Giordano Bruno non abita più qui. Jovanotti e le luci da palcoscenico su una terra che si svuota
Il cantante in tour per la regione, la gaffe filosofica e la Calabria che resta fuori dai riflettori: mentre la rete corregge l’errore, sanità e giovani pagano il conto
I fari delle telecamere si spengono, il polverone degli applausi si posa e sulla terra battuta resta soltanto il gesso bianco di una svista. Jovanotti arriva in Calabria, parla, sorride, incanta la platea ed espelle con nonchalance un banale errore geografico-storico su Giordano Bruno. La rete, chiaramente, si infiamma. Parte il coro di burocrati del sapere, la gara a chi impugna per primo la matita blu per fare la lezioncina dal divano. Un diluvio di sdegno digitale, di meme piccati, di sberleffi d'ordinanza. Tutti fermi lì, impiantati su quella riga sbagliata.
L’errore c’è. Ma è una trappola.
Guardare quel dito puntato verso la citazione errata significa perdere di vista la montagna che ci sta dietro. La verità è più banale e parecchio più amara perché ci siamo cascati di nuovo. Ci siamo fatti distrarre dal palcoscenico mentre la casa dietro le quinte cade a pezzi. Un cantante sbaglia una nozione da sussidiario e la reazione collettiva diventa un processo di piazza. Nel frattempo, a tre chilometri da quel palco, una guardia medica ha la saracinesca abbassata per mancanza di personale e un’ambulanza attende quaranta minuti prima di trovare un medico a bordo. Ma di questo non si discute. Non fa ingaggio. Non produce clic.
Abbiamo barattato la realtà con la sua versione patinata. La politica locale questo lo ha capito benissimo e gioca la sua partita con un cinismo quasi raffinato. Costruisce una Calabria da cartolina, luccicante, straordinaria per decreto, costellata di grandi eventi e volti rassicuranti. Un racconto edulcorato che serve a coprire il vuoto. Perché se la narrazione convince, chi se ne importa se le corsie degli ospedali sono sguarnite? La politica ormai usa questi codici con impeccabile perizia moderna. Maneggia lo storytelling come uno strumento di governo, consapevole che un selfie ben riuscito copre il rumore di fondo di un territorio che si svuota ogni giorno di più.
È la politica dell'anestesia.
I giovani se ne vanno. Non è una metafora letteraria, è una conta demografica spietata. I paesi dell'entroterra tacciono, le serrande restano giù, le piazze si riempiono soltanto nei mesi estivi per poi piombare in un silenzio tombale ad ottobre. E di fronte a questa emorragia, la risposta istituzionale si traduce in misura di facciata, in alchimie come il «Reddito di Merito» che rischiano di trasformarsi nell'ennesimo incentivo a fare le valigie per chi ha davvero qualcosa da spendere sul mercato. Si premia il talento, certo, ma senza offrirgli un terreno su cui mettere radici. Risultato? Un biglietto di sola andata pagato con fondi pubblici.
Qui sta la colpa grave. Non in un cantante di passaggio che confonde una data o una città, ma in una classe politica e in un'opposizione che hanno rinunciato a fare il loro mestiere. La politica non dovrebbe rincorrere il sentiment della rete né adagiarsi sulla superficialità del dibattito da bar. Dovrebbe alzare l'asticella. Dovrebbe forgiare categorie d'analisi, pretendere complessità, affrontare la carne e il sangue dei problemi reali invece di sdegnarsi per l'ennesimo svarione da popstar.
Il vero dramma non è l'ignoranza di un artista. Il vero dramma è la pigrizia di chi guarda.
Continuare a vivisezionare la gaffe del giorno significa accettare il ruolo di comparse in una commedia già scritta. Ci lasciamo distrarre dal rumore bianco dei social media per non dover guardare dentro il buco nero delle responsabilità collettive. Serve a poco fare i professori su Facebook se poi ci si dimentica di scendere in strada a pretendere diritti fondamentali: il lavoro dignitoso, la salute garantita, la possibilità di restare senza che questo suoni come una condanna.
Ci vuole il dubbio. Ci vuole la conoscenza dura, quella che pesa e che fa male, non l'erudizione da quiz televisivo sfoggiata per sentirsi superiori un paio d'ore. La sfida vera non si vince correggendo gli altri con la matita blu, ma restituendo dignità alla critica e sostanza alla terra. Altrimenti, quando i riflettori dello show si saranno spenti del tutto e anche l'ultimo post indignato sarà finito nel dimenticatoio, ci accorgeremo che la citazione era sì corretta, ma la casa intorno è crollata da un pezzo.
*Gianfranco Donadio, documentarista