Ferragosto: storia, costume, arte e musica di una festa che racconta l’identità italiana
Dalle Feriae Augusti dell’antica Roma alle spiagge affollate di oggi, un viaggio tra tradizioni, cinema, canzoni e simboli che hanno trasformato il 15 agosto in una liturgia collettiva
C’è un giorno dell’anno nel quale l’estate italiana sembra raggiungere la propria più compiuta fisionomia: il 15 agosto. Ferragosto è, insieme, una data del calendario, una consuetudine collettiva, una liturgia laica, un’immagine della memoria nazionale. È il mare affollato, la tovaglia stesa all’ombra, il cocomero immerso nell’acqua, il juke-box sulla spiaggia, la fisarmonica nelle piazze, l’automobile carica di borse, sedie pieghevoli e materassini, la città improvvisamente silenziosa e il litorale trasformato in un immenso teatro popolare.
Dalle Feriae Augusti all’Assunzione
La storia di Ferragosto affonda le proprie radici nell’antica Roma: il nome deriva dal latino feriae Augusti, le «ferie di Augusto», una festività introdotta dall’imperatore Augusto e originariamente celebrata il 1° agosto, nell’ambito di un più vasto periodo di riposo connesso anche alla conclusione dei lavori agricoli e alla celebrazione delle divinità della terra e della fecondità; nei secoli la festa fu assorbita dalla tradizione cristiana e trasferita al 15 agosto, facendola coincidere con la solennità dell’Assunzione della Vergine Maria. La parola stessa conserva dunque, quasi intatta, la sedimentazione di una civiltà: feriae, da cui proviene anche il nostro «ferie», indicava il tempo sottratto al lavoro e consacrato alla festa e alla sospensione delle attività ordinarie. Nel 1950 Pio XII avrebbe poi definito dogma di fede l’Assunzione di Maria in anima e corpo, mantenendo il 15 agosto quale data liturgica della celebrazione.
La festa diventa italiana
Per comprendere davvero il Ferragosto contemporaneo occorre però uscire dalla cronologia e entrare nella storia del costume. Per secoli il 15 agosto rimase soprattutto una festa religiosa e popolare, fatta di processioni, pranzi, scampagnate, doni e mance. La modernità avrebbe lentamente trasformato quel giorno in qualcosa di assai più vasto: un rito nazionale della sospensione, l’appuntamento nel quale l’Italia imparò a riconoscersi attraverso il viaggio.
Una tappa decisiva si colloca negli anni Trenta, quando il regime fascista promosse i cosiddetti «treni popolari di Ferragosto», collegamenti a prezzi particolarmente contenuti che consentirono anche a fasce della popolazione meno abbienti di raggiungere località balneari e turistiche. Il viaggio cessava così di essere privilegio di pochi e cominciava a diventare esperienza collettiva. È una trasformazione fondamentale: il Ferragosto entra nella modernità attraverso il movimento delle masse.
Il cinema: il Ferragosto come specchio dell’Italia
Il cinema italiano ha saputo cogliere questo passaggio con straordinaria precisione. Già nel 1950 Luciano Emmer, con "Domenica d’agosto", raccontava una Roma che si svuotava e una moltitudine che si riversava verso Ostia: famiglie, giovani, bambini, automobili, biciclette, desideri e piccole frustrazioni. Il film divenne una sorta di atlante sentimentale dell’Italia che si avviava verso la modernizzazione.
Nel 1961 arrivò "Ferragosto in bikini" di Marino Girolami, ambientato sulle spiagge di Fregene e popolato da alcuni dei volti più riconoscibili della commedia italiana.
L’anno successivo, nel 1962, Dino Risi fece di un Ferragosto romano quasi metafisico l’incipit de "Il sorpasso". Roma è deserta, il Paese sembra essersi trasferito altrove, mentre Bruno Cortona e Roberto percorrono le strade in una giornata sospesa. Quel paesaggio urbano vuoto diviene una delle immagini più potenti dell’Italia del boom: l’automobile, la velocità, il consumo, il desiderio di evasione e, dietro l’euforia, l’inquietudine di una società che sta cambiando troppo rapidamente.
Anche decenni dopo Ferragosto continuerà a essere materia cinematografica. "Ferie d’agosto" di Paolo Virzì, nel 1996, ne trasformerà la dimensione vacanziera in una radiografia delle contrapposizioni sociali e politiche dell’Italia contemporanea; "Pranzo di Ferragosto" di Gianni Di Gregorio, nel 2008, ne offrirà invece una declinazione intima, domestica, quasi crepuscolare.
Il Ferragosto, insomma, al cinema è quasi sempre qualcosa di più di uno sfondo: è un dispositivo narrativo. È il giorno nel quale le convenzioni ordinarie si allentano, le città si svuotano, i corpi si espongono al sole, le distanze sociali diventano più visibili e le persone, per qualche ora, sembrano autorizzate a essere diverse.
E poi c’è la musica: il Ferragosto diventa una canzone
Ma se il cinema ha fotografato il Ferragosto, la musica lo ha trasformato in atmosfera. È difficile immaginare l’estate italiana senza una colonna sonora. La canzone balneare degli anni Cinquanta e Sessanta, il juke-box, i dancing, le balere, i complessi musicali sulle terrazze degli stabilimenti hanno costruito una vera e propria estetica sonora dell’estate. Il Ferragosto è diventato così inseparabile dalla musica leggera: dalla fisarmonica romagnola ai grandi cantautori, dalle orchestre da ballo ai tormentoni, ogni generazione ha depositato sulla festa una propria memoria musicale.
E vi è persino un Ferragosto lirico. Precedente alla moderna canzone estiva. Nei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, infatti, il giorno di metà agosto appare già trasfigurato nella musica: il celebre coro del primo atto evoca il sole di mezz’agosto e l’atmosfera festiva del paese. È una coincidenza artistica suggestiva: prima ancora che il Ferragosto diventasse sinonimo di spiagge e vacanze, il melodramma ne aveva già percepito la teatralità, quel miscuglio di sole, folla, religiosità, festa e passioni che appartiene alla tradizione italiana. Poi arriva la canzone popolare.
"Notte di Ferragosto" — Gianni Morandi
Il brano appartiene alla stagione musicale degli anni Sessanta ed è documentato nel repertorio morandiano del 1966.
È una canzone che restituisce perfettamente l'immaginario dell’epoca: il Ferragosto come notte giovane, come spazio sentimentale nel quale l’estate sembra dilatare il tempo. Non è più il Ferragosto arcaico delle processioni o quello rurale delle scampagnate: è il Ferragosto della giovinezza, delle orchestre, dei primi amori e delle notti che sembrano non dover finire.
"Sogno di Ferragosto" — Raoul Casadei
Qui siamo davanti a una delle più interessanti incarnazioni musicali della festa. Sogno di Ferragosto di Raoul Casadei fu pubblicata nel 1985 nell’album Amore e fisarmonica.
Casadei porta il Ferragosto nella dimensione della balera e della musica popolare romagnola, facendone una sorta di promessa di libertà. Il mare, l’avventura, l’amore improvviso: il Ferragosto diventa il momento nel quale la vita ordinaria può essere momentaneamente sospesa. È la festa vista dalla prospettiva della fisarmonica, dunque attraverso una musica comunitaria, carnale, danzante, profondamente italiana.
"Ferragosto" — Righeira
Nel 1990 arrivano i Righeira con un brano intitolato semplicemente Ferragosto. Il singolo fu pubblicato il 1° giugno di quell’anno. Qui cambia completamente la grammatica musicale. Il Ferragosto diventa pop elettronico, ironia, tormentone, cultura balneare degli anni Ottanta ormai proiettata negli anni Novanta. La festa è entrata definitivamente nell’immaginario della cultura di massa: non più soltanto una ricorrenza, bensì una parola capace di evocare immediatamente mare, caldo, vacanze e quella particolare euforia collettiva che accompagna il cuore dell’estate.
"Ferragosto" — Sergio Cammariere
Molto più intimo è il Ferragosto interpretato da Sergio Cammariere nell’album Sul sentiero, pubblicato nel 2004. Il brano porta una firma particolarmente interessante: la musica è di Cammariere, mentre il testo è di Samuele Bersani.
È quasi il contrario del Ferragosto chiassoso. Qui la parola diventa evocazione, memoria, paesaggio interiore. La spiaggia, le spighe, la pioggia improvvisa, i ricordi: l’estate perde la propria retorica balneare e assume una tonalità più intimista, malinconica, quasi onirica. È significativo che il Ferragosto, nella sensibilità contemporanea, possa diventare anche il luogo della memoria.
"Ferragosto" — Samuele Bersani
Bersani tornerà direttamente sul titolo con Ferragosto, pubblicato come singolo nel luglio 2009 e poi confluito in Manifesto abusivo.
La festa, qui, è filtrata attraverso la poetica del cantautore: l’estate non è necessariamente sinonimo di spensieratezza. Può essere persino il momento nel quale le inquietudini diventano più nitide. È una delle caratteristiche più interessanti della canzone italiana: prendere un luogo comune dell’immaginario collettivo e incrinarlo dall’interno.
"Mezzo mondo" — Emma Marrone
E il Ferragosto continua a vivere anche nella musica più recente. Nel 2023 Emma, in Mezzo mondo, inserisce nel racconto di un ritorno verso il mare e verso casa l’immagine delle arance e del vino rosso di Ferragosto. È un dettaglio apparentemente minimo, e proprio per questo eloquente: il Ferragosto è ormai diventato un deposito di simboli. Basta pronunciarne il nome perché affiorino sapori, odori, paesaggi, persone, estati trascorse e soprattutto l’idea di un ritorno.
Dal tormentone alla memoria
Vi sono poi molte canzoni che, pur senza avere Ferragosto nel titolo, appartengono ormai alla sua iconografia sonora: Abbronzatissima di Edoardo Vianello, Sapore di sale di Gino Paoli, Azzurro di Adriano Celentano, Estate di Bruno Martino, Sotto questo sole di Francesco Baccini e i Ladri di Biciclette. Sono brani che hanno contribuito a costruire quella particolare mitologia dell’estate italiana nella quale il Ferragosto finisce inevitabilmente per riconoscersi.
E persino la canzone demenziale ne ha fatto materia di rappresentazione: gli Skiantos, in Al mare, inseriscono Ferragosto fra gli elementi quasi caricaturali di una vacanza balneare fatta di scogli, gavettoni, animatori e rituali turistici. È interessante osservare questa stratificazione: Morandi rappresenta il Ferragosto romantico degli anni Sessanta; Casadei quello danzante e popolare degli anni Ottanta; i Righeira quello ironico e sintetico degli anni Novanta; Cammariere e Bersani quello introspettivo e crepuscolare; Emma quello della memoria contemporanea, nel quale il Ferragosto è soprattutto un luogo dell’anima.
Il Ferragosto come opera d’arte collettiva
Forse è proprio questa la sua peculiarità più profonda. Il Ferragosto non ha un autore. È un’opera collettiva che gli italiani hanno composto nell’arco di secoli. La Roma imperiale vi ha consegnato il nome; il cristianesimo la dimensione dell’Assunzione; la civiltà contadina il pranzo, la scampagnata e la sospensione dal lavoro; il fascismo il turismo popolare organizzato; il boom economico l’automobile e la vacanza di massa; il cinema la sua iconografia; la televisione i grandi spettacoli estivi; la musica la sua colonna sonora; la società contemporanea, infine, la nostalgia. Perché Ferragosto è anche questo: nostalgia di qualcosa che forse non abbiamo mai realmente vissuto. È la nostalgia delle città vuote e delle persiane socchiuse, dei treni affollati, delle Cinquecento che arrancavano verso il mare, dei bambini con la pelle ancora salata, delle radioline a transistor, dei juke-box nei bar, delle orchestre nelle piazze, delle fotografie scattate con macchine fotografiche analogiche e poi dimenticate per mesi in un cassetto. È la nostalgia di un tempo nel quale l’estate sembrava avere un centro, e quel centro cadeva precisamente il 15 agosto.
Oggi il Ferragosto è diventato più frammentario. Si parte in momenti diversi, si lavora anche quando un tempo tutto si fermava, si viaggia in aereo anziché in automobile, si prenota dal telefono ciò che un tempo si organizzava con settimane di anticipo. Eppure, ogni 15 agosto, qualcosa rimane ostinatamente uguale. Il sole è ancora alto. Il mare è ancora pieno. Le tavole sono ancora imbandite. La musica, al calare della sera, ricomincia a suonare. E Ferragosto, come una vecchia canzone che conosciamo prima ancora che inizi, torna a ricordarci che alcune feste sopravvivono alle epoche proprio perché non appartengono più soltanto alla storia: appartengono alla memoria.