Estati sempre più calde, Tansi: «Le nostre città da ripensare. Gli alberi sono il climatizzatore naturale più efficace»
L'ex responsabile della Protezione civile della Calabria analizza gli effetti del riscaldamento globale, il ruolo delle isole di calore urbane, il consumo di suolo e le strategie che amministrazioni e cittadini devono adottare per rendere i centri urbani più sicuri
Le estati sempre più torride, le alluvioni improvvise, il consumo di suolo e la necessità di ripensare le città sono temi ormai al centro del dibattito scientifico e politico. Il cambiamento climatico non è più uno scenario futuro, ma una realtà con cui amministratori e cittadini devono confrontarsi ogni giorno. Ne parliamo con il geologo Carlo Tansi, già responsabile della Protezione Civile della Calabria, per comprendere quali siano le cause dei fenomeni estremi che stiamo vivendo e quali interventi siano ormai indispensabili per rendere i nostri centri urbani più sicuri e vivibili.
Dottor Tansi, le ondate di calore che stiamo vivendo sono ormai una nuova normalità? Quanto pesa il cambiamento climatico su ciò che stiamo osservando?
«Le ondate di calore che stiamo vivendo non sono un episodio eccezionale: sono uno dei segnali più evidenti del cambiamento climatico. Ma attenzione: il cambiamento climatico non significa soltanto estati sempre più calde. Significa che il clima sta cambiando nel suo complesso. È la stessa medaglia con due facce: d’estate ondate di calore sempre più intense e prolungate, d’inverno piogge torrenziali e cicloni mediterranei sempre più violenti.
E questo non è un’opinione, ma un dato scientifico. Lo dimostrano migliaia di studi, compresi quelli basati sui carotaggi delle calotte glaciali dell’Antartide e della Groenlandia, ai quali partecipa anche il CNR. Quelle carote di ghiaccio raccontano la storia del clima della Terra e dimostrano che il riscaldamento avvenuto nell’ultimo secolo è stato rapidissimo: un aumento della temperatura che, in passato, avrebbe richiesto dai 5.000 ai 10.000 anni.
La causa è semplice da capire. Il mare è come una gigantesca batteria di calore. Durante l’estate accumula enormi quantità di energia e, quando arrivano l’autunno e l’inverno, resta molto più caldo di quanto accadesse in passato. Continua così a far evaporare grandi quantità di acqua, che salgono nell’atmosfera. Quando quell’aria calda e umida incontra l’aria fredda in quota, si formano temporali e cicloni sempre più intensi. Più il mare è caldo, più energia hanno questi fenomeni.
Ecco perché oggi viviamo estati sempre più roventi e, pochi mesi dopo, alluvioni sempre più devastanti. Non c’è alcuna contraddizione: sono due manifestazioni dello stesso fenomeno, il cambiamento climatico».
Molti pensano che un parcheggio sia soltanto un parcheggio. In realtà può diventare una vera fonte di calore urbano. Quanto incidono le grandi superfici asfaltate sull’aumento delle temperature nelle nostre città?
«Sì, incidono eccome. Un grande parcheggio asfaltato non è solo un parcheggio: è una vera fonte di calore. L’asfalto è scuro, quasi nero, assorbe gran parte dei raggi del sole e si riscalda moltissimo. Poi, per ore, restituisce quel calore all’aria, facendo aumentare la temperatura dell’ambiente circostante. È il cosiddetto effetto “isola di calore urbana”. Più superfici asfaltate e meno aree verdi abbiamo, più le nostre città diventano calde, alimentando un circolo vizioso che rende le ondate di calore ancora più pesanti».
Le pavimentazioni permeabili promettono di ridurre il calore e di trattenere fino al 70-90% dell’acqua piovana. Sono davvero una soluzione efficace oppure esistono limiti tecnici da considerare?
«Sì, sono una soluzione molto efficace, ma non sono la soluzione a tutti i problemi. Le pavimentazioni permeabili hanno due grandi vantaggi: assorbono molta meno energia solare rispetto all’asfalto tradizionale e permettono all’acqua piovana di infiltrarsi nel terreno, riducendo il ruscellamento. In molti casi possono trattenere gran parte dell’acqua che cade durante una pioggia.
Naturalmente devono essere progettate e mantenute bene e non possono essere utilizzate ovunque. Ma sono una delle tante soluzioni che dobbiamo adottare. Di fronte al cambiamento climatico non esiste un intervento miracoloso: serve un insieme di opere e di scelte intelligenti che rendano le nostre città più fresche, più sicure e più resilienti».
In molte città italiane si continua a costruire con l’asfalto tradizionale. È una scelta dettata dai costi iniziali o manca ancora una vera cultura dell’adattamento climatico?
«Credo che il problema sia soprattutto culturale. Per molti anni abbiamo progettato le città pensando al clima del passato, ma quel clima non esiste più. Oggi bisogna progettare tenendo conto delle nuove condizioni climatiche. È vero che alcune soluzioni possono costare qualcosa in più all’inizio, ma i danni provocati dal caldo estremo, dagli allagamenti e dal degrado urbano costano molto di più. Investire nell’adattamento climatico non è una spesa: è un’assicurazione sul futuro delle nostre città».
Gli alberi possono fare una differenza enorme. Quali specie sono più adatte al nostro clima e perché è importante inserirle nei parcheggi, nelle piazze e lungo le strade?
«Gli alberi fanno una differenza enorme. Sono il climatizzatore naturale più efficace che abbiamo. Una strada alberata, nelle giornate più calde, può avere una temperatura dell’aria anche di 3-5 °C più bassa rispetto a una strada senza alberi, mentre l’asfalto all’ombra può essere anche 20-25 °C più fresco. Significa meno caldo, meno consumi energetici e una città molto più vivibile.
In Calabria è importante scegliere alberi già adattati al nostro clima. Il leccio è probabilmente la specie migliore perché resiste molto bene al caldo e alla siccità. Sono molto adatti anche il pino domestico, il pino d’Aleppo, la quercia da sughero nelle aree idonee e il platano nei viali dove c’è disponibilità d’acqua. Il tiglio è un eccellente albero da ombra, ma è più indicato nelle aree collinari e montane, dove le estati sono meno aride.
Piantare alberi nei parcheggi, nelle piazze e lungo le strade non è un fatto estetico: è una delle opere più efficaci e meno costose per difendere le nostre città dagli effetti del cambiamento climatico».
In Italia continuiamo a consumare e impermeabilizzare migliaia di ettari di suolo. Quali conseguenze produce questo fenomeno sulla disponibilità d’acqua, sul rischio idrogeologico e sulla vivibilità delle città?
«Il consumo di suolo è uno dei problemi ambientali più gravi che abbiamo. Quando copriamo il terreno con asfalto e cemento, l’acqua piovana non riesce più a infiltrarsi nel sottosuolo per alimentare le falde, ma scorre rapidamente in superficie. Così aumenta il rischio di allagamenti e alluvioni e, paradossalmente, nei mesi successivi aumenta anche il rischio di siccità perché abbiamo immagazzinato meno acqua nel terreno.
In più, asfalto e cemento assorbono calore e lo restituiscono all’atmosfera, facendo aumentare ulteriormente le temperature nelle città. Ecco perché il consumo di suolo significa più caldo, più alluvioni e meno acqua disponibile. Fermarlo e, dove possibile, restituire spazio al terreno naturale è una delle sfide più importanti dei prossimi anni».
Se oggi dovesse dare tre priorità ai sindaci italiani per preparare i centri urbani alle estati dei prossimi vent’anni, quali interventi indicherebbe come più urgenti e strategici?
«Se dovessi indicare tre priorità, sarebbero queste.
La prima: aumentare il verde urbano. Piantare alberi nei parcheggi, nelle piazze e lungo le strade, ridurre le superfici asfaltate e utilizzare, dove possibile, pavimentazioni permeabili. È il modo più semplice ed efficace per abbassare le temperature nelle città.
La seconda: fermare il consumo di suolo. Ogni metro quadrato coperto da cemento è un metro quadrato che non assorbe più l’acqua piovana. Così aumentano contemporaneamente il rischio di alluvioni, della siccità e del caldo nelle aree urbane.
La terza: rafforzare la Protezione Civile comunale. Con il cambiamento climatico aumentano anche le responsabilità dei sindaci, che per legge sono la prima autorità di Protezione Civile sul territorio comunale. I piani comunali di Protezione Civile devono essere aggiornati continuamente e adeguati ai nuovi scenari climatici, tenendo conto del rischio sempre maggiore di esondazione dei corsi d’acqua, della riattivazione di frane e dell’aumento del rischio di mareggiate durante i cicloni mediterranei.
Ma c’è un altro aspetto fondamentale: i piani di Protezione Civile non devono rimanere chiusi nei cassetti dei Comuni. Devono essere conosciuti dai cittadini. Chi vive vicino a un fiume deve sapere che quel corso d’acqua può esondare e mettere in pericolo la sua vita. Solo così, quando viene diramata un’allerta meteo gialla, arancione o rossa, sarà consapevole del rischio e saprà come comportarsi. La prevenzione non si fa solo con le opere pubbliche: si fa soprattutto con la conoscenza».