazione a Caivano.
«La mia vita certamente cambiò. Arrivai in questo quartiere Parco Verde che era il quartiere dello spaccio per antonomasia, il più grande d’Europa. Io sono soprattutto un prete e un prete che viene mandato in Africa deve parlare con gli africani, un prete che viene mandato in luoghi come quello dove sto io deve parlare ai camorristi che spesso non hanno voglia di ascoltarti, ma lo devi fare perché il seme per fare frutto deve marcire e bisogna essere pazienti e non demordere, ma anche agire».
Il racconto si sposta poi sugli anni delle prime denunce contro ciò che accadeva nella Terra dei Fuochi. Colonne di fumo che si alzavano ogni giorno dai cumuli di rifiuti tossici bruciati illegalmente. Un disastro ambientale che per anni è stato negato o sottovalutato.
«Quando cominciammo a denunciare i tanti, troppi casi di tumore che distruggevano le vite di tanti giovanissimi come voi, non ci credevano. Pensavano che stessimo esagerando e inventandoci numeri. Purtroppo non era così e oggi, fortunatamente, le cose sono un po’ cambiate».
Parla lentamente, ma senza giri di parole. A volte cita la filosofia, come quando ricorda Tommaso d’Aquino: «La volontà di fare qualcosa sta prima nell’intelletto e poi nei sensi». Poi torna alla realtà più dura.
«Soldi, solo soldi dietro la criminalità organizzata, dietro la guerra, dietro tutte queste schifezze», dice ai ragazzi. E ricorda la figura di don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia a Palermo per il suo impegno con i giovani.
Il momento più toccante arriva durante le domande degli studenti. Angelo, uno dei ragazzi del Costanzo, chiede dei giovani che non ce l’hanno fatta.
Don Patriciello si ferma un attimo, poi racconta.
«Luciano, il primo cui sono stato costretto a celebrare il funerale a soli 16 anni. Dopo una lotta estenuante. E poi la sua mamma, morta a 49 anni. E i tanti che a causa della Terra dei Fuochi — che io chiamo terra dei fumi — sono stati strappati alla vita troppo presto».
Il silenzio nella sala è totale.
Alla fine dell’incontro, prima dei saluti, il sacerdote campano ringrazia la Calabria per l’accoglienza ricevuta. Poi insieme agli studenti compie un gesto semplice ma carico di significato: piantare un mandorlo nel giardino accanto al santuario, con l’aiuto di un ex docente dell’istituto agrario.
Un albero giovane, appena messo a dimora.
Come un segno di speranza affidato alle mani dei ragazzi.