Fuga dei cervelli, un dirigente scolastico racconta la Calabria persa: «Noi costretti a partire per necessità»
Oggi preside in Lombardia, Franco Marano racconta a LaC una storia che riflette l’esperienza di migliaia di giovani emigrati: «Volevamo restare, ma le opportunità mancavano. Mi piacerebbe tornare per riportare nella mia terra ciò che ho imparato altrove»
Franco Marano, dirigente scolastico al Nord, calabrese della pre Sila Cosentina, ha scritto due giorni fa al direttore della nostra testata. Raccontando cosa significa vivere al nord, lasciare la Calabria. Oggi il professore Marano è di nuovo tornato sulla sua storia, che poi è quella di migliaia di persone e soprattutto giovani costretti a lasciare la Calabria in cerca di un lavoro.
Scrive Marano: «Caro direttore, La mia non è stata una partenza romantica, ma una scelta necessaria. Dopo gli studi universitari io e mia moglie abbiamo deciso di restare in Calabria e di costruire lì la nostra famiglia. Ci siamo sposati, sono arrivati i figli, prima il maschietto e poi, due anni dopo, la bambina. Eravamo giovani e pieni di speranza. Andavamo avanti con piccoli lavori, contratti temporanei, collaborazioni precarie: non vere posizioni professionali, ma tentativi di restare nella nostra terra con dignità. Abbiamo bussato a molte porte, cercando opportunità per mettere a frutto le competenze e costruire una stabilità.
Le risposte però non arrivavano. A un certo punto la responsabilità verso la famiglia ti impone di guardare in faccia la realtà. Così, come è accaduto a migliaia di giovani del Sud, la necessità ha preso il posto del desiderio: abbiamo fatto la valigia e siamo partiti verso Milano. Ma partire non significa smettere di appartenere alla propria terra; significa, piuttosto, portarla con sé ovunque si vada, con il desiderio profondo di poterle restituire un giorno ciò che si è imparato altrove».
Lasciare la Calabria non per scelta, ma per necessità: «Ora vivo al Nord ma sogno di ritornare nella mia terra»Nella sua lettera lei racconta una partenza non scelta ma necessaria. Quando ha capito che per costruire il suo futuro professionale avrebbe dovuto lasciare la Calabria?
«L’ho capito lentamente, quasi con dolore. Per anni abbiamo provato a costruire il nostro futuro restando in Calabria, accettando lavori temporanei e situazioni di grande precarietà pur di non lasciare la nostra terra. Ma quando hai una famiglia e due figli piccoli, la precarietà non è più soltanto una condizione personale: diventa una responsabilità verso chi dipende da te. A quel punto capisci che restare rischia di trasformarsi in una rinuncia al futuro. Le ricerche sociologiche sulle migrazioni interne spiegano bene questo fenomeno: non si parte per scelta culturale, ma per necessità strutturale. È quello che è successo anche a noi. Non abbiamo lasciato la Calabria perché non la amassimo, ma perché volevamo garantire ai nostri figli un orizzonte di stabilità e di dignità. Eppure il desiderio di tornare, un giorno, non ha mai smesso di accompagnarmi.»
Lei è un dirigente scolastico con un percorso accademico molto ricco. Che tipo di ostacoli ha incontrato quando ha provato a mettere le sue competenze al servizio della Calabria?
«Dopo la laurea conseguita in Calabria ho incontrato molte difficoltà nel trovare un percorso professionale stabile che mi permettesse di mettere a frutto le competenze acquisite. Per questo ho deciso di trasferirmi a Milano. Qui ho iniziato a lavorare prima come docente e, dal 2016, come dirigente scolastico. Parallelamente ho continuato a studiare, coltivando una passione che mi accompagna da molti anni: la comprensione del cervello umano e dei suoi processi di sviluppo. Ho conseguito una laurea magistrale in psicologia, una in neuroscienze cognitive e una in pedagogia, oltre a diversi master di secondo livello in neuropsicologia dell’età evolutiva, in neuropsicologia dell’età adulta e dell’invecchiamento e in criminologia. Con alcuni colleghi abbiamo anche avviato un laboratorio dedicato allo studio delle neuroscienze dell’età evolutiva, lavorando sulla straordinaria plasticità cerebrale dei bambini. Attraverso protocolli di stimolazione cognitiva, attività metacognitive e un forte collegamento con il movimento e lo sport, cerchiamo di intervenire precocemente sulle atipie dello sviluppo. È un lavoro che dimostra quanto ricerca, scuola e scienze del cervello possano dialogare per migliorare concretamente la vita delle persone. Ed è proprio questo tipo di esperienza che un giorno mi piacerebbe poter riportare anche nella mia terra.»
La sua esperienza personale si inserisce in un fenomeno più ampio: quello di tanti giovani e professionisti calabresi costretti a emigrare. Quanto pesa questa “fuga di cervelli” sul futuro della regione?
«La fuga di competenze è probabilmente uno dei problemi più profondi per una regione come la Calabria. Non è soltanto una perdita demografica: è soprattutto una perdita di capitale umano, cioè di energie, idee, professionalità. Quando un giovane formato lascia il territorio, non porta via solo se stesso ma anche il potenziale contributo che avrebbe potuto offrire allo sviluppo della comunità. La domanda che molti di noi si pongono, a un certo punto della vita, è semplice: la nostra terra è oggi davvero capace di far rientrare i propri figli? C’è spazio per ricerca, innovazione e progettualità? Io conosco la Calabria di vent’anni fa e mi auguro che molte cose siano cambiate. Ma vedo ancora tanti giovani fare la valigia. Questo significa che la questione resta aperta e che la vera sfida, oggi, è creare le condizioni affinché partire non sia più una necessità ma una scelta.»
Oggi lavora in Lombardia. Dal punto di vista del sistema scolastico e delle opportunità professionali, quali differenze ha trovato rispetto alla realtà calabrese?
«La Lombardia è una realtà dinamica e fortemente integrata con il mondo della ricerca, dell’impresa e delle istituzioni. È una regione che offre molte opportunità e dove, nella maggior parte dei casi, il merito riesce a trovare spazio. Questo vale nella scuola ma anche nella sanità, nella ricerca e nelle professioni. Io sono profondamente grato a questa terra perché mi ha dato la possibilità di crescere professionalmente e di servire lo Stato come dirigente scolastico. Allo stesso tempo però, chi viene dal Sud porta sempre con sé un legame emotivo molto forte con la propria terra. Milano offre opportunità straordinarie, ma l’azzurro del mare, i colori e i profumi della Calabria restano parte della tua identità più profonda.»
Lei guida una comunità scolastica: che cosa dice ai giovani studenti che sognano il loro futuro?
«Guidare una comunità scolastica significa prima di tutto educare alla responsabilità. Ogni giorno lavoro con circa ottocento studenti e oltre centosettanta docenti e cerco di trasmettere valori semplici ma fondamentali: rispetto, serietà, competenza, onestà e merito. Ai ragazzi dico sempre di studiare, di leggere, di informarsi, di non smettere mai di mettersi in discussione. Viviamo in un’epoca in cui la conoscenza rappresenta la vera forza delle società. Le neuroscienze ci insegnano che il cervello umano è straordinariamente plastico e capace di apprendere lungo tutto l’arco della vita, ma questa potenzialità deve essere coltivata con impegno e disciplina. Il futuro appartiene ai giovani, ma sarà un futuro solido soltanto se costruito sull’altezza delle competenze e sul senso di responsabilità verso la comunità.»
Nella sua lettera emerge un forte legame con la Calabria. Che cosa le manca di più della sua terra vivendo lontano?
«La Calabria non è soltanto un luogo geografico, è un modo di vivere le relazioni. Mi mancano gli amici, la famiglia, gli incontri spontanei, le discussioni appassionate. Ma mi mancano soprattutto gli odori, i sapori, la luce della mia terra. C’è una dimensione umana molto profonda nelle comunità del Sud: relazioni genuine, spesso antiche, che si tramandano nel tempo. Nelle grandi metropoli della società globale, pur ricche di opportunità, questo tessuto relazionale è più difficile da trovare. Il rischio delle grandi città è l’anonimato. In Calabria invece, nonostante le difficoltà, esiste ancora un forte senso di appartenenza. Ed è proprio questo legame profondo che alimenta il desiderio di tornare.»
Se la Calabria riuscisse davvero a creare condizioni migliori per valorizzare le competenze, lei potrebbe tornare a lavorare stabilmente in Calabria?
«Se la Calabria riuscisse a costruire condizioni strutturali per valorizzare il capitale umano, credo che molti professionisti oggi lontani valuterebbero seriamente la possibilità di tornare. Personalmente non ho mai smesso di immaginare un contributo concreto alla mia terra. Mi piacerebbe creare in Calabria un laboratorio dedicato allo studio dei disturbi del neurosviluppo, delle fragilità adolescenziali e dei processi neurodegenerativi dell’età adulta e dell’invecchiamento. Un centro che non si limiti alla ricerca accademica, ma che sviluppi anche protocolli di valutazione, diagnosi e intervento neuroriabilitativo, mettendo in dialogo neuroscienze, scuola e sistema sanitario. Sarebbe un modo per restituire alla mia terra una parte delle conoscenze e delle esperienze maturate altrove.»
Un’ultima considerazione: tutti i problemi della Calabria dipendono dall’incapacità delle classi politiche, dalla mancanza di mezzi o dalla sua posizione geografica?
«La posizione geografica può avere un peso, perché i grandi flussi economici della globalizzazione tendono a concentrarsi nei centri più forti. Tuttavia non può essere l’unica spiegazione. La Calabria è una terra straordinaria per storia, cultura, paesaggio e patrimonio umano. Proprio per questo credo che anche la classe politica debba interrogarsi seriamente sul perché, ancora oggi, tante persone continuino a partire. Probabilmente è necessario ripensare il modello di investimento pubblico, puntando con maggiore decisione su ricerca, formazione e valorizzazione del capitale umano. Penso in particolare alle aree interne, che in molte parti d’Europa e d’Italia sono state rivitalizzate proprio grazie alla presenza di università, centri di ricerca e poli formativi decentrati. Portare conoscenza e innovazione nei territori può generare nuova vita economica e sociale. La Calabria è una regione grande, ricca e bellissima: non può rassegnarsi allo spopolamento che stiamo osservando in questi anni. La vera sfida è trasformare questa ricchezza in un progetto di futuro, capace di far restare i giovani e magari, un giorno, di far tornare anche chi è stato costretto a partire.»