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14/02/2026 ore 07.01
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Gentilezza, ascolto e responsabilità dei media: San Valentino e il potere delle parole per Domenico Maduli

Tra alfabetizzazione emotiva, leadership rispettosa e scelte editoriali consapevoli, il progetto del Network invita a usare le parole per costruire relazioni più umane e un clima sociale meno polarizzato. L’intervista al presidente del gruppo editoriale

di Redazione Attualità

In occasione di San Valentino, giornata tradizionalmente dedicata all’amore ma anche, sempre più, alla gentilezza e alla cura delle parole, Domenico Maduli, editore di LaC Network, ha risposto a una breve intervista sul clima sociale e sulla responsabilità dei media.
Un confronto che parte dal linguaggio quotidiano ed arriva alle scelte editoriali: perché informare non basta, se nel frattempo si alzano i toni e si riduce tutto a tifoserie.

In un’epoca di comunicazione rapida e spesso aggressiva, quale responsabilità sente oggi un editore nel contribuire al clima sociale?
Un editore non gestisce solamente contenuti, ma custodisce un linguaggio.
Ogni titolo, ogni parola scelta, costruisce un ambiente umano prima ancora che informativo. Oggi la responsabilità è rallentare la reazione immediata, restituire profondità, ricordare che dietro le notizie esistono persone. Se la comunicazione diventa un luogo più abitabile, anche la società lo diventa.
Un editore, in fondo, decide ogni giorno quale atmosfera respirerà la comunità che lo ascolta: può alimentare diffidenza oppure favorire fiducia.
Non è un potere astratto, ma una responsabilità concreta che si rinnova in ogni pubblicazione.

La rivoluzione gentile, quando le emozioni trovano voce: «I sentimenti e le parole sono i nostri alleati»

Perché un media dovrebbe occuparsi anche di alfabetizzazione emotiva e non solo di informazione?
Informare senza educare alle emozioni significa consegnare dati a persone disorientate. L’alfabetizzazione emotiva aiuta a comprendere, non solo a sapere.
Un cittadino consapevole delle proprie reazioni non si limita a reagire: interpreta, ascolta, dialoga.


Il compito dei media è accompagnare la comprensione, non amplificare l’impulso.
Le notizie, infatti, non entrano mai in un vuoto, arrivano dentro sensibilità, paure, speranze. Offrire strumenti per leggere ciò che proviamo rende l’informazione più responsabile e il pubblico più libero.

In che modo la gentilezza può diventare una forma concreta di leadership all’interno di un’azienda editoriale?
La gentilezza non è morbidezza: è chiarezza senza umiliazione.
Un leader gentile crea fiducia, e la fiducia genera responsabilità condivisa.
In redazione significa poter sbagliare senza paura e migliorare senza sentirsi giudicati.
Da lì nasce un’informazione più onesta, perché nasce da persone serene.
Quando il rispetto diventa metodo di lavoro, la qualità cresce spontaneamente: le idee circolano meglio, le differenze diventano risorse e non attriti. La leadership, allora, non si impone ma viene riconosciuta.

Ama con le parole, ama con la gentilezza: ecco la campagna del Network LaC per San Valentino

Che ruolo hanno televisioni e piattaforme digitali nel ridurre conflitti e polarizzazione nel dibattito pubblico?
Possono scegliere se essere eco o ponte.
L’eco ripete e amplifica le contrapposizioni, il ponte permette di attraversarle. Mostrare complessità, dare spazio a toni diversi, evitare la spettacolarizzazione della rabbia: sono decisioni editoriali prima ancora che tecniche.
La televisione entra nelle case: deve farlo con rispetto.

Anche il digitale può diventare luogo di incontro se guidato con attenzione, perché le persone tendono a imitare il clima che percepiscono.
Creare contesti di dialogo significa educare indirettamente alla convivenza.

Come si può tradurre un messaggio valoriale in pratiche editoriali quotidiane?
Con piccoli gesti coerenti: titoli che non feriscono, dibattiti che non gridano, tempi di ascolto veri.
La cultura non nasce da grandi dichiarazioni ma dalla ripetizione quotidiana di scelte corrette.
Quando la redazione interiorizza un valore, il pubblico lo percepisce senza bisogno di proclami.
Anche la selezione delle storie conta: raccontare esperienze costruttive, dare spazio alla complessità, evitare la semplificazione aggressiva.
La coerenza nel tempo trasforma un principio in identità.

Perché avete scelto proprio San Valentino come momento simbolico per lanciare questo progetto?
Perché AMORE è la parola più pronunciata e meno praticata.
San Valentino ci offre un simbolo semplice: ricordare che amare significa prima di tutto considerare l’altro reale, non astratto.
Parlare di parole in quel giorno significa restituire concretezza a un sentimento che rischia di restare retorico.
È un invito a spostare l’attenzione dal gesto occasionale all’atteggiamento quotidiano.
Se cambia il modo in cui ci parliamo, cambia anche il significato della ricorrenza.

Quale cambiamento culturale vorrebbe vedere nascere nei lettori e negli spettatori dopo questa iniziativa?
Mi piacerebbe che ognuno, prima di parlare o scrivere, si chiedesse: “Sto aggiungendo comprensione o solo rumore?”.
Se anche una sola conversazione familiare, una discussione online, un confronto di lavoro diventasse più umano, il progetto avrebbe già senso.
La cultura cambia quando cambiano i gesti minimi.
Non servono rivoluzioni visibili, ma abitudini diverse: un ascolto in più, una parola scelta meglio, un giudizio sospeso.
Da lì inizia una comunità più consapevole.

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