Gratteri, la riforma Nordio e il teorema del bersaglio: se il dito punta la casta, il coro urla al sacrilegio
Con le sue dichiarazioni sul referendum sulla giustizia, si è detto che abbia dato dei “collusi” a milioni di italiani. Ma quella del procuratore di Napoli non è stata un’offesa collettiva ma, piuttosto, una diagnosi chirurgica
Il fumo della scorta non è mai del tutto svanito. Nicola Gratteri abita da decenni in quella terra di mezzo dove ogni parola pesa come un faldone di diecimila pagine e ogni silenzio è una trincea. Quando apre bocca, non emette suoni ma scaglia pietre. L’ultima ha infranto il cristallo del dibattito sul referendum, sollevando un polverone che sa di zolfo e malintesi. Ma se ci fermiamo a guardare i cocci, oltre l’urlo sdegnato della politica da salotto, emerge una verità più ruvida, quasi anatomica. Quella di Gratteri non è stata un’offesa collettiva ma è stata, piuttosto, una diagnosi chirurgica somministrata con la delicatezza di un trapano da cantiere.
Si è detto che abbia dato dei “collusi” a milioni di italiani. Un’iperbole comoda, utile a chi ha bisogno di un nemico pubblico per sentirsi democratico. Eppure, a leggere tra le righe di quella difesa che sa di logica aristotelica applicata alla trincea, il magistrato calabrese ha fatto un’operazione diversa. Ha tracciato un perimetro. Ha guardato le facce di chi popola i corridoi meno illuminati del potere e ha detto “voi voterete Sì”. Non perché siate gli unici, ma perché siete i primi ad averne bisogno. C’è una distinzione sottile, ma fondamentale, tra il coro e i solisti del malaffare. Il problema è che in Italia, quando qualcuno punta il dito verso l’alto, c’è sempre un’orchestra pronta a lamentarsi del fatto che non si stia guardando la luna.
Il paradosso è tutto qui. Gratteri si difende con la parcellizzazione del discorso, rifiutando la lettura disorganica di un’intervista che parlava di indagini, non di sociologia elettorale. È la solita vecchia storia del microscopio. Se guardi una goccia di sangue, vedi i batteri; se guardi un uomo, vedi una persona. Gratteri, per deformazione professionale e per destino biologico, guarda il sangue. Vede i centri di potere che non tollerano il guinzaglio della magistratura, vede quegli apparati che si sentono soffocare ogni volta che una telecamera si accende in un bunker. Dire che a questi soggetti il "Sì" conviene non è un’opinione politica ma è un’analisi di mercato applicata al crimine.
Il ritmo della polemica ha seguito il copione stanco di una recita parrocchiale. Lo sdegno a comando. La richiesta di provvedimenti disciplinari. Ma chi ha vissuto un giorno solo sotto il cielo di Catanzaro o di Napoli sa che la sfumatura è un lusso che Gratteri non può permettersi. La sua lingua è come la sua terra. Èscoscesa, è priva di fronzoli, è refrattaria alle carezze. Se dice che chi non vuole essere controllato voterà per smussare le unghie alla giustizia, sta enunciando una legge della fisica del potere. Chi ha paura dell'acqua non vota per la costruzione di una diga. È elementare. Brutale. Onesto, a mio avviso, fino a essere sgradevole.
C’è una solitudine immensa in questa difesa. È la solitudine di chi deve spiegare l’ovvio a chi finge di non capire. Gratteri non è un politico che cerca consenso ma è un tecnico del sospetto che ha visto troppe volte la convergenza di interessi tra il colletto bianco e la zona grigia. Il malinteso nasce dalla pretesa che un magistrato parli come un diplomatico di carriera. Ma il linguaggio di Gratteri è fatto di terra e di verbali. Non ha la levigatezza del marmo dei palazzi romani. Quando dice che non tutti quelli che votano Sì sono centri di potere, sta concedendo la grazia della logica alla massa. Ma ribadisce che il nucleo del Sì, quello che muove i fili nell'ombra delle segreterie e delle holding di facciata, ha una motivazione che non è ideologica. È di sopravvivenza.
La bufera allora si sgonfia se la si guarda con gli occhi di chi non ha nulla da perdere. La strumentalizzazione è un’arma a doppio taglio che spesso ferisce chi la impugna con troppa foga. Voler far credere che un uomo che ha sacrificato la propria libertà personale per combattere le mafie voglia insultare la sovranità popolare è un esercizio di equilibrismo logico che non regge alla prova dei fatti. È molto più semplice. L’ho ascoltato attentamente a “Piazza Pulita”, Gratteri ha parlato di convenienza. E la convenienza, si sa, è la bussola dei furbi. Quelli che sanno sempre dove sedersi prima ancora che la sedia venga messa all’asta.
Se Occhiuto attacca Gratteri, l'inedito affondo del governatore che pesa di più dell'insieme mediatico nazionaleEcco allora che la sua difesa diventa un manifesto di realismo giudiziario. Non c’è spazio per le virgole messe bene o per le perifrasi rassicuranti. C’è solo la constatazione che il sistema, quando viene messo alle strette, reagisce con gli strumenti che ha. Il voto è uno di questi. È un atto di accusa contro un certo modo di intendere lo Stato, lanciato da chi lo Stato lo difende ogni giorno da una gabbia di vetro. Non è arroganza. È l'amarezza di chi sa che, alla fine, il potere trova sempre il modo di rigenerarsi, cambiando pelle come un rettile sotto il sole di agosto.
Forse il vero scandalo non è ciò che Gratteri ha detto, ma il fatto che lo abbia detto a voce alta. In un Paese che ha fatto dell’ipocrisia una forma d’arte, la verità detta senza guanti di velluto fa lo stesso effetto di uno schiaffo in chiesa. Ti lascia stordito, ti fa gridare al sacrilegio, ma non puoi fare a meno di sentire la guancia che brucia. E quel bruciore è il segno che il colpo è andato a segno, proprio lì dove la carne è più scoperta, dove gli interessi si intrecciano e le leggi diventano ostacoli da saltare con un tratto di penna sulla scheda elettorale.
Restano le parole, nude e taglienti. Resta un magistrato che non chiede scusa perché sa di aver descritto una dinamica, non un elettorato. La distinzione è tutta lì, in quel crinale sottile tra l'analisi del malaffare e la critica politica. Gratteri cammina su quel filo da una vita, con le mani sporche di inchiostro e il cuore blindato. E mentre fuori il rumore della polemica cresce, lui torna a guardare le carte. Perché alla fine, svanito l'eco delle interviste e spenti i riflettori dei talk show, rimangono solo i fatti. E i fatti, a differenza delle opinioni, non votano. Si limitano a esistere, fastidiosi e immutabili come il ronzio di una zanzara in una notte d'estate che non vuole saperne di finire.
Forse dovremmo chiederci se siamo noi a non saper più ascoltare o se sia lui a parlare una lingua che abbiamo deciso di dimenticare per pura comodità. La risposta, probabilmente, dorme in qualche intercettazione che non abbiamo ancora avuto il coraggio di leggere.
*Documentarista