Estorsione a Francesco Occhiuzzi, la condanna a Franco Pinto non basta: «Potrei ritrovarmelo a pochi metri»
Dopo la condanna del suo aguzzino, il conduttore tv racconta la libertà ritrovata dopo quasi tre decenni di minacce e sofferenze, ma anche il timore di ripiombare nell’incubo da cui pensava di essersi liberato. Tra sconti di pena e l’esclusione dell’aggravante mafiosa, Pinto potrebbe ottenere gli arresti domiciliari
«Io sono fiducioso nella giustizia, lo sono sempre stato nei diversi momenti della mia vita e lo sono anche in questo caso. Dire che è giusta questa pena non tocca a me ma, personalmente, per tutto quello che mi è successo in trent'anni, mi sembra una pena abbastanza esigua». Incontriamo Francesco Occhiuzzi in una località del Tirreno cosentino, poco lontano da Cetraro, il paese che gli ha dato i natali, perché lui da poco più di un anno torna a casa di rado, quasi sempre per partecipare agli incontri pubblici, durante i quali è guardato a vista dagli angeli che la Giustizia gli ha messo accanto.
E oggi quel sorriso che aveva ritrovato dopo aver denunciato i suoi presunti estorsori, i coniugi Cinzia Maritato e Franco Pinto, sembra essersi spento.
Accade all’indomani della sentenza di primo grado con cui i giudici di Catanzaro hanno inflitto una pena di 5 anni e 4 mesi all’imputato Pinto, che ha scelto di farsi giudicare con rito abbreviato. Scelta evidentemente azzeccata dal punto di vista difensivo, perché, tra sconto di un terzo della pena e la caduta dell’aggravante mafiosa, Pinto potrebbe ottenere gli arresti domiciliari nel giro di pochi mesi. E per Occhiuzzi ricomincerebbe l’incubo che lo ha soffocato per 27 lunghi anni. «Potrei trovarmelo a cento metri da me», per di più carico di rabbia nei suoi confronti per averlo spedito in galera.
Una lunga agonia
Ma chi sono Francesco Occhiuzzi e i coniugi Maritato-Pinto? E, soprattutto, cosa li ha tenuti forzatamente legati per quasi tre decenni?
Andiamo per ordine. Occhiuzzi è un noto conduttore e organizzatore di eventi. Nel 1998 si trova in difficoltà finanziarie ed è costretto a richiedere un prestito proprio a Franco Pinto, che vive a qualche chilometro da Cetraro. Chiede, e ottiene, dieci milioni di vecchie lire. Ma quel gesto apre le porte dell’abisso. Il tasso di usura è del 30%, le cifre si sommano, poi si moltiplicano. Nel processo di primo grado il tribunale ha stimato che, in 27 anni, Pinto abbia sottratto a Occhiuzzi circa 1,5 milioni di euro. Lo avrebbe fatto insieme alla moglie, ma lei è ancora in attesa di giudizio.
Fatto sta che negli ultimi tempi Occhiuzzi ha difficoltà a pagare l’estorsione. Pinto si fa beffa di lui e dell’impero economico che gli avrebbe sottratto (il condizionale è d’obbligo fino a sentenza definitiva) e comincia a perseguitarlo e a minacciarlo. In due occasioni gli mette le mani addosso, prima lo avrebbe schiaffeggiato, poi gli avrebbe cinto il collo. Questi episodi potrebbero essere stati la famigerata goccia che fa traboccare il vaso della pazienza. Dopo pochi giorni, Occhiuzzi si reca in caserma e racconta tutto a chi di dovere. Partono le indagini, i racconti trovano riscontro nei fatti. Una mattina d’aprile del 2025, i militari della Guardia di Finanza di Cetraro, su delega della procura di Paola, fanno irruzione nell’abitazione dei due presunti usurai e li dichiarano in stato di fermo. Il gip Carla D’Acunzo dispone la custodia cautelare in carcere. Occhiuzzi, dopo 27 anni, ha la sensazione di tornare a respirare davvero.
La giustizia a metà
Quando la notizia diventa pubblica, succede un putiferio. Occhiuzzi ha alle spalle quasi mezzo secolo di carriera, di cui molti passati a LaC Tv, dove oggi conduce il fortunatissimo format “Vengo dopo il tg”. Dalle sue parti, soprattutto, lo conoscono anche le pietre. Arrivano valanghe di attestati di solidarietà e vicinanza, lui supera l’imbarazzo e va in giro, ovunque, a raccontare che lo Stato c’è e che quando qualcosa non va bisogna denunciare. Guarda negli occhi il magistrato Domenico Fiordalisi, che da procuratore capo di Paola ha dato il via alle indagini, e si commuove.
Dice di credere nello Stato, perché lo Stato gli ha probabilmente salvato la vita; di sicuro gliel’ha restituita.
La sentenza
Poi arriva il giorno della sentenza e le certezze crollano. La speranza lascia purtroppo spazio ai timori. Quando il giudice avrà letto la sentenza, cinque anni e quattro mesi di carcere, a Occhiuzzi saranno venuti i brividi di paura. Il giudice ha anche escluso l’aggravante mafiosa. E nella mente della vittima sono cominciati i calcoli: tra sconti e cavilli tecnici, Pinto potrebbe rivedere la luce del sole prima di quanto si possa immaginare.
Buon per lui, ma Occhiuzzi non ha paracaduti. Ha genitori anziani a cui badare, parenti e amici per i quali spera di non diventare una mina vagante, un lavoro e una dignità di tutelare. E il programma di protezione a cui è stato assegnato non basta.
Mentre Francesco racconta la sua storia, guarda il film della sua vita e vede già il finale. «Se succede – ci dice – non mancate al mio funerale». Ride, vorrebbe sembrare ironico e prendere in giro il fato, ma gli occhi non mentono mai e i suoi sono tristi e malinconici.
Nessuna intenzione di andare via
Una soluzione, però, ci sarebbe: andare via e lasciarsi tutto alle spalle. Peccato che non sia tra le sue opzioni. «Mi dispiacerebbe molto, significherebbe dover lasciare amici, famiglia, lavoro, mentre lui potrebbe tornare e fare quello che faceva prima. Questa è una contraddizione della legge italiana. Una persona giudicata colpevole, voglio dire, non dovrebbe restare nello stesso contesto di prima». Sono quei rischi che poi, sotto sotto, fanno desistere le vittime dal denunciare.
«Pensi spesso al momento in cui Pinto uscirà dal carcere?», chiediamo. «Ci penso sempre e devo dire che ho paura, però vivo con serenità questo momento, mi sento libero, questa è una cosa molto bella. Poi toccherà a qualcuno lassù decidere come andrà a finire questa storia».
La possibilità di ricorrere in Appello
Ma la parola “fine”, in qualunque modo la si legga, non è ancora stata scritta. L’avvocato difensore, Sabrina Mannarino, potrebbe decidere di ricorrere in Appello. «Nell'eventualità, dalla sentenza di Appello mi aspetterei una pena maggiore e un programma di protezione adeguato; mi aspetterei di poter salvare la mia vita e poterla vivere in serenità. Ma non spetta a me decidere queste cose».
Vale sempre la pena denunciare
«Al netto di ciò, te la sentiresti di consigliare di denunciare a chi sta vivendo la tua stessa situazione?», chiediamo ancora. «Io penso proprio di sì, soprattutto per quel senso di libertà che chi subisce ciò, ha dimenticato. La vita è un'altra cosa, non è quella che ho vissuto io per trent'anni, portando una maschera. Il mio lavoro è quello di andare davanti alla telecamera e sorridere, lo faccio tutti i giorni».
Lo “sliding doors”
Ma in questa storia, oltre al danno, c’è anche la beffa, una sorta di “Sliding doors” in salsa calabra. “Nel ’98, quando caddi in questa trappola, era il periodo in cui io lavoravo per Mediaset, a Rete 4 - ricorda Occhiuzzi -. Nel ‘99 non firmai il nuovo contratto per paura che potesse accadere qualcosa ai miei genitori, avevo paura di restare a Milano e quindi tornai in Calabria».
La sua vita oggi
E se quel giorno del 1998 Occhiuzzi non avesse mai incontrato Pinto, come sarebbe stata la sua vita? Difficile a dirsi, ma forse non è nemmeno il momento di pensarci. Meglio concentrarsi sul ritrovato senso di libertà, almeno per ora. «Oggi guardo il mare e mi godo questo panorama, perché sono qui sulla spiaggia, a due passi dal mare, mi faccio una passeggiata, leggo un libro senza distrarmi, vedo i programmi televisivi che mi piacciono, passo più tempo con gli amici, forse dedico più tempo alla mia famiglia. La vita ti cambia radicalmente quando sei veramente libero da un’oppressione così forte come quella che ho vissuto io per 27 lunghi anni».