I sindaci della Sibaritide uniti dopo la strage di Amendolara: «Basta caporalato, ma lo Stato non ci lasci soli»
Nel vertice convocato dopo l'eccidio dei quattro braccianti, i primi cittadini dello Jonio cosentino chiedono controlli nelle aziende, interventi legislativi e una strategia condivisa contro lo sfruttamento. E il supporto del Paese: «Non possiamo gestire i flussi dei migranti»
Dietro la facciata istituzionale dei tavoli tecnici e lo stanziamento dei flussi finanziari regionali, pulsa il sentimento profondo di una classe amministrativa locale che si scopre unita, solidale e, al contempo, profondamente ferita. L'incontro straordinario convocato ad Amendolara a seguito della strage del 1° giugno, costata la vita a quattro giovani braccianti agricoli, ha rappresentato il momento in cui i sindaci del comprensorio hanno rivendicato l'onore di una terra che rifiuta di essere identificata con la barbarie dei mercanti di uomini, delineando una strategia comune di vigilanza territoriale e chiedendo interventi legislativi e ispettivi radicali.
Amendolara e Villapiana: «Antenne sul sociale contro il lato fosco»
A fare gli onori di casa, visibilmente commossa ma determinata, è stata Maria Rita Acciardi, sindaco di Amendolara. Il primo cittadino ha espresso il proprio orgoglio per la straordinaria compattezza dimostrata dai colleghi del comprensorio: «Sono veramente orgogliosa dell'unità del territorio, un'unità territoriale forte di tanti sindaci che si sono riconosciuti amendolaresi e in questo hanno dato prova di amare questo territorio, di credere nelle potenzialità, nelle ricchezze di questo territorio. E allora anche questo momento così triste, questa morte così violenta di questi giovani può essere il momento di svolta di una sensibilizzazione nuova per il riconoscimento dei diritti e delle tutele di questi lavoratori e perché questo territorio sappia svolgere un ruolo di responsabilità sociale e collettive». Il sindaco Acciardi ha tenuto a precisare l'estraneità del tessuto produttivo locale rispetto a tali dinamiche criminali: «Amendolara è stato solo il punto di passaggio di una storia brutta, violenta in cui Amendolara non c'entra niente, noi non abbiamo episodi di sfruttamento, di lavoro nero, abbiamo piccole aziende familiari, quindi è una realtà lontana. Questo non toglie che non possiamo essere indifferenti rispetto a drammi che si svolgono sotto i nostri occhi spesso, e quindi dobbiamo essere antenne sul sociale, dobbiamo essere capaci di proteggere e di tutelare anche nel ruolo di cittadini, sperando che un'integrazione sia possibile, che questi lavoratori abbiano riconosciuto i diritti e tutele e abbiano anche dei doveri nei riguardi del Paese dove lavorano».
Sulla stessa lunghezza d'onda si è collocata Mariolina De Marco, sindaco di Villapiana, che ha inteso difendere con forza l'immagine pubblica del litorale alto-ionico. «Il concetto è che Villapiana non è quello che si racconta. Non è solo quello che si racconta, come del resto Amendolara non è quello che sta mostrando in questi giorni», ha scandito con fermezza. De Marco ha definito l'accaduto come «il lato fosco di una Calabria bellissima, è solo un aspetto dell'Italia», richiamando tutti gli amministratori al dovere della vigilanza attiva: «Noi dobbiamo difendere, presidiare il territorio come ha proposto il sindaco Maria Rita Acciardi, facendo le sentinelle di questa terra meravigliosa».
L'analisi di Cassano: vent'anni di flussi e il rischio del pregiudizio
L'intervento di Gianpaolo Iacobini, sindaco di Cassano All’Ionio, ha offerto una disamina storica e logistica di ampio respiro, evidenziando come la tragedia odierna affondi le radici in dinamiche strutturali ben note. «C'è adesso un dramma di cui il mondo intero parla — ha esordito Iacobini — e che richiama una volta ancora da un lato l'unicità di un territorio che a volte sembra essere diviso ma poi, come dimostrano anche questi eventi tragici, si riscopre in realtà più unito e con interconnessioni che lo tengono legato anche quando questioni del genere sembrano lontane da uno o da più centri. D’altra parte, emerge evidente la necessità di una presenza dello Stato che non sia soltanto simbolica, ma che si dipani nelle articolazioni e nelle iniziative che occorrono: da quella della prevenzione, quindi dai controlli ispettivi nelle aziende e sui campi, a una ancora più attenta verifica di quello che accade in molte abitazioni dei nostri paesi, per finire a un mondo della repressione che necessita sicuramente di una legislazione che è molto più aggiornata al passo dei tempi rispetto a qualche anno fa, ma che probabilmente ancora non è tale da scoraggiare i mercanti di carne». Iacobini ha ricordato che la piaga dello sfruttamento agricolo non rappresenta una novità dell'ultima ora: «Credo sia un fatto risaputo ai più, se non a tutti, perché non si scopre certo oggi l'esistenza di un fenomeno che è presente qui da almeno un ventennio. A questa parte peraltro ha attraversato diverse generazioni di etnie e nazionalità diverse; abbiamo cominciato con il Nord Africa, siamo passati all'Est Europa, adesso abbiamo a che fare con gente che arriva in gran massa dall'Asia, dall'Est. Sono questioni che noi abbiamo sempre avuto presente, che si manifestano in forme differenti ma richiamando quell'unica matrice, quella dello sfruttamento». Una rete di caporalato che supera i confini regionali: «Ed è arrivato il momento probabilmente di porre un freno in maniera convinta e consapevole, perché è altrettanto risaputo che dalla Sibaritide universalmente intesa, partono ad ogni stagione, a seconda delle coltivazioni, interi pullman che vanno non soltanto nel Metapontino, che è forse l'area più vicina, ma arrivano addirittura nel Foggiano. Su tutto questo probabilmente c'è bisogno di accendere un focus un po' più ampio, più approfondito, che riguardi sì i sindaci in prima linea sempre sul territorio, ma che non possono essere lasciati soli anche di fronte a tragedie del genere, perché questo significherebbe una volta ancora non risolvere il problema alla radice». Infine, il primo cittadino cassanese ha lanciato un monito contro la penalizzazione mediatica subita dal territorio: «Bisogna di nuovo lavorare sul pregiudizio, perché in questi giorni Amendolara, ma l'intera Sibaritide, è ripiombata nel buio della cronaca nera e questo fa male al territorio. Fa male inevitabilmente perché capiamo anche il dramma di un territorio che ad ogni evento tragico viene marchiato e bollato a vita, e poi impiegherà anni per togliersi di dosso questa patina; e lo dite a un sindaco di un comune che per fatti criminosi paga questo scotto, sebbene sia composta da una popolazione e da un settore produttivo ampiamente positivi, fiduciosi e in crescita. È innegabile che questo sia un problema che però sicuramente non risolviamo mettendo la polvere sotto il tappeto. C'è bisogno di consapevolezza rispetto a un fenomeno che oggettivamente esiste e che va affrontato possibilmente tutti insieme, perché la tragedia che oggi macchia e colpisce Amendolara è la tragedia di un intero territorio perché, come giustamente rimarcavano alcuni amministratori, è capitato ad Amendolara ma potrebbe capitare un giorno qualunque anche altrove. Allora di questa consapevolezza ne dobbiamo far tesoro per riscoprirci finalmente il territorio unito, per avere la capacità di affrontare questi aspetti da un punto di vista complessivo e per ragionare seduti attorno allo stesso tavolo, perché le istituzioni di livello superiore in tutte le loro articolazioni non possono far finta di niente. È necessaria un'accelerazione che questa tragedia impone, è necessaria un'accelerazione che il fenomeno stesso richiede».
Trebisacce: «Eliminare l'intermediazione e controllare i rapporti diretti»
Franco Mundo, sindaco di Trebisacce, ha espresso la profonda indignazione delle comunità locali, ponendo l'accento sulle falle del sistema di vigilanza. «Quello che è successo ad Amendolara non doveva succedere nel nostro comprensorio – ha dichiarato Mundo – perché è noto a tutti la correttezza, l'accoglienza, i sacrifici e il lavoro che svolgono quotidianamente gli amministratori locali. Quello che è successo ad Amendolara è di noi tutti, appartiene a noi tutti, poteva succedere ovunque, però ci dobbiamo fare due domande a mio avviso: perché è successo qua e perché in questo modo? Evidentemente nel sistema politico dei controlli c'è qualcosa che non funziona, perché è vero in ogni comune ci sono immigrati, sappiamo anche le loro condizioni di vita, però noi come amministratori, oltre a quelle poche risorse che abbiamo a disposizione per cercare di integrare almeno quelli che sono legittimati ad avere un aiuto, ci sono tanti e tanti altri che risentono di una continua e sistematica metodologia di accasamento nel lavoro, e questo oggi come oggi noi non lo possiamo accettare». Il sindaco di Trebisacce ha poi inquadrato l'incontro odierno come il prologo istituzionale della mobilitazione popolare indetta dai sindacati e dai partiti: «Ha fatto bene il sindaco di Amendolara a convocare questo incontro, che è il prologo della manifestazione organizzata dalla Cgil e dal Pd. Questa manifestazione noi l'abbiamo voluta, quella di oggi, proprio per esprimere la nostra indignazione, proprio per far comprendere che c'è la necessità di maggiori controlli, di coinvolgimento ancora di più delle strutture locali che controllano il lavoro. Questi cittadini, che sono stati massacrati in maniera efferata, contribuiscono in maniera forte allo sviluppo della nostra agricoltura che rappresenta un'eccellenza, e proprio per questo motivo noi dobbiamo avere anche dei controlli adeguati perché a fronte di un'eccellenza non può corrispondere questa metodologia di lavoro e di arruolamento soprattutto, questo è il principio generale». Mundo ha infine illustrato lo scenario demografico del proprio comune, fornendo proposte d'azione concrete per il futuro della filiera: «Trebisacce, insieme a Corigliano-Rossano, Cassano, Villapiana e Crosia, è uno dei comuni epicentro dove risiedono tantissimi stranieri che lavorano nei campi e ovviamente dove vivono anche i caporali. In questi comuni risiede gran parte degli immigrati di questa fascia del nord Calabria. Io stamattina ho controllato i dati delle presenze straniere: quelle censite nel mio comune sono 800, dove esistono delle comunità di marocchini, di pakistani, anche dell'Europa orientale. Noi con i mezzi che abbiamo e con le possibilità che ci dà anche la regione abbiamo avviato sin dal 2012 lo Sprar, che ora si chiama Sai; attraverso questi progetti noi riusciamo a integrare quelli che localizziamo e sono legittimati regolari, però è pur vero che ce ne sono altre decine e decine di lavoratori che arrivano da lontano e cercano di migliorare le loro condizioni. Il fatto che è successo a Amendolara è emblematico di questo stato di cose, della necessità di un controllo anche nelle aziende perché, a mio avviso, bisogna eliminare questa mediazione, controllare i rapporti diretti con gli operai. Questo è il fulcro: solo così noi riusciremo a debellare il caporalato e lo sfruttamento».