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01/01/2026 ore 13.24
Attualità

Fine anno al Sud: restare, tornare, fare i conti con il tempo che passa e con ciò che davvero resta

Rimanere a casa a fine anno diventa un esercizio di verità: bilanci personali, amicizie che cambiano, famiglie che tengono insieme. Tra ritorni, lavoro lontano e legami da curare, il tempo si misura nei gesti che restano

di Luca Falbo

Restare a casa a fine anno è un test di realtà. Qui il paese ti riconosce prima ancora che tu ti rimetta a fuoco. Capisci quanto il tempo è passato davvero. Le giornate rallentano, il rumore si abbassa, resta quello che conta.

Arrivo sempre all’ultimo giorno con la mail piena, il telefono che chiede risposte, la testa che fa bilanci da sola. Metto ordine nelle cartelle come se rinominare un file bastasse a sistemare la vita. Non basta, però aiuta. Archivio e cestino diventano scelte.

Le amicizie sono il primo bilancio. Ci si rivede al bar, si ride delle stesse cose con occhi diversi. Siamo più adulti: meno invincibili, più presenti. Un pezzo di infanzia rimane, ma con addosso una responsabilità nuova. Le città sono uguali: stesse strade, cartelli cambiati. C’è chi ha accelerato, chi ha cambiato corsia, chi si è perso per ritrovarsi.

Le famiglie – qualunque forma abbiano – fanno il loro mestiere: ti tengono quando non ti tieni e ti complicano la vita quando credevi di averla capita. Tornarci è come aprire una porta con lo stesso profumo di anni fa. Consola e spiazza. Quest’anno ci entro con più pazienza e meno pretese. Non devo dimostrare, devo esserci.

Mi porto dietro alcune scene. Un treno all’alba con la fronte sul vetro. Una discussione chiusa in tempo. Un sì che andava detto. Un no che è costato. Un dolore non evitato. Una felicità comparsa dal nulla. Niente di epico. Sono le misure esatte dell’anno: millimetri che i social non sanno raccontare.

Ho cambiato il modo di contare. Non faccio la somma degli esami o delle ore in palestra. Metto in fila i gesti che restano: una volta in cui ho ascoltato davvero; un messaggio a cui ho risposto invece di sparire; una cena cucinata per un amico in difficoltà. Il resto è contabilità di superficie.

I bilanci sono spietati, ma utili. Esami rinviati, progetti lasciati a metà, energia spesa male. Insieme a competenze cresciute, legami più solidi, risultati che hanno peso. Fine anno non è resa dei conti: è ricalibrare. Che cosa continuo, che cosa taglio, dove metto davvero il tempo.

Mi do alcune regole che sembrano promesse. Non lavorare fino a sfinirmi: nessun risultato vale la mia versione peggiore. Non usare le sconfitte come specchio. Non confondere visibilità e valore. Non rimandare gli abbracci. Quando non so che fare, scegliere la cosa gentile.

Chiudere l’anno non è voltare pagina a forza. È segnare un punto sulla mappa: sono qui. Da qui si riparte. Meno rumore di fondo, più cura. Progetti con numeri e senso. Curiosità per stupirsi ancora. Umiltà per chiedere aiuto.

C’è un nodo che non posso ignorare. Tornare al Sud non dovrebbe essere un lusso. Se per vedere i miei devo inventare scali improbabili o spendere metà di quello che ho, il patto tra cittadini e Stato ha una crepa. Non è un lamento, è un promemoria: trasporti, sanità, università si misurano nella vita concreta delle persone.

Vivere su due binari può essere un ponte. Portare metodi, reti, idee che funzionano. Riportare qui un pezzo di quello che apprendo fuori. Meno retorica, più progettazione. Non “torniamo tutti”, ma costruiamo dove siamo e colleghiamo i punti.

Finire l’anno, qui, non è chiudere qualcosa. È ripartire con un riferimento. Rovito resta la bussola, non la scusa. La speranza non è un sentimento: è un lavoro quotidiano. La promessa per il nuovo anno è semplice: meno proclami, più fatti misurabili; meno nostalgia, più presenza.