Guerra in Iran, il professore Leccese (Unical): «Disastro sotto gli occhi di tutti, le bombe non portano democrazia»
Il docente associato di Storia dei Paesi islamici all’Ateneo di Arcavacata spiega come si è arrivati alla situazione attuale e poi afferma: «Il tema principale è il neocolonialismo sfrenato di Israele e Usa»
Vittime, paura, complessità. L’escalation di violenze che USA e Israele hanno perpetrato in Iran ha portato a un tifo da stadio nell’opinione pubblica. A rimettere i tasselli al proprio posto il Professore Associato di Storia dei Paesi Islamici dell’Unical, Francesco Alfonso Leccese, che spiega le origini della situazione attuale a Teheran. Ovverosia, la rivoluzione iraniana del 1979 diventata poi rivoluzione islamica: «La rivoluzione iraniana del 1979 fu una rivoluzione popolare che partiva da un presupposto fondamentale: una mobilitazione ampia che riuniva componenti eterogenee della società iraniana».
L’abbraccio dei genitori dopo l’incubo della guerra: atterrati a Lamezia gli studenti calabresi bloccati a DubaiUn passaggio fondamentale per capire la complessità dell’Iran: «È un Paese etnicamente molto vario, in cui soprattutto la componente religiosa e quella dei grandi mercanti cittadini, i bāzārī, si unirono per deporre una dittatura fortemente repressiva, quella dello Shah della dinastia Pahlavi. L’obiettivo era superare un sistema autoritario e riaffermare una forma di identità nazionale iraniana, nella quale l’elemento della rivolta potesse mettere in luce anche istanze legate a una possibile democratizzazione».
Poi, però, l’arrivo dell’Ayatollah Khomeini, la Guida Suprema. Da qui, i tecnicismi cambiano rispetto a un tema occidentale democratico: «Khomeini introdusse il il vilayet el-faqih, ovverosia il “governo del giurisperito”, ovverosia – spiega Leccese – un sistema in cui l’elemento religioso è centrale e complesso: accanto alla Guida Suprema esistono strutture parlamentari ed elettive, mentre l’autorità della Guida opera in un quadro istituzionale articolato».
«Iran terrorista? I gruppi jihadisti sono legati ad altri paesi»
Comprendere l’attuale sistema di Governo a Teheran serve, in linea di principio, per comprendere il Paese che, da ormai quasi cinquant’anni, è individuato dalla propaganda USA come “il male del mondo”. Leccese, però, analizza la situazione nel dettaglio e spiega che la verità è estremamente diversa, soprattutto per quanto riguarda gli attentati terroristici che hanno colpito il mondo occidentale: «La storia del XX e XXI secolo mostra che i principali gruppi di matrice jihadista si sono sviluppati nell’ambito della teologia salafita e del wahhabismo, spesso con finanziamenti provenienti da monarchie del Golfo. Se consideriamo gli attentati che hanno colpito l’Europa, da Madrid a Parigi, incluso il Bataclan, essi sono riconducibili a uno jihadismo di matrice sunnita che non ha legami diretti con l’Iran».
Attentato a Nizza, Francia vittima di un terrorismo “endogeno”Qual è, dunque, il ruolo dell’Iran fra i Paesi del Medioriente? «Teheran ha svolto – spiega il docente Unical – fin dalla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran un ruolo di aggregatore politico per movimenti sciiti come Hezbollah in Libano e la famiglia degli Assad in Siria ma anche per il movimento di resistenza islamica di matrice sunnita, Hamas, che ha assunto un ruolo egemone nella Striscia di Gaza dal 2007. Tuttavia, definire l’Iran esclusivamente come un pericolo terroristico rappresenta una semplificazione che non rende conto della complessità storica e sociale del Paese: l’Iran è uno degli Stati del Medio Oriente con il più alto livello di istruzione femminile e presenta una società civile, interna e nella diaspora, estremamente vivace e capace di produrre riflessioni articolate sulle possibili trasformazioni dello Stato. Come sottolineano numerosi studiosi e studiose, la democrazia non può essere esportata con le bombe né con il bombardamento di scuole femminili, come dimostra il tragico evento di Minab in cui hanno perso la vita 160 bambine».
«Non esistono bombe intelligenti, il conflitto uccide il popolo»
C’è un altro punto incredibile, nel senso più proprio del termine, che sono le presunte armi nucleari dell’Iran denunciate sabato scorso. Una notizia smentita dall’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ma nell’era della post verità vale tutto. E il pensiero non può che correre a quando Colin Powell, a inizio secolo, mostrò al mondo le tristemente note e mai esistite armi chimiche di Saddam Hussein: «I presupposti storici per un possibile disastro sono sotto gli occhi di tutti», spiega Leccese, «perché oggi come allora si tratta di accuse infondate. Il futuro dell’Iran è indubbiamente incerto e fare previsioni appare estremamente complesso. Il tema centrale riguarda la visione neocoloniale e imperialista degli Stati Uniti e a Israele, che ritengono sia possibile capovolgere un regime senza avere un progetto chiaro per il futuro».
Nelle scorse ore Donald Trump ha per ora frenato la nuova ascesa al potere di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah. «Si tratta di una dinastia fortemente legata agli interessi britannici prima e statunitensi poi: nel caso in cui dovesse andare al potere l’attuale pretendente al trono, sarebbe il terzo caso di uno Shah messo al Governo da una potenza occidentale», spiega Leccese. «La sensazione, però, è che l’Iran – continua il docente – debba essere smantellato e possa diventare un coacervo di staterelli etnici, quando la situazione è molto più complessa di così: stiamo parlando di un Paese con 92 milioni di abitanti in cui sono presenti persiani, curdi, arabi, beluci e una serie di altre realtà. Lo Stato erede di uno dei più grandi imperi della storia sembra pronto a essere trasformato in un territorio in cui la guerra civile e il caos la fanno da padrone».
Un pensiero, ovviamente, alle vittime dei bombardamenti su Teheran: «Non esistono bombe intelligenti – dice Leccese –non esistono attacchi strategici e l’uccisione delle bambine a scuola o i bombardamenti su università e ospedali ci fanno capire quanto questa guerra colpisca quello stesso popolo iraniano sceso in piazza negli ultimi mesi per chiedere un cambiamento». Un film purtroppo già visto. Dall’Iraq all’Iran, cambiano una consonante e poco più di due decenni. Non la visione colonialista di un mondo sull’orlo della guerra per interessi economici e personali.