I santi Cosma e Damiano: la verità spoglia sul raduno devozionale più frainteso della Calabria
A Riace il santuario diventa il cuore di una partecipazione popolare intensa. Rom e Sinti arrivano da tutta la regione, trasformando il rito in un incontro tra fede, identità, memoria e marginalità
Il sudore e l’incenso hanno lo stesso odore quando si appiccicano alla pelle a fine settembre, lungo le curve strette che salgono a Riace. Chi non conosce questi passi immagina un idillica pittura etnografica. Si sbaglia di grosso. La realtà è un ceffone di polvere, scarichi di furgoni, sonagli di tamburelli che ti picchiano nelle tempie per tutta la notte e fin dal mattino presto. Su quel sagrato non c’è traccia dell'accoglienza patinata raccontata dalle edizioni serali dei telegiornali, né del pietismo di certi sociologi da salotto. Lì c’è la carne. C’è il ferro delle gabbie. C’è il galoppo d’un sangue che si riconosce solo quando la calca si stringe attorno alle statue lignee dei due fratelli venuti dalla Siria.
I Santi Cosma e Damiano curavano senza chiedere un soldo. Anàrgiri, dicono le carte ecclesiastiche. Per chi vive ai margini, dove ogni respiro ha un prezzo e perfino la giustizia si paga a caro prezzo, dei medici che non chiedono conto della tua provenienza o della tua tasca non sono una curiosità teologica. Sono l’unica ancora. I Rom e i Sinti della Calabria lo sanno da generazioni. Non sono arrivati ieri con i pullman del turismo religioso. C’erano quando qui si scambiavano i cavalli, quando la fiera del bestiame metteva assieme gli unici due mondi possibili come i massari legati alla terra e i nomadi padroni del viaggio.
La fiera è morta e sepolta. Resta l’impalcatura sacra. Un paradosso vivente che fa tremare le categorie degli stanziali. Mentre la chiesa istituzionale prova a incanalare il rito dentro transenne ordinate, la comunità rom prende il santuario per sfinimento. Lo invade. Non chiede permesso. Arrivano a gruppi, famiglie intere su roulotte vecchie e SUV tirati a lucido, stendono coperte sull’asfalto, trasformano la piazza in un accampamento sacro dove il confine tra il dentro e il fuori non esiste più.
Si balla. Ma non è la tarantella per turisti con il tamburello comprato all’autogrill. È una danza dura, secca, battuta sui tacchi con una violenza che sembra voler spaccare la pietra. L’organetto non accompagna, incalza. Chi danza sbatte i piedi contro la terra per farsi sentire fin sotto il marmo della chiesa. Le donne portano i bambini in braccio, li sollevano fino alle statue, quasi a volerli piantare sul grembo dei due santi. Guardi i volti e vedi un'esigenza viscerale. Chiedono salute per i polmoni, per le ossa marcite nei prefabbricati, per i figli finiti male. È una contrattazione immediata con il divino: io ti do il mio sudore, la mia notte senza sonno, le mie monete scaricate ai piedi della vara; tu mi garantisci la sopravvivenza per un altro anno.
In mezzo a questo caos primordiale compare la figura sottile del Beato Zeffirino Giménez Malla, El Pelé. Un martire rom beatificato dalla Chiesa che riposa sotto forma di effigie dentro il santuario. Per gli studiosi da cattedra è la dimostrazione dell'integrazione riuscita. Per chi sta in mezzo alla piazza è qualcos'altro, come, ad esempio, un lasciapassare. Zeffirino è la prova che anche chi non ha mai avuto patria ha un posto in Paradiso, o quantomeno il diritto di fare baccano dentro una navata senza che il parroco chiami i carabinieri.
Eppure sarebbe ingenuo dipingere Riace a settembre come l’oasi della fratellanza universale. La tregua dura quarantotto ore. Gli stanziali guardano le carovane con quell'attenzione diffidente che in Calabria si riserva a quello che non si può domare. I Rom lo sanno. Rispondono con un'ostentazione quasi spavalda dei propri codici: catene d’oro, voci alte, risate che coprono le preghiere sussurrate dagli anziani del paese. Non c’è fusione. C’è una coesistenza temporanea dettata da una necessità superiore. I Santi appartengono a tutti perché non appartengono a nessuno.
Quando la processione parte e le statue cominciano a oscillare sulle spalle dei portatori, il tempo si ferma. L’aria si fa densa. Si avverte la sensazione netta che il rito stia consumando la sua vera funzione: spezzare la catena della quotidianità. Per due giorni la gerarchia sociale viene ribaltata. Chi durante l'anno è invisibile, o cacciato dai margini delle periferie urbane, qui diventa il protagonista assoluto della scena. Non per concessione, ma per occupazione simbolica.
Entrare dentro quel flusso con una telecamera o con un taccuino significa capire subito i propri limiti. Se cerchi la forma pulita, l'inquadratura aggraziata, la risposta logica, torni a casa a mani vuote. Qui la devozione è una questione d’organo, di muscoli, di corde vocali spezzate dal grido. È una fede che rifiuta la mediazione intellettuale. I Rom non spiegano perché sono lì. Ci sono e basta. Come ci sono stati l’anno scorso e come ci saranno l'anno prossimo, a dispetto delle fiere scomparse, del traffico e delle prediche moraliste.
A tarda sera, quando le statue rientrano e il metallo delle giostre comincia a raffreddarsi, resta una montagna di rifiuti, qualche bottiglia rotta e il fumo dei bracieri spenti. I furgoni ripartono uno alla volta, tagliando il buio della statale verso Gioia Tauro, verso Crotone, verso le periferie di mezza regione. Riace torna al suo silenzio minerale. Le porte del santuario si chiudono. Resta da capire chi abbia davvero usato chi, se la Chiesa abbia addomesticato il margine per un fine settimana, o se i marginali abbiano preso d’assalto il sacro per ricordarci che la devozione, prima di essere dogma, è soltanto un modo disperato di tenersi vivi.
*Documentarista