Giovani, rabbia e futuro negato: non bastano i decreti sicurezza a risolvere il disagio sociale
Dalle case inaccessibili agli stipendi insufficienti, fino alla fuga dei giovani dal Sud: condannare chi distrugge le città è necessario, ma senza lavoro, servizi e prospettive rischiamo di ignorare le cause profonde del malessere di un'intera generazione
Chi picchia, chi devasta, chi distrugge, chi spacca le vetrine deve pagarne le conseguenze. Su questo non c'è discussione, e non ci sono attenuanti.
Ma se il discorso finisce qui, ce la caviamo con poco. Condannare è giusto, ma è anche la parte più facile. Quella difficile è chiedersi da dove nasce tanta rabbia, e perché riguarda sempre più ragazzi.
Ma ci vogliamo chiedere, che cosa abbiamo lasciato ai nostri ragazzi? Quale società abbiamo consegnato loro? In che epoca stanno vivendo fra guerre, violenza, odio, sangue, genocidi.
Basta guardarsi intorno. Basta pensare alle grandi città del nostro paese. A Milano, Roma, Bologna o Firenze uno studente o un giovane studente o lavoratore paga 700, 800, anche 900 euro per una stanza. Sono città belle e piene di occasioni, ma ormai sono alla portata soprattutto di chi ha una famiglia che può dare una mano. Gli altri vengono spinti sempre più in là, in periferie sempre più lontane. Non lo chiamiamo così, ma è un nuovo modo di essere esclusi. Tagliati fuori, emarginati.
Al Sud il problema è diverso, ma non meno pesante. Chi decide di restare spesso deve accontentarsi di lavori pagati poco, contratti a termine, poche prospettive. E di servizi che zoppicano: un ospedale efficiente, un treno puntuale, una scuola all'altezza, qui non sono scontati come altrove. A volte sembrano quasi una conquista. O forse un miraggio.
Così molti partono. Scappano via. Cercano il futuro altrove. Pensiamo a quelle famiglie calabresi che per anni hanno fatto sacrifici durissimi per far studiare un figlio, lo hanno accompagnato fino alla laurea, e poi lo vedono salire su un treno per il Nord. Non perché voglia andarsene, ma perché qui il lavoro non c'è, oppure c'è con stipendi con cui non si riesce a mettere su casa. Chiamiamoli pure stipendi da fame.
Il risultato è paradossale: al Nord vivere costa troppo, al Sud costruirsi una vita è troppo difficile. In mezzo c'è una generazione a cui avevamo promesso che studiare sarebbe servito, e che adesso scopre che non basta più.
A questi ragazzi abbiamo chiesto tanto. Di prepararsi, di adattarsi, di essere competitivi, di avere pazienza. In cambio hanno avuto stipendi bassi, contratti che durano pochi mesi, affitti impossibili. E la sensazione che mettere al mondo un figlio sia diventato quasi un lusso.
Intanto le famiglie reggono tutto da sole. Genitori che lavorano ancora fino a sera e continuano a pagare l'affitto, le bollette, le tasse universitarie di figli ormai adulti. Fanno quello che lo Stato non riesce più a fare.
Per questo indignarsi solo quando una piazza esplode non basta. Eppure è esattamente quello che sta facendo il governo. Dopo gli scontri di Milano la risposta è arrivata in due giorni: l'ottavo decreto sicurezza, con un nuovo reato, il fermo esteso ai minorenni, le multe ai genitori, cinquecento militari in più per le strade. L'ennesimo decreto, e con ogni probabilità inutile come quelli che l'hanno preceduto, visto che buona parte di quelle norme esisteva già e non ha impedito nulla.
E per i giovani? Per le scuole, per il lavoro, per le case, per il futuro di questi ragazzi? Nulla. Nemmeno una riga. E per le famiglie? Nulla di nulla.
Lo Stato deve garantire ordine e legalità, certo. Ma deve garantire anche che chi lavora possa vivere in modo dignitoso. Un governo che sa rispondere solo con il codice penale ha scelto di guardare il problema dalla parte sbagliata.
Chissà se a Palazzo Chigi non hanno ascoltato le parole pronunciate oggi dal presidente Mattarella. Il Capo dello Stato ha detto che ai giovani non si può guardare con «indifferenza o, peggio, con meschina sottovalutazione». Ed ha aggiunto che il loro malessere è una grande questione sociale e che tanti ragazzi partiti tornerebbero volentieri, se qui trovassero un lavoro e una vita all'altezza. Parole chiarissime. Peccato che il giorno prima il governo avesse già dato la sua risposta.
La violenza non si giustifica mai. Ma un Paese che si limita a contare le vetrine rotte, senza guardare ai ragazzi che partono, a quelli senza lavoro e a quelli che lavorano e non arrivano a fine mese, ha già perso tutto.
Ieri, sotto un post, un signore ha scritto una cosa che fa pensare . Parlava di un'altra violenza, quella che nei telegiornali non finisce mai. L'operaio edile costretto a stare su un ponteggio fino a 68 anni. La bambina che piange perché il papà non può fare la spesa: deve pagare le bollette. L'anziano cardiopatico che aspetta un anno per una visita dal cardiologo. Questa violenza, scriveva, è molto più atroce di una vetrina sfasciata.
Ha ragione. La vetrina rotta fa rumore e il giorno dopo è su tutti i giornali. Queste vite che si consumano un po' alla volta non fanno rumore, e per questo ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.
La rabbia dei giovani ci spaventa. Dovrebbe spaventarci di più il giorno in cui smetteranno anche di arrabbiarsi, perché avranno smesso di crederci.
Quando un Paese non sa più offrire ai suoi ragazzi un lavoro dignitoso, una casa, servizi che funzionano e la possibilità di farsi una famiglia, il problema non è solo chi scende in piazza. È un Paese che quella rabbia non ha voluto ascoltare quando era ancora in tempo.