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02/06/2026 ore 16.31
Attualità

Gli ottant’anni della Repubblica, Spadaro: «La democrazia non rischia di morire, ma di perdere le sue radici costituzionali»

Nel volume scritto con Francesco Kostner, il costituzionalista ripercorre il significato della Carta e mette in guardia dall'indebolimento dei valori consolidati: «Le minacce illiberali non sono più un'ipotesi, ma una realtà con cui confrontarsi»

di Battista Bruno

A ottant’anni dal voto del 2 giugno 1946 che portò all’elezione dell’Assemblea Costituente e alla nascita della Repubblica, torna al centro del dibattito il valore della Costituzione italiana e la sua attualità in una società attraversata da profonde trasformazioni politiche, sociali e culturali.

Da questa riflessione nasce il volume “Conversazione sulla Costituzione della Repubblica italiana. A ottant’anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente (1946-2026)”, un dialogo tra il costituzionalista Antonino Spadaro e il giornalista Francesco Kostner, che coniuga rigore scientifico e capacità divulgativa, offrendo ai lettori strumenti utili per comprendere il significato profondo della Carta repubblicana. Il libro è arricchito dal testo integrale e aggiornato della Costituzione.

Abbiamo sentito il professore Spadaro, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, per riflette sullo stato della democrazia italiana, sui rischi delle derive illiberali.

Le nostra costituzione oggi ha ancora bisogno di essere “raccontata” più che spiegata?
«Credo che, oggi più che mai, la Costituzione vada “nello stesso tempo” raccontata e spiegata. “Raccontata” perché purtroppo il più vasto pubblico, la gente più semplice, non sa come e perché siamo arrivati alla Costituzione repubblicana del 1948: molti non hanno la più pallida idea della tragedia che è stata il ventennio fascista in termini di graduale soppressione delle libertà, diffusa corruzione e deturpazione delle coscienze, per non parlare dell’inanità della monarchia sabauda. È non sempre si percepisce la Resistenza antifascista, per altro non priva di ombre, come un autentico “secondo risorgimento” italiano che ha consentito il riscatto storico della Nazione italiana, trascinata da un regime autoritario in una folle guerra mondiale di aggressione. Ma la Costituzione va anche “spiegata” perché, nonostante la Carta sia un testo quasi sempre semplice e chiaro, ha un significato e una portata tecnico-giuridica complessa: serve dunque anche uno studio attento sorretto da personale che abbia un minimo di competenza. In questo senso forsebisogna ancora rafforzare alcuni processi educativi: “formare i formatori”, ossia coloro che sono chiamati, nella scuola ma non solo, ad insegnare l’“abc” della nostra forma di Stato e del sistema dei valori costituzionali».

Il libro nasce per gli ottant’anni della Assemblea Costituente: che idea si è fatto dello stato di salute della democrazia italiana oggi?
«Come in tutto il mondo, anche in Italia la democrazia – e per democrazia intendo la “democrazia costituzionale”, ossia la liberaldemocrazia – è in crisi per svariati fattori: le società, soprattutto in Occidente, sono sempre più “liquide”; sono crollate molte certezze e crescono i dubbi (il nostro è il tempo della c.d.“post-verità”); sono presenti populismi edenormi poteri economici, finanziari, digitali e tecnologici che incidono sulle comunicazioni (ormai in tempo reale) e manipolano le informazioni, condizionando la vita quotidiana di ogni persona. In questo contesto, l’Italia non rischia tanto la fine della democrazia in senso stretto – che essenzialmente è una mera procedura, dove la maggioranza vince e la minoranza perde – ma rischia piuttosto di vedere indebolita la cornice assiologica (la Costituzione, appunto) che rende possibile lo stesso processo democratico. Rischia, insomma, di perdere le sue radici, l’idem sentire che ha reso possibile la nascita della Repubblica; se si vuole: le ragioni profonde per cui gli italiani – tutti: del Nord e del Sud, di destra o di sinistra – sono un unico popolo con alcuni obiettivi fondamentali condivisi da raggiungere: uguaglianza (dunque rifiuto di ogni discriminazione), libertà (non libertarismo), giustizia (non giustizialismo), pace (senza negare il diritto di difesa), solidarietà (universale: non rivolta solo agli italiani e alle generazioni presenti), ecc.».

Nel dialogo emerge spesso una preoccupazione per il ritorno di modelli illiberali: quanto è concreta questa minaccia secondo lei?
«Più che una minaccia è un dato di fatto, direi. Escludendo del tutto le “democrature” (Russia, Turchia) e al di là di alcuni casi più emblematici di “democrazie illiberali” (Ungheria di Orban), anche democrazie liberali più antiche e mature, dunque apparentemente consolidate – come gli USA, la Francia, la Germania e, in fondo, la stessa Italia – vedono la presenza di forze politiche se non eversive, quanto meno estremistiche, che sono insofferenti ai controlli e ai limiti costituzionali, che rimettono in discussione la funzione degli organi di garanzia, a cominciare dalla magistratura, talvolta incidendo sulla stessa libertà di informazione, dando l’impressione di prediligere il “diritto della forza” alla “forza del diritto”. Forse la storia non torna indietro, ma non è detto che sia sempre espressione di un progresso sociale».

Che ruolo può avere oggi la divulgazione giornalistica nel rafforzare la cultura costituzionale tra i cittadini?
«Il c.d. quarto potere, ossia la stampa, èassolutamente fondamentale: servirebbe rafforzare sia il pluralismo interno (alla stessa testata giornalistica) che esterno (fra più testate giornalistiche). Purtroppo disinformation(diffusione di fake news), malinformation(omissioni o diffusione di notizie parziali e manipolate), e misinformation (diffusione in buona fede di notizie false), sono fenomeni diffusissimi soprattutto in rete. In questo senso, ciò che è veramente difficile oggi non è tanto garantire la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), quanto la semplice “libertà di pensiero”, ossia la formazione di un pensiero libero e critico».

Nel confronto tra lei e Kostner emerge la centralità della “dignità della persona”: è questo il vero cuore della Costituzione?
«Sì, il principio di dignità della persona umana – seppure non esplicitato in modo particolarmente solenne nella Carta – resta l’obiettivo centrale dello Stato costitituzionale. Uguaglianza, libertà, solidarietà, ecc. sono tutti corollari di questo principio super- e meta-costituzionale, che però resta inevitabilmente “indeterminato”, e dunque controverso, nostante la sua natura ontologica positiva. La Corte costituzionale, per esempio, lo declina ora in senso soggettivo (in materia di fine vita), ora in senso oggettivo (in materia di prostituzione). Cìo non toglie che permette di trovare, di volta in volta, soluzioni non perfette, ma almeno bilanciate e ragionevoli».

Quanto è cambiato il modo di percepire la Costituzione rispetto al passato, soprattutto tra i giovani?
«Non ho dati statistici precisi, ma mi confronto quotidianamente con i giovani studenti in Università e non sono per nulla pessimista. Spesso le nuove generazioni sono meno formali/rituali e manifestano sensibilità politicamente trasversali – rispetto dei diritti civili, difesa dei popoli oppressi (palestinese, ucraino…), tutela dell’ambiente, talvolta persino recupero di forme di spiritualità (magari non istituzionali), ecc. – che fanno ben sperare. Ma rimane purtroppo ancora molta disinformazione e ignoranza diffusa. È vero che “il maestro appare quando l’allievo è pronto”, ma è soprattutto vero che i giovani hanno bisogno di meno parole/promesse e più fatti/testimoni credibili».

Se dovesse sintetizzare in una sola idea il messaggio che vuole lasciare al lettore, quale sarebbe?
«Pare che uno dei Paesi del mondo, fra i più menzionati, dove la gente vorrebbe vivere sia proprio l’Italia. Ma quale Italia? L’Italia nata dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, quella repubblicana che si è data una buona Costituzione, perfezionabile certo, ma ancora pienamente valida. L’Italia che, da Paese sconfitto, affamato e quasi distrutto, è divenuta una media potenza regionale e la 7a o 8a potenza economica globale, nonostante l’esiguità della sua popolazione. L’Italia che – da Paese di emigrazione divenuto ora di immigrazione – non deve perdere la sua tradizionale capacità di accoglienza. L’Italia che possiede la maggioranza delle bellezze artistiche del mondo e che ha una politica estera tradizionalmente non aggressiva, favorevole all’Unione Europea e alle Nazioni Unite. Direi, come messaggio agli italiani, che non devono disperare e – nell’attuale disordine mondiale – che possono/devono tranquillamente guardare alla Costituzione per costruire un futuro ancora migliore».