✕
Sezioni
Edizioni locali
02/10/2026 ore 22.01
Attualità

Don Mimmo Battaglia e la pedagogia della speranza: una sfida contro nuovi barbari e vecchi miopi

Tra politica ridotta ai numeri, urne sempre più vuote e una società che rischia l’assuefazione alla crisi, la lezione del cardinale all’Unical apre una riflessione sul futuro, tra intelligenza artificiale, educazione e responsabilità collettiva

di Rocco Sicoli*

Vittoria, Sconfitta, percentuale, legge elettorale, primarie, elettori. Sono queste le parole della nostra classe politica a tutti i livelli. Sono sparite: speranza, visione, concretezza, chiarezza, dialogo, cittadini e comunità. Conta solo il numero di voti.

Nel dibattito pubblico tra politici, forze politiche, ministri, sindaci e consiglieri vari non c’è traccia di nessuna idea, nessuna speranza, nessun auspicio se non di uno zero virgola in più di percentuale alla prossima tornata elettorale, mentre le urne si svuotano sempre di più come se ormai fosse un fenomeno inevitabile, come se la democrazia fosse davvero arrivata al capolinea vittima di un leaderismo e di un populismo che ha distrutto e depauperato il confronto politico. Un’autostrada su cui lanciarsi nel filone del “vannaccismo” più scriteriato e sprezzante, senza limiti di linguaggio, senza rispetto per le istituzioni, stimolando solo la pancia e gli istinti più bassi, istigando il Paese, le istituzioni e tutti noi cittadini ad essere arrabbiati, disillusi, incapaci di decidere e dunque bisognosi di affidarsi a lupi che possono “mangiare” al posto nostro altri lupi… di cui magari in fondo in fondo sono amici e da cui ricevono laute prebende.

In questo scenario desolante, ognuno di noi avrebbe bisogno di rivedere un minimo di luce. A me è successo in una “lezione aperta” del Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria, dal titolo evocativo e non di poco conto in questo scenario arido: Per una pedagogia della Speranza. Una discussione basata sull’omelia nel giorno di San Gennaro, del nostro Don Mimmo, perché così vuol essere chiamato il Cardinale Domenico Battaglia della Chiesa di Napoli, nato a Satriano, in provincia di Catanzaro. Un’omelia che ha un orizzonte, una visione politica di Napoli che potremmo allargare alla Calabria, all’Italia e all’Europa. Anche un Paese laico, ormai in gran parte disamorato e disinteressato alla Chiesa, dovrebbe cogliere però il messaggio di Don Mimmo che si rivolge alle minoranze creative, quelle che generano davvero il cambiamento della società.

Il grido del cardinale Battaglia contro l’indifferenza: «Il vero miracolo? Smettere di versare sangue»

Il primo segnale di speranza arriva da un dettaglio che dettaglio non è, e lo ha messo a fuoco il professor Giancarlo Costabile: un cardinale che si fa chiamare don. La normalità di essere servizio e di offrirlo. Il potere inteso come funzione direttiva, non come rendita di posizione o palcoscenico. In un tempo in cui i leader vogliono il proprio cognome stampato sul simbolo, un principe della Chiesa che rinuncia al titolo compie un gesto politico nel senso più alto. È l’esatto contrario del leaderismo.

Il secondo passaggio è quello che fa più male, ed è sorprendentemente vicino alla nostra politica dei decimali. Dal Duomo di Napoli Don Mimmo ha detto che il male peggiore non è la guerra, ma abituarsi alla guerra. La professoressa Maria Mirabelli, direttrice del DICES, ne ha fatto una domanda che riguarda le discipline umanistiche e interroga le coscienze: che cosa accade a una società che si abitua alla sofferenza? La risposta è controintuitiva. Più informazione non significa più capacità di sentire e comprendere. Può produrre l’opposto: assuefazione, un rumore di fondo che ci accompagna ogni giorno e trasforma le persone in numeri. Ma le persone hanno una vita, una storia, una famiglia. È lo stesso meccanismo che ci fa leggere le percentuali dell’astensione come un dato tecnico, alla stregua del meteo. Dietro ogni fenomeno sociale ci sono persone. Dietro ogni scheda non votata c’è un cittadino che ha smesso di credere in se stesso, nel suo potere di contribuire a cambiare qualcosa e nel contesto sociale in cui vive e si muove ogni giorno.

Per questo la speranza di cui si è parlato all’Unical non ha nulla dell’ottimismo di maniera. Non è ignorare la realtà quando si fa dura: è guardarla senza rassegnarsi all’idea che nulla possa cambiare. È saper vedere ciò che non è ancora accaduto. E una speranza non esiste se non come speranza collettiva, capace di generare legami. Don Mimmo usa l’immagine della cordata. Non la fotografia di un giorno in cui tutti posano insieme, ma una responsabilità reciproca: se uno scivola, l’altro lo tiene, e per salire bisogna legare la propria storia a quella degli altri. Servono, ha detto Mirabelli, sentinelle del mattino, pedagogisti della speranza: professionisti in grado di conoscere e comprendere davvero chi hanno di fronte.

Poi il professor Mario Caligiuri ha allargato l’orizzonte, e il quadro si è fatto più inquieto. Ha letto l’omelia anche in controluce costituzionale: dallo Statuto Albertino, che faceva del cattolicesimo la sola religione dello Stato, all’articolo 8 della Costituzione, che riconosce a tutte le confessioni la stessa libertà. Ha ricordato che la cultura italiana, come scriveva Croce, non può non dirsi cristiana, che le università sono nate in quell’alveo e che la Chiesa ha svolto per secoli un ruolo pedagogico. Oggi però siamo davanti alla prima generazione incredula, e a una domanda che pochi hanno il coraggio di porre: può l’Europa resistere senza le sue radici? Le civiltà nascono e declinano come organismi viventi, e il passaggio dall’una all’altra lo compiono proprio le minoranze creative. Per questo, dovunque sia la creatività e la speranza va colta.

Ed è qui che nasce la sfida del nostro tempo, ancora più ardua, perché ci sembra di avere a disposizione tutte le risposte, senza comprendere di essere incapaci spesso di strutturare le giuste domande. Harari descrive due umanità che si stanno separando: chi governa l’intelligenza artificiale e chi la subisce. E una condizione nuova, quella dei popoli superflui: non più necessari come lavoratori, né come soldati, né come elettori. Le urne vuote assumono allora un altro significato. Non sono soltanto disaffezione, sono il sintomo di una superfluità che avanza. Siamo davanti a un salto di specie, dentro una guerra cognitiva combattuta a ogni livello, in cui il potere si regge sull’organizzazione dell’apparenza e le parole servono a sostituire la realtà. Don Mimmo lo dice a modo suo: si arriva perfino a inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. È la società dei fantasmi.

Eccoli, i nuovi barbari. Non assediano le mura: scrivono gli algoritmi che orientano cosa vediamo, cosa temiamo, perfino come votiamo. E i vecchi miopi sono una classe dirigente che affronta questa trasformazione con un modello che non esiste più, contando i decimali mentre cambia la specie. C’è già chi arriva a chiedere a chi usa l’AI se è un uomo dell’intelligenza artificiale, così come Giovanni Sartori nel suo saggio polemico ed estremamente intelligente, presentava l’Homo Videns, nel ‘97. In Calabria lo sappiamo prima degli altri. Spopolamento, emigrazione giovanile e astensione sono le prove generali di quella superfluità. La periferia, ancora una volta, vede prima ciò che arriverà al centro.

C’è poi un passaggio dell’omelia che andrebbe reso manifesto di rinascita civile. Don Mimmo chiede a Gennaro di liberare Napoli non soltanto dai camorristi, ma dalla mentalità camorristica: dal favore chiesto al posto del diritto, dalla raccomandazione al posto del merito, dal silenzio quando bisognerebbe parlare, dall’alibi del disinteresse. Non serve vivere a Napoli per riconoscersi in quell’elenco. Ed è esattamente questa la mentalità di cui si nutrono i lupi: cittadini arrabbiati e soli, che chiedono favori invece di esercitare diritti. Merito, ha ricordato Caligiuri, significa rivolgersi all’intelligenza umana. La sfida non è tecnologica, è umana. Per questo bisogna ricostruire dalla famiglia e dalla scuola, con una pedagogia pratica della libertà e con il coraggio di accogliere punti di vista differenti.

C’è un documento che racconta Napoli meglio di mille saggi. Il 13 gennaio 1527, nel Duomo, la città stipulò un contratto notarile con il suo patrono: se Gennaro l’avesse liberata dalla peste, la comunità gli avrebbe costruito una cappella per custodirne le reliquie. La cappella c’è, il contratto fu onorato. Una tradizione, poco documentata ma tenace, vuole persino che Gennaro fosse nato in Calabria, nel Vibonese. Un santo forse calabrese, un vescovo certamente calabrese, la stessa città.

Stavolta però il contratto è un altro. Don Mimmo non promette una cappella in cambio di un miracolo: chiede una cordata in cambio di un futuro. Chiede la grazia dell’anno prossimo, un 19 settembre in cui l’unico sangue di cui parlare sia quello del santo. Ma quella grazia non la concede nessun santo. La firmano, o non la firmano, le istituzioni, le scuole, le famiglie, la politica. Praticare la giustizia e stare dalla parte del futuro: è il programma che manca in tutte le dichiarazioni del giorno dopo il voto e nelle campagne elettorali ancora prima.

Il cardinale ha rovesciato la domanda che Napoli si pone ogni anno: «forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi». Alla prossima tornata elettorale ancora una volta conosceremo le percentuali, i vincitori e gli sconfitti. Nessuno ci dirà se ci siamo sciolti.

*esperto di comunicazione politica