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14/06/2026 ore 17.10
Attualità

Giuseppe Caruso e la retorica del ritorno eroico: «Partenze e ritorni? Temi ormai di moda, le persone perbene restano sempre»

Dopo anni trascorsi all’estero, è tornato a vivere a Petilia Policastro, dove ha avviato iniziative culturali e una biblioteca aperta alla comunità. Nell’intervista rivendica il valore delle persone comuni che ogni giorno tengono vivi i paesi 

di Battista Bruno

Giuseppe Caruso ha trascorso tanti anni all’estero tra esperienze artistiche e professionali prima di fare la grande scelta del ritorno. Dieci anni fa è rientrato in Calabria con la moglie, scegliendo definitivamente il suo paese d’origine, nel cuore dell’alto crotonese, a Petilia Policastro. Qui ha scelto di non inseguire la retorica del “ritorno eroico”, ma di lavorare in silenzio su ciò che considera più concreto: le persone, la memoria, le relazioni quotidiane. Ha avviato iniziative culturali, costruito una piccola biblioteca aperta alla comunità con libri provenienti da tutta Italia e cercato di rimettere il borgo al centro di una rete culturale più ampia.

Lo abbiamo intervistato per capire meglio il senso di questa scelta e il progetto che sta portando avanti.

D. Nei tuoi pezzi parli spesso di ritorni e di eroi del ritorno. Cosa ti infastidisce di questa moda?

R. Ormai va di moda parlare di gente che ritorna o sceglie di vivere nei paesi per farli diventare eroi. Eroi che poi, passato il tempo di leggere la loro storia sui giornali, scompaiono nel nulla. Non credo agli eroi e specialmente agli eroi del ritorno; credo invece alle persone perbene.

D. Chi sono, per te, queste “persone perbene”?

R. Se dovessi sceglierne qualcuna sceglierei una come lei, la zia Santa che sempre con il sorriso e con un semplice telaio ha cresciuto una famiglia intera e gira per le strade ‘portando’ sempre rispetto per la gente.

D. Nei tuoi racconti metti a confronto questi ritorni con la vita quotidiana del paese. Come la vedi?

R. E vedi degli eroi camminare a piedi nudi con la ragazza ritornati al paese a bere una birra o dividere un caffè in un bar. Che spariranno dalla scena tra un paio di giorni. Noi non camminiamo a piedi nudi per le strade ed abbiamo sempre bevuto in un bicchiere con altra gente. E sinceramente non abbiamo bisogno nè di santi nè di eroi, come dice mio cognato Simone. A noi bastano le persone perbene.

D. I media si concentrano molto su partenze e rientri: qual è il problema, secondo te?

R. Sembra che tutta l’attenzione mediatica si sia spostata sulle partenze, sui rientri e su altre parole che vanno di moda al momento, mentre le persone perbene resteranno per sempre.

D. Cosa vorresti che la gente capisse sulla scelta di vivere in un paese?

R. E poi lasciate vivere ognuno dove meglio sta bene e basta. Si può stare bene in un piccolo paese, si può stare bene in una grande città.

D. Torni spesso su aneddoti personali. Ricordi qualcosa che ti abbia colpito?

R. Una volta la zia Santa mi disse: “Giuseppe ogni volta che sento parlare male del mio paese ci sto male. Io qui al mio paese ci sono sempre stata bene e non sai quanto bene ho fatto e quanto ne ho ricevuto”. Un’altra cosa che mi disse è stata: “Giuseppe mi raccomando non dire mai brutte parole, non dire mai parolacce, perché ti fanno apparire brutto, usa sempre parole gentili.”

D. Perché insisti tanto sul raccontare le persone perbene?

R. Bisognerebbe parlare di più delle persone perbene. Di persone semplici come lei, la zia Santa che con un semplice telaio ha cresciuto un’intera famiglia ed ora gira per le vie del paese sorridendo a tutti, sorridendo alla vita e insegnando le regole di un gioco più vecchio di noi ai nostri bambini senza mai dire una brutta parola.

D. Cosa ti stufa della narrazione corrente?

R. Siamo stufi di tutti questi eroi, a noi bastano le persone perbene. Io di loro ne parlerò sempre.

D. Hai scritto un libro su questo tema?

R. Anzi tra un pò verrà pubblicato il mio nuovo e forse stupido libro, ma persone perbene come lei ne ho inserite più di 1000. Ne conosco tante da Petilia, a Firenze, a Catanzaro, a Crotone, a Tokyo, a Berlino, passando per la piccola Scheggino. Ne conosco tante di persone perbene in giro per il mondo.

D. Cosa pensi serva per cambiare la narrazione?

R. E finché non cambieremo questo distorto tipo di narrazione sarà sempre un’inutile e sterile guerra tra poveri.

Tra un paio di settimane Caruso sarà a New York presso la Urbani Truffles dove potrà raccontare le tante storie della Calabria e di Petilia. Parlerà delle persone e dei luoghi del suo primo libro tradotto in inglese.